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La nuova riforma agraria del Partito Comunista Cinese

A 30 anni dalla fine delle comuni contadine vince il ''profitto personale''

14 ottobre 2008

Rivoluzione nelle campagne cinesi
LA TERRA POTRÀ ESSERE CEDUTA
di
Marco Del Corona (Corriere.it, 13 ottobre 2008)

Il mondo guarda alla crisi finanziaria globale che lo sconquassa, la Cina alle sue campagne. Dopo quattro giorni di lavori, il plenum del Comitato centrale del Partito comunista ha annunciato una riforma dell'agricoltura mirata a rilanciare la produzione nelle campagne, riequilibrare uno sviluppo che finora ha premiato soprattutto le regioni costiere, rivitalizzare i consumi interni, contenere il malcontento delle popolazioni rurali.
La svolta era stata preparata con cura. Il 30 settembre, la visita del presidente Hu Jintao a Xiaogang, un borgo dell'Anhui, non era stata casuale. Nella liturgia della Repubblica popolare, certi gesti pesano. Laggiù, trent'anni fa, 18 contadini si divisero fra loro gli appezzamenti del villaggio segnando il primo passo delle riforme economiche di Deng Xiaoping nelle campagne. La nuova riforma, sulla base delle anticipazioni, vuole imprimere un'ulteriore svolta, considerando esauriti i benefici effetti delle misure del 1978. Attualmente i contadini ottengono il diritto di sfruttare per periodi di trent'anni la terra, della quale la costituzione proibisce la proprietà ai privati cittadini. Con l'indirizzo varato ieri, gli agricoltori potranno cedere ad altri l'uso dei terreni ricevuti dai governi locali, ottenendo per sé, finalmente, «un profitto. Profitto che i contadini potrebbero utilizzare per trasferirsi nelle città», secondo uno studioso di questioni rurali dell'Accademia di Scienze sociali, Dang Guoying.

Tra gli obiettivi della riforma, infatti, c'è quello di distribuire in modo più bilanciato la popolazione. I 737 milioni di contadini (dato ufficiale) sono troppi, frenano lo sviluppo di metodi produttivi adeguati ai tempi e alle necessità alimentari del Paese: se nel 1978 solo il 17,9% dei cinesi viveva in città, due anni fa era già il 43%, ma il governo punta al 70% entro il 2050. Nelle campagne, dove la produttività è comunque aumentata del 50% rispetto al 1980, il piano del Partito dovrebbe favorire la creazione di aziende vaste, adatte a un'agricoltura moderna, invece che l'attuale spezzettamento, dove una fattoria ha un'estensione media poco sopra il mezzo ettaro. Il reddito dei contadini dovrebbe raddoppiare entro il 2020, dando un impulso ai consumi interni, proprio nel momento in cui la crescita rallenta (più 9% le previsioni per quest'anno contro l'11,9% del 2007).

Il convitato di pietra tra i 202 membri del Comitato centrale è stata la crisi finanziaria, e infatti «bisogna essere consapevoli» della tempesta, «la Cina deve affrontare bene le sue questioni» anche se «la situazione del Paese è buona». In questo senso, il ritocco alle norme sulla terra costituisce un elemento importante della risposta di Pechino alla crisi. Anche se il termine cinese utilizzato è nongcun gaige (riforma delle campagne) ha un'accezione meno radicale di tudi gaige (riforma agraria), la svolta ha un valore esplicitamente simbolico, spiega al Corriere il vicedirettore della facoltà di Giornalismo dell'Università del Popolo, Yu Guoming, perché «i contadini cominceranno a sentirsi interessati da meccanismi che finora li avevano scavalcati». Gli esperimenti di ridistribuzione delle terre hanno marcato il movimento rivoluzionario cinese sin dalle sue fasi iniziali, ancora prima che Mao Zedong attribuisse un'importanza decisiva ai contadini. La storia della Cina (e quella delle sue rivoluzioni) è la storia delle sue campagne.

 

 

 

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14 ottobre 2008
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