La risoluzione contro il lavoro minorile firmata durante il vertice europeo sull'infanzia

In Italia i minori che lavorano sono 144 mila spesso in condizioni di sfruttamento estremo

29 ottobre 2003
Lavoro minorile è sinonimo di paesi sottosviluppati? Sembra proprio di no! Purtroppo non si tratta solo di una realtà lontana, di quelle che si vedono in televisione, che ci lasciano un po’ sconcertati ma che non ci riguardano direttamente. E' una realtà che esiste anche nei paesi sviluppati, nell'Occidente opulento, e anche nella "civilissima" Italia. Il punto della situazione è stato fatto durante il vertice europeo sull'infanzia, tenutosi a Lucca, il mese scorso, ed aperto dal ministro Roberto Maroni. Secondo i dati resi noti dall'Osservatorio sul lavoro minorile, sono 15 milioni i minori sfruttati in Europa e nel bacino del Mediterraneo, mentre nel mondo i minori che lavorano sarebbero alcune centinaia di milioni.

Nel nostro paese, ad onor del vero, la normativa vigente preclude la possibilità ai minori di svolgere qualunque attività lavorativa al di sotto dei 15 anni, mentre è ammessa a condizione che non si tratti di attività usurante o pericolosa tra i 15 ed i 18 anni, ma le normative, in Italia, si sa spesso sono fatte solo per essere aggirate.  Quindi accade che i bambini ed i ragazzi al di sotto dei 15 anni che lavorano in maniera continuativa, saltuaria o del tutto occasionale, nel nostro paese,  sono 144 mila, esclusi gli extracomunitari, di cui 31.500 impegnati in attività lavorative corrispondenti a vere proprie forme di sfruttamento. Le cifre, comunque vanno prese con le pinze secondo il sottosegretario al Welfare Maria Grazia Sestini. ''Quando si parla di impegno di lavoro saltuario o del tutto occasionale non si parla sempre di qualcosa di negativo, anche se si tratta sempre e comunque di lavoro minorile e quindi di un fenomeno da monitorare con attenzione - ha detto il sottosegretario -. In quei numeri ci sono ragazzi che aiutano saltuariamente i genitori in negozio o che partecipano alla vendemmia o alla raccolta delle olive e queste forme di collaborazione possono anche contenere un valore educativo''.

La situazione diventa preoccupante quando alla scelta di lavorare si associa l'abbandono di qualsiasi iter educativo e formativo. Questo accade in molte province del Sud e del Nord Est, ma con motivazioni diverse. Nel Sud si abbandona la scuola e si va a lavorare, sempre in nero, per aiutare economicamente la famiglia, nel Nord-Est le famiglie mandano a lavorare i figli minori perché sono convinte che la scuola non serva a niente.
In Italia, comunque, nel 2002, sempre secondo i dati dell'Osservatorio, i minori sorpresi a lavorare sono stati 1.500, in tutti i comparti produttivi e, addirittura, in quelli dei lavori svolti per conto dello Stato. A Lucca  i 29 ministri europei riuniti (i 15, più i dieci dei paesi entranti e quelli di Turchia, Croazia, Bulgaria e Romania), hanno firmato una risoluzione per invitare i rispettivi paesi membri a mettere in atto politiche tese a contrastare il fenomeno del lavoro minorile.

Tra i punti della risoluzione, uno invita i paesi a guardare al lavoro minorile anche come fenomeno legato all'economia sommersa, nel quale ambito i minori vengono impiegati. Si tratta spesso delle forme più pericolose e nascoste. Stiamo parlando di lavoro forzato, di schiavitù e di quelle situazioni estreme in cui i bambini sono confinati nelle abitazioni del loro datore di lavoro. Il sottosegretario al welfare, Maria Grazia Sestini, ha specificato che quando si parla di lavoro minorile in Europa si parla di bambini e ragazzi che vivono nel nostro continente indipendentemente da quali siano le loro origini, quindi anche e soprattutto di extracomunitari. Un altro punto importante è la risoluzione di contrasto all'abuso sessuale che indica come principali strumenti operativi quello della cooperazione accompagnata alla repressione del fenomeno, sia che esso si manifesti all' interno delle mura domestiche sia all' esterno, e dell'assistenza alle vittime. Contro gli abusi sessuali, dunque, tolleranza zero!

La risoluzione prevede azioni di prevenzione, che i singoli paesi dell' Unione dovranno attuare, con il coinvolgimento delle Ong ( organizzazioni non governative) e delle associazioni del volontariato individuando le problematiche che sono all'origine del fenomeno soprattutto quando si manifesta in famiglia.
L'altro strumento previsto nella risoluzione è quello della transnazionalità. I paesi europei si impegnano ad adottare regole, anche giudiziarie, condivise all' interno dell'Unione ed a raccogliere e mettere in rete i dati. La transnazionalità diventa uno strumento anche per attuare politiche di cooperazione internazionale per reprimere, ad esempio, il fenomeno dell' esportazione di minori da destinare alla prostituzione. Sul fronte delle politiche di assistenza, la risoluzione invita i paesi dell'Unione a mettere in atto iniziative volte al reinserimento dei minori vittime di abusi. Il che significa mettere in atto strumenti di assistenza medica, pediatrica, sociale e familiare.

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29 ottobre 2003

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