La povertà, uno spettro sopra le nostre teste

Continua ad allargarsi il divario Nord-Sud e la Sicilia rimane la regione più povera d'Italia

18 ottobre 2006

Sicilia, riappare lo spettro della povertà
di Agostino Spataro

Dunque, secondo l'Istat, la Sicilia ha collezionato un altro poco invidiabile primato: il 31% delle sue famiglie vive al di sotto della soglia di povertà.
E' la prima regione più povera d'Italia, seguita da Campania, Calabria e da altre meridionali. Come dire: l'Europa evoluta ed opulenta si ferma a Latina.
All'orizzonte del nostro futuro riappare lo spettro della miseria, dell'indigenza.
Un risultato pessimo, dopo 60 anni di autonomia speciale, di articolo 38, di cassa per il mezzogiorno, di fondi europei, di obiettivo 1, di Por, Pip, e quant'altro.
Rispetto al 1946, il divario Nord-Sud, invece che restringersi, si è allargato. E' fallito, pertanto, l'obiettivo primario delle politiche speciali varate per unificare l'Italia sul terreno socio-economico e civile. 

Resta una disparità inaccettabile, non solo di reddito, su cui si vorrebbe apporre il sigillo di un federalismo egoistico che manderebbe a carte e quarantotto l'unità effettiva del Paese.   
Il dato siciliano è davvero clamoroso, anche perché risultante di una progressione costante che conferma una grave tendenza al declino che, da tempo, denunciamo quasi in solitudine.
Oggi, a rilevarlo è un organo statistico ufficiale dello Stato perciò si sperava che suscitasse il più forte allarme, almeno nelle alte sfere della politica, dei governi e negli stessi ambienti imprenditoriali e sindacali.
Invece nulla o quasi. Quel 31% di famiglie povere, molte perfino indigenti, è passato quasi inosservato, senza scalfire la coriacea insensibilità di un ceto dirigente quantomeno distratto e l'arroganza spocchiosa dei nuovi ricchi.
Per altro, il dato Istat dovrebbe essere ben più grave se si contassero le migliaia di famiglie siciliane a basso reddito che, nell'ultimo quinquennio, sono emigrate verso il centro-nord.
E con esse, tanti giovani, operai o con titolo di studio superiore, disoccupati o non disposti a subire le angherie da terzo mondo che si praticano in certi settori del cosiddetto ''mercato del lavoro'' siciliano.

Cos'altro dovrà accadere perché ci si svegli dal torpore anestetizzante della rassegnazione e del consociativismo?
Tutti tacciono: i furbi dei piani alti del potere e i furbetti dei piani bassi, stregati dal suo odore. Fingono di non vedere perché hanno paura di dover fare i conti con una realtà drammatica e, per molti versi, ingovernabile.
A leggerli bene, questi dati evidenziano un processo ben più incisivo che sta minando l'assetto sociale dell'Isola, come se si stesse passando da una società dell'inclusione ad una società dell'esclusione.
In realtà, i governi di centro destra hanno abbandonato l'idea di una società unitaria e solidale, regolata da meccanismi inclusivi (stato sociale, fiscalità mirata, facilitazione di accesso ai diritti e ai servizi fondamentali, ecc), sulla quale, nel passato, si è realizzata una certa convergenza, anche da posizioni politiche contrapposte, fra le due principali tradizioni ideali: la marxista e la cattolico-popolare.
Ieri, questa politica, da non scambiare con il clientelismo e con l'elargizione arbitraria di prebende, ha consentito una relativa distribuzione del PIL a favore dei ceti meno abbienti; oggi, le politiche ''neoliberiste'', in Sicilia basate sul mero accaparramento di quote di spesa pubblica, favoriscono gruppi di potere affaristici e speculativi i quali, operando senza vincoli sociali, tendono ad escludere le fasce più deboli, provocando nuova emarginazione e nuove povertà .
In Sicilia tale processo è più dirompente poiché non siamo in presenza di un sistema economico capitalistico moderno e di un mercato veramente libero, ma di un rozzo meccanismo di accumulazione che, pur di realizzare il massimo vantaggio individuale e/o corporativo, sta distruggendo le basi dell'economia produttiva e della convivenza solidale.
Da qui, la concentrazione sempre più apicale delle ricchezze, lecite ed illecite, il progressivo impoverimento della società e l'emigrazione che trasforma l'esclusione sociale in espulsione materiale dal luogo di nascita.

Che fare? La risposta non è agevole. Taluni continuano ad invocare ''meno Stato e più mercato'', ignorando che in Sicilia la presenza dello Stato è già minima e quella del mercato quasi inesistente.
A mio parere, occorrerebbe più Stato e più Europa, per far  nascere, finalmente, un mercato libero e concorrenziale. Il declino si potrebbe bloccare rafforzando il nostro ancoraggio all'Unione Europea.
Sarebbe necessaria una sorta di rivoluzione della visione politica siciliana che vede in Bruxelles non lo stimolo e la fonte di un sano sviluppo (come è stato per molte regioni della Spagna, dell'Irlanda, ecc), ma la cassa cui attingere per alimentare un sistema di potere clientelare e sovente corruttivo.  
Ma, anche a volerlo, la politica isolana, da sola, non ce la può fare. Dovrebbero scendere in campo altri soggetti, anche esterni alla Sicilia, con idee chiare e progetti innovativi, capaci di proiettare la regione nella dimensione euromediterranea dello sviluppo.

- Poverissimi, poveri e quasi poveri... (Guidasicilia)

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18 ottobre 2006

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