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La Procura di Palermo scoprirà l'assassino di Mauro De Mauro

I pm palermitani non mollano: "La Procura di Palermo presenterà appello per l'assoluzione di Riina e farà aprire un nuovo processo sui depistaggi"

13 giugno 2011

"La Procura non si rassegna. La ricerca della verità sul caso De Mauro proseguirà ora su due fronti". Il pm Antonio Ingroia ha indicato le linee delle strategie processuali sulla scomparsa del giornalista del quotidiano L'Ora.
Sul primo fronte, quello delle responsabilità dirette, Ingroia ha confermato che sarà presentato appello contro l'assoluzione di Totò Riina (LEGGI). Dal secondo fronte, quello dei depistaggi, del quale Ingroia si dice certo che nascerà un nuovo processo.
Saranno chiamati a risponderne i soggetti per i quali la corte ha chiesto l'avvio di un procedimento per falsa testimonianza, e cioè l'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, che sta scontando 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; i giornalisti Pietro Zullino e Paolo Pietroni; l'avvocato Giuseppe Lupis e Domenico Puleo. Il primo atto della nuova indagine sarà la loro iscrizione nel registro degli indagati: praticamente un atto dovuto.
"Questo processo De Mauro bis - ha detto ancora Ingroia - riguarderà i pesanti, ampi e diffusi depistaggi attuati sia all'inizio che nel corso delle indagini sul rapimento del giornalista. Si tratterà non solo di venirne a capo ma anche di capire perchè sono state costruite le false testimonianze e perchè si è cercato di deviare il corso della giustizia. Va pure detto che questi episodi hanno prodotto gravi effetti. Quando si disperdono prove e si distruggono tracce le conclusioni non possono essere diverse. Questa sentenza può apparire come una sconfitta dello Stato ma la guerra non è persa. La Procura non alzerà certo bandiera bianca".

Il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, commentando l'assoluzione di Riina nel processo per il sequestro e l'omicidio di De Mauro, sentenza arrivata a 41 anni di distanza dal delitto, ha detto: "Sull'imputato Riina ritenevamo che ci fossero gli elementi di prova sufficienti per arrivare alla condanna all'ergastolo. Sono curioso di leggere le motivazioni della sentenza di assoluzione". "C'è anche il contesto del rinvio degli atti alla procura da cui sembra emergere che le prove non sono state ritenute idonee per via di alcuni interventi esterni e depistaggi", ha aggiunto ancora Messineo.
Alla domanda se l'assoluzione ha colto di sorpresa il Procuratore capo di Palermo, Messineo ha replicato: "Non dico che la condanna sembrava scontata, non lo è mai, ma certamente da quello che era emerso nel corso del processo De Mauro, sembrava quasi certo che arrivasse la condanna all'ergastolo, come chiesto dal nostro ufficio". E ha aggiunto: "Non è facile fare un commento senza avere prima letto le motivazioni della sentenza. Vedremo in quale punto la nostra tesi non è stata accolta dai giudici della Corte d'Assise".

"Chiederò a Riina di dirmi la verità sulla morte mio fratello" - "Credo che Riina, all'epoca dai fatti, fosse già importante ma molto giovane. E credo anche che lui sappia cosa sia accaduto e come, anche se non è stato lui direttamente ad agire, ad aver materialmente eseguito il compito. Spesso con mia moglie progetto di chiedere un permesso speciale e di andarlo a trovare in carcere per parlargli. Per chiedergli, guardandolo negli occhi, cosa davvero sappia. Forse è una sciocchezza, perché ne avrebbe parlato ai magistrati. O forse no.
Chissà, un giorno quel permesso lo chiederò davvero".
Sono le parole di Tullio De Mauro, linguista e fratello di Mauro De Mauro.
"Da quarantuno anni mia cognata Elda, mia nipote Franca, io, la nostra famiglia aspettiamo un punto fermo per capire cosa sia accaduto a mio fratello Mauro. Questa sentenza di assoluzione per Totò Riina è già qualcosa".
"In famiglia non abbiamo mai sposato una tesi in particolare - ha aggiunto Tullio De Mauro - Ma personalmente ho grande ammirazione per la sentenza di rinvio a giudizio del testimone Mario Ronchi che il pubblico ministero, Vincenzo Calia, scrisse nel 1997 per l'omicidio di Enrico Mattei dopo lunghe e dettagliate indagini. Ebbe il merito di isolare con certezza l'esplosivo collocato sull'aereo. Mise la mani sulle connivenze molto 'in alto' che portarono all'insabbiamento delle indagini: i carabinieri di Landriano che rifiutarono le testimonianze di chi aveva assistito all'esplosione dell'aereo, e poi si rivelarono numerosissime. Mario Ronchi che prima affermò di aver visto tutto e il giorno dopo ritrattò. Certi strani regali che arrivarono a chi non parlò e negò l'esplosione. A Calia si deve la trasmissione degli atti alla procura di di Palermo convinto che vi fossero elementi sufficienti per una connessione tra i due casi".
Secondo Tullio De Mauro, il fratello "commise un errore frutto della sua ingenuità. Disse a noi familiari e a molti, forse troppi amici, che aveva una notizia bomba, qualcosa di grande, enorme. Fu un clamoroso sbaglio, soprattutto in una città come Palermo". [Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Lasiciliaweb.it]

La ricostruzione del pentito Rosario Naimo - "Emanuele D'Agostino mi raccontò che aveva preso De Mauro su ordine dello zio Totuccio (Totò Riina ndr). Lo vide arrivare in auto, aprì lo sportello e non gli diede tempo di scappare. Lo colpì al viso col calcio pistola e, insieme al ragazzo che lo aiutava nella missione, lo mise nel sedile dietro della loro macchina".
Attorno a questa drammatica testimonianza del sequestro del giornalista Mauro De Mauro, fatto dal pentito Rosario Naimo, ruota l'accusa nei confronti del boss Totò Riina, assolto dalla Corte d'Assise di Palermo in base all'articolo 530 del codice di procedura penale che parla di "incompletezza della prova".
Naimo ricostruisce le fasi del sequestro, avvenuto la sera del 16 settembre 1970 sotto l'abitazione del giornalista, attraverso il racconto di Emanuele D'Agostino, uomo del boss Stefano Bontade, incaricato del rapimento. "D'Agostino, proprio per farmi capire che ruolo aveva assunto in Cosa nostra, mi raccontava di De Mauro come fosse una cosa di cui vantarsi", ha spiegato Naimo. "De Mauro, per quello che mi ha detto D'Agostino - ha aggiunto - dopo essere stato colpito era stonato e pieno di sangue. Mentre il ragazzino guidava, D'Agostino gli puntava la pistola per non farlo parlare. Fingeva di averlo confuso con un altro, lo chiamava con altro nome e gli diceva che l'aveva preso perchè aveva dato fastidio alla sorella". "Poi quando arrivarono in un terreno dei Madonia - ha proseguito il pentito - lo fecero scendere e lì c'era Riina. A quel punto gli dissero 'caro De Mauro' svelando che sapevano benissimo chi avevano rapito e subito lo uccisero forse sparandogli".
D'Agostino avrebbe detto a Naimo che fecero sparire il corpo. Il pentito non ricorda se l'amico gli disse che l'avevano buttato in un pozzo. Naimo ha ribadito che l'ordine di rapire De Mauro partì da Riina ma che erano d'accordo anche i boss Ciccio Madonia e Stefano Bontade. [Cosa nostra, De Mauro e il golpe Borghese (Guidasicilia.it, 15/01/11)]

Parla il collaborante Francesco Di Carlo
"I GENERALI GOLPISTI DISSERO DI ZITTIRLO"
di
Enrico Bellavia (Repubblica/Palermo.it, 12 giugno 2011)

"Riina ha dato l'assenso all'omicidio di De Mauro, ma la sua fine ha un'origine tutta romana. Da Roma era venuto l'ordine di tappargli la bocca. Bisogna guardare ai rapporti che Cosa nostra aveva con i generali per il golpe Borghese (7-8 dicembre 1970, ndr), lì ci sono i mandanti".
Parla il collaborante Francesco Di Carlo, già capo della famiglia di Altofonte. Nel 2001 Di Carlo riferì per primo del caso De Mauro. Ha saputo dell'assoluzione di Riina dalla tv, fuori dalla Sicilia dove vive sotto protezione, ma non sembra sorpreso.

Perché, signor Di Carlo?
"Perché Riina, che sostituiva Luciano Liggio nel triumvirato alla guida di Cosa nostra nel 1970 (gli altri due erano Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, ndr) ha avuto un ruolo importante ma non centrale".

Che vuol dire?
"La decisione di eliminare De Mauro fu assunta da Cosa nostra dopo che Emanuele D'Agostino, uomo di Stefano Bontate, riferì a quest'ultimo che il giornalista sapeva tutto del golpe Borghese. Prima però ci fu un consulto romano, come ho raccontato nei miei interrogatori e nel libro 'Un uomo d'onore'".

Chi erano i protagonisti?
"I capi delle altre province erano i più attivi nel progetto di golpe: Pippo Calderone di Catania e Beppe Di Cristina di Riesi andavano continuamente a parlare con il generale Vito Miceli (a capo del Sid, servizio informazioni della difesa, un mese dopo la morte di De Mauro, ndr) e con il colonnello Gianadelio Maletti (numero due del Sid, ndr). C'erano continue riunioni: a Palermo il più interessato era Bontate. E da Roma arrivavano rassicurazioni da uomini dei servizi segreti, che poi ho ritrovato negli elenchi della P2".

C'erano altri siciliani coinvolti?
"Ricordo che uno dei consiglieri di Di Cristina, organico a Cosa nostra però, era un certo Volpe che era anche in politica. Un altro, esterno a Cosa nostra, era l'avvocato Vito Guarrasi che era in rapporti con Beppe Di Cristina ed era vicino ai Servizi, come mi fu confermato anni dopo dal generale Giuseppe Santovito (capo del Sismi, il servizio segreto interno, ndr) che conoscevo personalmente".

Tutti morti però...
"No, Maletti ha anche testimoniato in Italia, venendo dal Sudafrica con un salvacondotto. Ho letto anche che la Procura vuole approfondire la presunta falsa testimonianza di Bruno Contrada che ricorre in molte vicende che ho raccontato".

Lei ha detto che De Mauro fu sepolto alla foce dell'Oreto. Un altro collaborante, Rosario Naimo, ha indicato una proprietà del clan Madonia. Gaetano Grado, invece, il giardino di Maredolce. Vi siete contraddetti a vicenda?
"Credo che Naimo si sia confuso con un'altra storia che riguardava il seppellimento di uomini fatti scomparire nella guerra di mafia a San Lorenzo: le ossa furono spostate perché all'Ucciardone nel sonno qualcuno rivelò il luogo, ma non erano di De Mauro. Grado forse sperava di rintracciare la tomba di suo fratello Nino. No, De Mauro fu seppellito all'Oreto, dopo essere stato interrogato in una proprietà di Bontate, ma la zona ormai è irriconoscibile".

Lei come seppe dell'ordine di eliminare De Mauro?
"Fui contattato da Bontate che mi chiese di rintracciare Riina, e a San Lorenzo ci fu una riunione. Badalamenti non era presente ma fu informato. Di Cristina disse anche che Guarrasi gli aveva raccontato di una visita di De Mauro".

Sta di fatto che la verità giudiziaria si allontana ancora.
"Va sempre così quando ci sono pezzi dello Stato coinvolti. Non per colpa dei magistrati, ma questo è un processo monco: mancano gli altri mandanti".

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13 giugno 2011
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