La paura non ha fermato gli iracheni

Grande partecipazione in Iraq per votare il primo governo democraticamente eletto dalla caduta di Saddam

17 dicembre 2005

La gente dell'Iraq è andata al voto, nonostante la violenza, le minacce e la paura. L'altro ieri , malgrado la tensione l'affluenza alle urne è stata molto alta: più del 67%, secondo le stime preliminari della Commissione elettorale, superiore a quella della consultazione di gennaio per l'assemblea provvisoria e di ogni altro voto del dopo-Saddam. La gente si è recata alle urne solo a piedi, poiché per ragioni di sicurezza è stata consentita la circolazione solo a vetture munite di un'apposita autorizzazione.
Lunghissime le file davanti a seggi. Orgoglioso lo sguardo di chi, dopo aver votato, mostrava con fierezza le dita macchiate di inchiostro. 

Gli aventi diritto al voto in Iraq sono circa 15 milioni e mezzo su una popolazione totale di 26 milioni di persone, e hanno avuto a disposizione 33 mila urne distribuite in 5.500 seggi.
Si è votato per i 275 seggi all'Assemblea Nazionale, il Parlamento di Bagdad, che resterà in carica per quattro anni e non avrà più il carattere provvisorio e le prerogative limitate di quelli che lo hanno preceduto.
Oltre settemila i candidati, appartenenti a 307 diverse liste, tra cui 228 gruppi politici, diciotto dei quali sono coalizioni.
Le liste presentate sono state quasi il triplo rispetto alle elezioni parlamentari del 30 gennaio scorso, quando vi furono almeno quaranta morti. In quest'anno l'Iraq va al voto per la terza volta: il 15 ottobre si era tenuto il referendum popolare che ha sancito l'approvazione della nuova Costituzione.

Secondo fonti del sito informativo arabo ''Moheet'' si profila una nuova vittoria della lista dell'Alleanza Irachena Unita guidata dall'attuale premier Ibrahim al-Jaafari, che raggruppa le principali formazioni sciite e guidata dal partito più importante della comunità maggioritaria nel Paese, il Supremo Consiglio per la Rivoluzione Islamica in Iraq di cui è leader Abdel Aziz al-Hakim. Oltre allo schiacciante successo ottenuto nelle regioni sciite del sud, la lista attualmente a capo del governo provvisorio sembra avere ricevuto molti voti anche nelle zone curde.
Non sembrano in grado di contrastarla né l'Accordo Nazionale Iracheno dell'ex premier Iyad Allawi - sciita moderato di impronta piuttosto laica - e comunque in crescita rispetto alle scorse elezioni, né il Congresso Nazionale Iracheno del vice premier Ahmad Chalabi, figura discussa per i suoi trascorsi ai margini della legalità, un tempo con forti appoggi a Washington ma poi caduto in disgrazia.
Nessuno dei gruppi sciiti conta comunque sull'appoggio esplicito della guida spirituale della comunità, l'ayatollah Ali al-Sistani, una delle figure più influenti a livello nazionale, e non solo; Sistani in questa occasione ha optato per mantenersi ai margini del dibattito politico, mentre in passato il suo sostegno all'Allenza Unita era stato palese.
Nel nuovo Parlamento 45 seggi saranno in ogni caso riservati alle minoranze: in particolare, dal punto di vista religioso, ai cristiani che rappresentano circa il 3 per cento della popolazione; e, sotto il profilo etnico, ai turcomanni.
I dati finali si conosceranno solo tra due settimane.

Un successo quello delle elezioni del Parlamento nazionale di giovedì scorso, che ha avuto le sue vittime già alle 7 del mattino (le 5 in Italia) quasi in contemporanea con l'apertura dei seggi, quando alcune esplosioni si sono verificate a Bagdad, Ramadi e Mosul.
A Mosul. Tre agenti di sicurezza sono stati uccisi da una bomba vicino a un seggio, nella zona sudorientale di Mosul, una delle località più instabili del Paese. E in città decine di curdi hanno minacciato di dar fuoco ai seggi se non sarebbe stato consentito loro di votare. Khasro Koran, vicegovernatore della provincia curda di Ninawa, ha spiegato che centinaia di persone sono state volutamente escluse dalle liste elettorali. Giorni fa, dopo un incontro fra una delegazione della commissione elettorale e Massoud Barzani, governatore della provincia, era stato deciso di allestire due seggi alla periferia di Mosul per consentire il voto ai curdi allontanati per le minacce di gruppi militanti.
A Bagdad. Dopo il colpo di mortaio che si è abbattuto nei pressi della cosiddetta "Zona Verde" alle sette del mattino, a Bagdad sono stati sferrati altri tre attacchi in diverse zone della città. Secondo fonti del ministero dell'Interno, proiettili di mortaio sono stati sparati sia a Sadr City, il sobborgo sciita alla periferia nordorientale della capitale, sia nel quartiere centrale di Bab al-Mouadahm: almeno due i feriti.
A Ramadi. Poco dopo l'inizio delle operazioni di voto una deflagrazione è stata sentita anche a Ramadi, capoluogo della provincia occidentale di al-Anbar, seguita da raffiche e colpi di arma da fuoco.
A Tikrit, principale centro petrolifero del Kurdistan, un proiettile di mortaio è stato lanciato vicino a un seggio.

E mentre la speranza dell'Iraq si chiama Democrazia e gli iracheni vogliono che sia da loro costruita,  il Ministro della Difesa Antonio Martino ha annunciato che il contingente militare italiano nel Paese si ridurrà a gennaio 2006 di altre 300 unità, arrivando così a quota 2.600, un'ulteriore riduzione del 10% rispetto a quella, sempre del 10%, già attuata a settembre.

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17 dicembre 2005

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