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La Sicilia è ferma, da troppo tempo...

Anzi no! L'isola non è ferma, va indietro... L'analisi politica di Agostino Spataro

04 luglio 2011

LA SICILIA PERICOLOSAMENTE BLOCCATA
di Agostino Spataro

Da troppo tempo, la Sicilia è ferma; ostaggio del conservatorismo dei suoi gruppi dominanti. Questo è il nodo politico centrale che, però, nessuno dei responsabili è disposto ad ammettere e, soprattutto, ad affrontare.
Anzi, guai a chi fa notare le vistose crepe di questo mostruoso edificio del potere costruito intorno alla Regione.

Ferma, per modo di dire. In realtà, va indietro, si allontana dagli standard raggiunti da altre regioni, non solo del centro nord. Sì, perché nelle dinamiche economiche e sociali la fissità non esiste: chi sta fermo viene sorpassato da altri che camminano. E così vediamo l’Isola, le sue belle province, quasi sempre precipitate al fondo di tutte le classifiche statistiche.
Senza che succeda nulla. Il vero dramma della Sicilia sta anche in questa mancanza di percezione, di reazione, di opposizione. I giovani, invece di reagire, se ne vanno, dolenti e rassegnati, in cerca di un lavoro degno, di luoghi di studio e di cura più idonei al bisogno.
Restano i figli dell’illegalità, della raccomandazione, del clientelismo deteriore. La Sicilia sembra fatta per loro. Solo per loro.
Il processo ha radici vecchie, ma oggi stanno venendo al pettine tutti i nodi, irrisolti o rinviati; si sta toccando il limite estremo, oltre il quale il sistema può esplodere.
Pessimismo o specchio della realtà? Ognuno può farsene un’idea da se, guardandosi intorno.  A cominciare dalla morta gora in cui è caduta la politica siciliana che, se non ci fosse qualche arresto eccellente, batterebbe la fiacca.
Spiace rilevarlo, ma questa è la sensazione più diffusa fra la gente.
Un clima pesante che coinvolge e connota i comportamenti di quasi tutto il corpo politico e parlamentare di maggioranza e d’opposizione.
In tutto ciò gravissima è la responsabilità di chi, per sopravvivere, ha stravolto la corretta dialettica democratica ed elettorale e anche di chi si è lasciato stravolgere, allettato dalla partecipazione a queste giunte senza né testa né coda.

Lo dico chiaro: l’avere infilato il Pd in questo tunnel oscuro non è solo un errore di valutazione politica, ma una grave responsabilità strategica che rischia di bruciare ogni possibilità di cambiamento imperniata sul centro-sinistra e sostenuta da un ampio schieramento di forze e di gente per bene.
E’ tempo che gli strateghi comincino a rispondere delle loro azioni all’opinione pubblica, ai tanti interrogativi che molti militanti si pongono. Se la pallina erratica del "terzo polo" dovesse, infine, fermarsi sulla ruota di Alfano, fiammante segretario del Pdl, cosa farà il Pd? Affronterà, da solo o con Lombardo (visto che Idv e sinistra rifiutano ogni ipotesi di collaborazione col governatore) la battaglia elettorale contro il clientelismo scientifico alla catanese e il sistema di potere vigente alla Regione?
Domande, nodi politici che si sperava venissero sciolti nell’attesissima assemblea regionale del partito democratico e per altri versi nella convention ri-fondativa del Mpa.
Purtroppo, l’assise del Pd ha deciso di non decidere su nulla. E’ prevalso il solito metodo del temporeggiamento, della strizzatina d’occhio, del silenzio in attesa di... nomina.
Insomma, un capolavoro di doroteismo realizzato da manovratori adusi a tali pratiche, come ai vecchi tempi democristiani.

Da Catania, in verità, di nuovo c’era poco d’attendersi. Il governatore ci ha abituati a queste rifondazioni annuali, auto celebrative, che non modificano di una virgola il suo disegno di conquista di nuove quote di potere e di galleggiamento del suo governo di turno.
Il cambiamento? Sarà per un’altra volta.
D’altra parte, in Sicilia, il cambiamento, quando si è verificato, non sempre è andato nella direzione del progresso, della legalità. Perciò un po' tutti lo temono, anche coloro che sinceramente lo desiderano.
Oltre la contingenza, in taluni settori della cultura e della politica siciliane c’è un quid che emana il lezzo rancido di una resistenza, tenace e diffusa, al cambiamento.
Taluni partiti e loro rappresentanti alla regione, dietro lo scudo corroso dell’Autonomia, si comportano come un formidabile blocco conservatore.
Per conservare cosa? Forse, la scandalosa gestione del bilancio regionale emersa, l’altro ieri, dall’impietosa analisi della Corte dei Conti?
La Sicilia è come sequestrata dal conservatorismo dei suoi ceti dominanti.
Per liberarla ci vogliono riforme vere ossia capaci di modificare lo stato di cose presenti e di spostare in avanti il ruolo delle forze sane e fattive, anche imprenditoriali, modificando a loro favore i rapporti di forza nelle istituzioni, nell’economia e nella società.
Come fare? Difficile rispondere.
Per affrontare questa bella prospettiva è necessario uno sforzo concreto di autorigenerazione dei partiti. In mancanza, i siciliani onesti dovrebbero decidersi a uscire dal guscio dell’individualismo e del timore reverenziale, dal recinto di militanze abitudinarie e ininfluenti e insieme ritrovarsi in campo aperto, a Palermo e nell’intera Sicilia, per fare quel che si è fatto a Milano e perfino a Napoli.

Pubblicato, con altro titolo, in La Repubblica del 3 luglio 2011

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04 luglio 2011
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