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La sposa Siriana

Un atto d'amore per la libertà e per un intero popolo che continua a sognare e a sperare

29 luglio 2005







Noi vi segnaliamo...
LA SPOSA SIRIANA
di Eran Riklis

Usi, costumi e fondamentalismi. La realtà siriana riflessa dagli schermi della televisione e dalle conseguenze di un matrimonio combinato. Una donna israeliana fedele al movimento Druze si appresta a convolare a giuste nozze con un noto personaggio della televisione siriana. Non si sona mai incontrati prima. Un salto nel buio compiuto il quale, la donna non potrà più fare ritorno a casa.

Distribuzione Mikado
Durata 97'
Regia Eran Riklis
Con Hiam Abbass, Makram Khoury, Clara Khoury, Ashraf Barhom


La critica
''Come accadeva nella commedia all'italiana, una storia divertente serve a far capire molte cose serie. (...) La commedia analizza tutte le difficoltà da superare per arrivare sul luogo delle nozze, tutte le complicazioni: la sposa, ormai siriana, ad esempio, non potrà più vedere sua madre perché è vietato attraversare il confine; una burocrazia soffocante non consente di vivere senza documenti, bolli, timbri, discussioni.''
Lietta Tornabuoni, 'La Stampa'

''E' un bel film 'La sposa siriana' anche questo suo vivere sul confine, che è geografico ma soprattutto emozionale specie attraverso uno sguardo che ne sa catturare le zone invisibili dell'assurdo. Viene alla mente l'ultimo film di Amos Gitai 'Free Zone', anche lì un confine attraverso per economie nelle quali si cancellano le differenze, anche lì una ripetizione del dialogo impossibile in finita che la critica israeliana ha ovviamente massacrato, mai perdonando al regista la sua libertà mentale distillata in una presenza anche atto d'amore per Israele, dunque lavoro constante di consapevolezza e non facile rifiuto critico d'esilio. 'La sposa Siriana' nasce da un documentario, 'Borders' che Riklis aveva girato qualche anno fa (1998) sullo stesso argomento, le famiglie israeliane e siriane che vivono divise anche se documento e finzione si mescolano, scivolano l'uno nell'altro, nella messinscena di una realtà che solo qui assume una verità profonda.''
Cristina Piccino, 'Il Manifesto'

''Cinema di frontiera, frontiere del cinema. Non si contano più i film sulle migrazioni e i conflitti etnico-culturali, ma quando ci si disputa lo stesso fazzoletto di terra la situazione si fa ancora più aggrovigliata. Nell'esordio di Saverio Costanzo premiato all'ultimo festival di Locarno, 'Private', la frontiera passava addirittura dentro una casa palestinese requisita dai soldati di Tel Aviv. Ma il record delle frontiere spetta a un altro film scoperto a Locarno, 'La sposa siriana', commedia amarissima dell'israeliano Eran Riklis. (...) Non fosse tutto angosciosamente vero e restituito nei minimi dettagli (anche linguistici, nella versione originale: i drusi parlano un arabo diverso), sembrerebbe un Beckett mediorientale. Ma proprio questo voleva il regista, che scegliendo una comunità del tutto speciale come quella drusa allude in realtà a una situazione ben più generale. Coprodotto da Israele, Francia e Germania, basato su lunghe ricerche e su un documentario girato sempre da Riklis lungo le molte frontiere israeliane, 'La sposa siriana' porge un soggetto delicatissimo alle grandi platee forse senza grandi colpi d'ala ma con ammirevole rigore. E riporta sugli schermi un'attrice di insolito magnetismo come Hiam Abbas (la sorella della sposa). Una palestinese fuggita da Nazareth giovanissima per approdare a Gerusalemme, Londra e poi Parigi. Dove, oltre a fare la fotografa e l'attrice (qualcuno l'avrà vista rifiorire grazie alla danza del ventre nel tunisino 'Satin rouge'), ha anche girato due corti già andati nei festival.''
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero'

''Presentato fuori concorso all'ultimo Festival di Locarno, 'La sposa siriana' di Eran Riklis, un inglese di origine siriana al suo quinto lungometraggio per il cinema, è uno di quei film che denunciano una condizione esistenziale oppressiva, descrivono le contraddizioni di un Paese, radiografano uno scenario esplosivo senza fare un'opera politica, senza tesi ideologiche, senza arrampicarsi su complicati argomenti internazionali. Con una coproduzione franco-tedesco-israeliana, Riklis ha scelto di raccontare una storia semplice ma efficace, leggera ma profonda, a tratti divertente ma polemica. (...) Il film è un atto d'amore per la libertà, per i paesaggi che ci circondano, per le donne che si battono per affrancarsi da un'aberrante discriminazione, per un intero popolo che continua a sognare e a sperare. Ma Riklis evita la retorica, il facile ricatto emotivo, il comodo didascalismo, per lavorare su un piccolo universo concentrazionario, per gestire con sobrietà le paradossali implicazioni di un semplice matrimonio. La vicenda è tenuta saldamente in pugno alternando umorismo e dolore e alludendo con misura al potere dei confini, fisici, mentali e emotivi.''
Alberto Castellano, 'Il Mattino'

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29 luglio 2005
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