La mafia, le stragi e lo Stato

Il procuratore Ingroia: "Negli ultimi anni si sono fatti molti passi avanti ma sulle stragi ci sono ancora ampie zone buie"

27 novembre 2010

Tanti fatti, tanti personaggi, tante inchieste che si ramificano e si dividono in altrettante indagini, tanti dubbi e sospetti, tanto dolore e paura. Sotto, dietro, sopra e dentro sempre gli stessi due elementi: la mafia e lo Stato.

"Fortunatamente negli ultimi due anni si sono fatti molti passi avanti e si sono aperti squarci di verità, mi auguro che un passo alla volta si faccia sempre più chiarezza sulle stragi di Cosa nostra con ampie zone buie". Queste le parole del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia dopo i nuovi interrogatori fatti negli ultimi giorni a Roma all'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso e al pentito di mafia Giovanni Brusca.
Fu proprio quest'ultimo, l'ex boss mafiosi di San Giuseppe Jato, a parlare per primo, subito dopo l'inizio della sua collaborazione con i magistrati dell'esistenza di una 'trattativa' tra lo Stato e cosa nostra. Interrogato giovedì scorso, nel carcere di Rebibbia, il pentito Giovanni Brusca ha nuovamente indicato l’eliminazione del 41 bis tra i punti che più stavano a cuore a Totò Riina. Brusca nelle sue rivelazioni ha tirato in ballo pesantemente alcuni esponenti delle istituzioni.
L’interrogatorio di Brusca è stato preceduto, nei giorni scorsi, oltre a quello di Conso, anche dall’interrogatorio all'ex capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato: Amato fu autore di un documento in cui veniva sollecitato Conso, in qualità di ministro della Giustizia, a revocare il 41 bis; l’ex guardasigilli nel novembre del ‘93 decise di sospendere il 41 bis a 140 capimafia. Provvedimenti che - hanno ribadito entrambi al magistrato - non avrebbero nulla a che fare con la trattativa ma sarebbero stati presi in autonomia da Conso e Amato.

Ingroia, parlando della richiesta di revisione del processo per la stage di via D'Amelio che sarà presto avanzata dalla Procura di Caltanissetta, ha spiegato: "Uno squarcio di verità è già emerso grazie al nuovo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. I colleghi di Caltanissetta hanno fatto indagini serie e rigorose". E quando gli si fa notare che la Corte d'Appello di Palermo, nella sentenza di condanna a 7 anni a Marcello dell'Utri (Pdl) hanno definito il pentito "inattendibile", il magistrato replica: "La Corte d'Appello di Palermo ha fatto una valutazione che non condivido ma che riguarda esclusivamente le dichiarazioni rese da Spatuzza su Dell'Utri che sono state ritenute tardive perché fatte dopo i 6 mesi previste dalla legge".
Poi, Ingroia, che ieri mattina ha partecipato a un convegno organizzato dal Centro Pio La Torre, ha parlato ancora delle motivazioni della sentenza di condanna a Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa: "Nel complesso è stata confermata la sentenza di condanna di primo grado (a 9 anni di reclusione ndr), sostanzialmente conferma tutta la prima parte dell'impianto accusatorio". La Corte d'Appello, ha, invece, ritenuto di non condividere la parte dell'accusa secondo cui ci sarebbe stato un patto tra mafia e politica grazie a Dell'Utri.
Sempre la Corte d'appello ha definito 'inattendibile' anche Massimo Ciancimino che però non è stato sentito nel processo. "Ho qualche difficoltà a comprendere come facciano i giudici a definire Massimo Ciancimino 'inattendibile' solo in base alla lettura dei verbali. Ovviamente, comunque, è una decisione rispettabilissima".

Infine, commentando l'intervista concessa dal pentito Francesco Di Carlo ad 'Annozero', secondo cui la mafia avrebbe voluto 'combinare' Marcello Dell'Utri, il magistrato ha detto che è una dichiarazione che il collaboratore aveva già reso, "era a conoscenza di una intenzione ma non sa se si tradusse in concretezza".
Ad Annozero, Di Carlo, intervistato da Sandro Ruotolo, ha detto anche: "Berlusconi sapeva che con Mangano si stava mettendo in casa un mafioso", ricordando la storia dell’assunzione del cosiddetto stalliere di Arcore Vittorio Mangano e sostenendo che il mafioso era stato contattato per assicurare la protezione di Cosa Nostra a Berlusconi, preoccupato di un possibile sequestro del figlio. Il pentito ha anche ricordato l’incontro, avvenuto, negli anni '70, nella sede della EdilNord di Berlusconi, tra l’allora imprenditore milanese, che stava realizzando Milano 2, i boss Mimmo Teresi e Stefano Bontade, Marcello Dell’Utri e lo stesso Di Carlo. "Io lo ammirai come imprenditore - ha aggiunto Di Carlo – ci diede una lezione da industriale. Bontade gli chiese perché non costruiva a Palermo e lui rispose che già aveva abbastanza preoccupazioni a Milano”. Secondo il pentito Berlusconi si riferiva al timore di un possibile rapimento del figlio. A quel punto per rassicurarlo Bontade gli avrebbe garantito la disponibilità di Cosa Nostra e a sua volta l’allora costruttore milanese avrebbe assicurato la sua.

In questo inquietante affaire politico-criminale tra i protagonisti ha trovato posto anche l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, che ieri è tornato a difedersi. "Per la parte che oggi mi compete ribadisco la linea di intransigenza che ho sempre mantenuto, perché la ritenevo e la ritengo giusta: ho contrastato politicamente ipotesi di trattativa sul caso Moro, meno che mai avrei potuto ammetterle nei confronti della malavita organizzata". "Davanti all'opinione pubblica cui devo dar conto dei miei comportamenti passati e presenti - ha sottolineato Mancino in una nota - desidero ribadire, come ho fatto davanti ai magistrati che mi hanno fin qui ascoltato, che mai, ripeto mai, nella mia vita politica e negli incarichi parlamentari e istituzionali che ho ricoperto, ho deviato da una linea di fermo contrasto alla criminalità organizzata nelle diverse forme in cui questa si è presentata nella storia del nostro Paese". "Sono stato leale con le Istituzioni che ho difeso con fermezza, onestà intellettuale, coraggio e determinazione. Mai sono venuto meno al dovere di servirle con il rigore che ha sempre accompagnato la mia vita pubblica e privata. Per sconfiggere il terrorismo di matrice politica - ha aggiunto Mancino - sono caduti tanti funzionari, magistrati, sindacalisti, uomini di cultura e politici: il loro sacrificio ha impegnato il Parlamento a varare leggi coraggiose, che per parte mia ho in qualche caso presentato e sempre contribuito a fare approvare". "E' ancora in corso la lotta contro la criminalità organizzata che tuttora infesta non poche regioni del nostro Paese. Ho sempre escluso, di fronte alle emergenze vissute dalla nostra comunità, cedimenti, meno che mai trattative. Ho vissuto la mia esperienza di ministro dell'Interno - ha rilevato ancora Mancino - difendendo le ragioni del carcere duro e chiedendo alla pubblica opinione di mobilitarsi per contribuire insieme allo Stato a sconfiggere una piaga, quella della malavita organizzata, che rende la vita di ciascuno di noi meno libera e serena".
L'ex vicepresidente del Csm ha concluso affermando di seguire "con il massimo rispetto e disponibilità il lavoro dei magistrati, ma - ha sottolineato ancora - per quanto a mia conoscenza non c'é nessuna altra verità" oltre a quella da lui riferita.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, LiveSicilia.it]

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27 novembre 2010

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