La morte sotto la luna

Gli ''ultimi'' della nostra epoca: migranti tra cielo e mare alla ricerca di una speranza troppo lontana

22 giugno 2007

Ogni era ha avuto i suoi ''ultimi'', e nella nostra questi sono sicuramente gli immigrati clandestini. Diseredati e senza speranza, nella loro terra, ne cercano un po' dall'altra parte del mare.
Tutti li conosciamo ormai come ''viaggi della speranza'', ma leggendo quotidianamente le ''cronache del Mediterraneo'' ci si rende ben conto che non c'è speranza per questi figli della terra.
Gli ultimi sono arrivati nel porto di Lampedusa questa mattina. Trentanove a bordo di un gommone.
In nottata erano giunti sull'isola altri 26 immigrati, tra cui sei donne, soccorsi dal pattugliatore Spica della Marina Militare.   
Il motopesca italiano Beatrice ha invece tratto in salvo al largo delle coste maltesi i 27 somali, tra cui otto donne e alcuni bambini, che ieri avevano lanciato l'allarme con un telefono satellitare.
Un altro motopesca italiano, il Valeria, ieri sera ha recuperato a 80 miglia a sud di Malta un naufrago aggrappato alla barca che si era capovolta. Gli altri 24 extracomunitari che erano sull'imbarcazione sarebbero tutti morti.
Quale speranza attende questi uomini. Quale speranza si attendono...


IMMIGRATI: MORTE SOTTO LA LUNA
di Agostino Spataro

L'altra sera sopra Porto Empedocle c'era la luna. Una flebile luna che, in compagnia di una stella insolita, s'era posata sul molo di levante dove una nave della nostra marina (la ''Spica'') era attraccata col suo pietoso carico di salme avvolte in sacchi di plastica nera.
Sono quelle di undici ragazzi africani annegati in acque maltesi. Altri, dispersi, li cercano ancora.  Le scendono ad una ad una e le depositano sopra il basolato lavico. Penetrando la ressa dei fotografi, ne osservo alcune bell'impacchettate. Corpi rigidi, eppure m'illudo che la loro storia sia ancora in itinere. Anche perché la visione della luna mal si concilia con la realtà di quella morte.
Sino a quando non arrivano quelli delle pompe funebri che mettono il suggello della fine sopra la loro avventura di uomini e di clandestini come, sbrigativamente, li chiama la burocrazia.
A parte il colore della pelle, non v'erano altri segni di identificazione. Uomini morti, e sepolti, senza nome e senza nazionalità, prototipi della globalizzazione che verrà.

La tragedia, una delle tante, si è consumata sabato notte, nelle stesse ore in cui la notte del Mediterraneo si accende di luci sfavillanti di panfili dorati, di club esclusivi e discoteche disseminati lungo le sue incantevoli spiagge. Pura coincidenza, per carità. Un'accidenti che, in genere, capita a chi s'ammazza di lavoro, anche precario, o a chi lo cerca disperatamente. Una disgrazia, dunque, che non turba più di tanto la nostra farisaica falsa coscienza.
Eppure - mi domando - cosa sarebbe successo se undici gatti di razza esotica, magari appartenenti ad un ricco evasore, fossero morti annegati in piscina?
Nessuno avrebbe accettato quel destino truce, pretendendo che ne fossero accertate le cause e perseguite le responsabilità che, ora, la legge punisce severamente.
Per questi undici uomini non è successo nulla.
Nessuno, o quasi, s'interroga sulle cause della loro terribile morte, del permanere di realtà sociali e politiche scandalose, spesso ingovernabili, da cui si origina il dramma che si svolge dentro, e intorno, il Mediterraneo il quale, da culla delle più grandiose civiltà, si sta trasformando in un fossato che divide, invece che unire, i popoli rivieraschi.

Tutto cambia, in fretta e in peggio. Anche questo vecchio e generoso mare pare che stia diventando cattivo, ingrato ed avaro di risorse.
Ma il mare non c'entra nulla, poiché - come scrive Braudel - ''il Mediterraneo sarà come lo vorranno i mediterranei''. Evidentemente, per ora, così lo vogliono le super potenze politiche e militari e le grandi corporazioni economiche e finanziarie, associate da un comune disegno di predominio sul mondo.
I ''mediterranei'' non hanno voce in capitolo.

Il tragico esodo migratorio e i sanguinosi conflitti in corso sulle sue rive e zone contigue ci dicono che nel Mediterraneo è in atto una spaventosa mutazione. Eppure nessuno sembra preoccuparsene. Non si va oltre la commiserazione momentanea: il tempo in cui nasce e muore una notizia.
Purtroppo, nemmeno i governi se ne occupano sul serio. Nonostante gli accordi e i buoni propositi, non riescono ad immaginare per i popoli mediterranei una strategia di prosperità condivisa, nella pace e nella libertà.
Questa è la colpa maggiore, e imperdonabile, dei ceti dirigenti dell'area euro-mediterranea i quali, pur rappresentando la più grande potenza commerciale del pianeta, non riescono (o non desiderano?) a favorire un'evoluzione pacifica e socialmente giusta dello scenario mondiale.
Fino a quando potrà durare questa situazione? Credo che sia venuto il tempo di mettere un punto fermo e provvedere. A cominciare dalle politiche migratorie che dovranno regolare i flussi, nel rispetto dei diritti umani dei migranti e anche di quelli delle popolazioni dei paesi d'accoglienza.
Con quali politiche e con quali strumenti? Su tutto ciò si dovrà discutere, andando oltre, per favore, le lacrime vere o fasulle, le solidarietà ipocrite, la carità anche sinceramente motivata.
C'è un dato inconfutabile da cui partire: più la ricchezza (prodotta dai lavoratori, particolare non trascurabile), si apicalizza, concentrandosi nelle mani di gruppi sempre più ristretti nazionali e internazionali, più si espandono le aree di povertà e d'indigenza, anche in paesi iper- sviluppati, com'è l'Italia. E' la legge della ripartizione ineguale. Perciò, non è necessario essere eminenti economisti per capire che il neo liberismo sta affamando la gran parte dell'umanità. E chi ha fame scappa, emigra, anche a rischio della vita.
Come hanno fatto questi ragazzi, finalmente, sbarcati sulla terra promessa da qualcuno che avrà loro estorto cifre ragguardevoli. Sono morti senza patria, perciò non si possono rimpatriare. I lestofanti che comandano su quelle ''patrie'' non li rivogliono nemmeno da vivi, figurarsi da morti.

Meno male che c'è Favara, l'unico comune dell'agrigentino ad avere predisposto uno spazio cimiteriale adeguato per i defunti immigrati. Un fazzoletto di terra, che già ospita molte salme anonime, destinato a diventare una sorta di sacrario dell'immigrato ignoto.
E tutto ciò rende onore (vero onore) ad una città, e per essa all'intera Sicilia, che della morte hanno ancora un sentimento altissimo di devozione e di partecipazione. A tratti, perfino gioioso.
E verso Favara partono le sfarzose ''mercedes'' delle pompe funebri, ognuna con dentro una cassa luccicante. Uno strano corteo, muto e senza parenti al seguito.

Poveri figli. Sono ''arrivati'' laceri e avvizziti e se ne vanno dentro bare di mogano, a bordo di automobili lussuose che nemmeno i loro presidenti, in terra d'Africa, si possono permettere.
Pare che provenissero dalla Sierra Leone. Da Freetown o da Moyamba? Non lo sapremo mai. Solo la luna che li ha guidati nella notte africana o il sole impietoso che li ha inseguiti per deserti  e montagne ce lo potrebbero dire.

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22 giugno 2007

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