La Sicilia come ''Laboratorio Politico''? Meglio lasciar perdere e preferire il caro, vecchio esercizio democratico

06 dicembre 2007

SICILIA: LABORATORIO DI DISASTRI POLITICI
di Agostino Spataro

“Nino, domani a Palermo!”, disse Garibaldi al suo luogotenente Nino Bixio, convinto che dopo la vittoria di Calatafimi si poteva espugnare il capoluogo dell'Isola.
Così avrà detto Berlusconi ai suoi alla vigilia dello svolgimento del plebiscito (senza plebi) per dare un nome al suo nuovo partito. Per non essere da meno, Casini avrà intimato ai suoi “Dopodomani a Palermo”, per evitare l'imbarazzo d'incrociare il Cavaliere nello stesso giorno.
A parte gli scherzi, questa digressione ironica serve a sottolineare il conflitto che, oggi, si vive a Palermo, divenuta uno dei luoghi-simbolo della crisi scoppiata nel centrodestra a seguito dell'improvvisa decisione di Berlusconi di gettare alle ortiche l'esperienza della Casa delle libertà e di varare il suo nuovo partito nel quale gli ex alleati (An, Udc, Lega) possono soltanto confluire. 
Contrasti simili, ma più gravidi di conseguenze, stanno insorgendo nel centro sinistra dopo gli incontri fra Veltroni e Berlusconi. Diabolico l'ex premier! Dopo il centrodestra pare sia riuscito a spaccare anche il centrosinistra.

Ma da Roma nessuno si precipita a Palermo. Forse, perché si ritiene, erroneamente, che i voti raccolti nell'Isola dall'Unione non siano così decisivi per le sue strategie nazionali. 
Comportamenti di segno opposto che però confermano la medesima, scarsa considerazione politica che i entrambi gli schieramenti hanno della Sicilia che pure conta quattro milioni e mezzo di elettori.
Per il centro destra la Sicilia resta una delle principali riserve elettorali del paese. Con una peculiarità imbarazzante per Forza Italia che qui fatica a mantenere una risicata primazia sull'Udc che, con i voti del Mpa dello scissionista Lombardo, è di gran lunga la prima forza della coalizione.
Perciò, a Palermo, si sono precipitati Berlusconi e Casini, uno a ridosso dell'altro, per rassicurare i loro rispettivi referenti locali, per difendere o conquistare quote di elettorato che potrebbero risultare decisive per determinare gli esiti elettorali prossimi venturi. A cominciare dalle provinciali di primavera, senza escludere le probabili elezioni anticipate regionali e nazionali.
Il 2008 potrebbe rivelarsi per la Sicilia un'eccezionale annata elettorale.

Tuttavia, l'improvvisa fiammata dimostra soltanto che la Sicilia resta, in buona sostanza, un formidabile serbatoio di voti cui attingere per tenere su un sistema politico ed economico che si dispiega, quasi per intero, lungo l'asse Roma- Milano. Alla Sicilia, al Mezzogiorno solo briciole da spartire fra ceti politico-affaristici e organizzazioni criminali.
Fini non è venuto, forse, perché in paterna apprensione per la nascita della secondogenita, ma gli esponenti regionali di An assicurano che presto anche lui verrà e vorrà dire la sua su questa specie di “partita contabile” che si sta giocando in Sicilia.
Raffaele Lombardo, spiazzato dall'inattesa dissoluzione della CdL, ha lanciato il suo MpA in campo aperto, alla ricerca di nuove alleanze a “360 gradi”, ossia il massimo espandibile del suo volubile autonomismo.
Come dire: ogni steccato è caduto, partiti ed alleanze sono intercambiabili. L'uno vale l'altro. Ciò che conta per davvero è la quota di potere che si riesce a conquistare.
Nel partito berlusconiano molti vorrebbero rendere la pariglia a Lombardo per questo suo disinvolto
comportamento. Taluni minacciano, addirittura, di rimettere in moto il “laboratorio politico siciliano”: un tenebroso eufemismo che sottende la ricerca di un accordo col centro-sinistra, o parti di esso. A partire da Catania, capitale del feudo lombardiano.
Non so a voi, ma a me succede che al solo evocare questo “laboratorio” sento come un brivido attraversarmi la schiena. In una terra come la Sicilia, dove il trasformismo è diventato l'ideologia dei ceti dominanti (Il Gattopardo docet), ogni qual volta che si è voluto sperimentare qualcosa per capriccio o per pura ripicca i risultati sono stati disastrosi.

Meglio lasciar perdere gli esperimenti azzardosi e ricondurre il tutto entro i confini di un confronto democratico, trasparente, alternativo.
A questo dovrebbe tendere il Partito Democratico, coinvolgendo nell'iniziativa tutti i partiti disponibili al cambiamento, senza per questo destabilizzare il governo Prodi. Sarebbe un grave errore lasciarsi incantare, per la seconda volta, dalla sirena berlusconiana. Anche se è necessario lavorare per varare un pacchetto di riforme possibilmente in accordo con l'opposizione. Senza fermarsi, cioè, alla sola riforma elettorale che - se ci fate caso - nessuno vuole riformare fino al punto di reintrodurre almeno un voto di preferenza, affinché siano gli elettori (e non i segretari di partito) a scegliere i candidati che li andranno a rappresentare in parlamento.
Parlando di riforme, credo che il Mezzogiorno abbia qualcosa da dire e da proporre. Dal Sud e dalla Sicilia dovrebbe partire una volontà forte di cambiamento, di autodeterminazione civile ed economica, suffragata da idee e progetti davvero innovativi.
In ogni caso, la prima riforma dovrebbe essere quella di restituire ai cittadini delle regioni meridionali la pienezza dei loro diritti costituzionali e la libertà d'intrapresa, ancora pesantemente conculcati dal malgoverno e dalla criminalità organizzata.
Fino a quando metà del Paese non godrà di tali diritti, l'Italia non sarà un paese normale nel libero consesso delle nazioni europee.

Oggi che, finalmente, in Sicilia, sembra essersi incrinato un equilibrio fondato sul terrore, Stato e Regione, se desiderano recuperare oltre mezzo secolo di colpevole inerzia, sono chiamati a svolgere fino in fondo il loro ruolo di forza propulsiva dello sviluppo nella legalità.

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06 dicembre 2007

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