"La trattativa tra mafia e Stato ci fu"

Processo Mori: presentati nuovi documenti tra cui gli interrogatori a Pino Lipari, 'consigliori' di Provenzano

01 aprile 2010

I pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, pubblica accusa al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, imputato, insieme al colonnello Mauro Obinu, di favoreggiamento aggravato alla mafia, per il fallito blitz il 31 ottobre del 1995 a Mezzojuso (PA) in cui sarebbe sfuggita la cattura di Provenzano, hanno depositato una nuova corposa documentazione agli atti del dibattimento in corso davanti alla quarta sezione del tribunale.
Tra le carte da ieri a disposizione dei legali dell'ex ufficiale del Ros gli interrogatori del geometra Pino Lipari, 'consigliori' del boss Bernardo Provenzano, già condannato per associazione mafiosa, che confermano l'esistenza della trattativa tra i carabinieri e Cosa nostra, "raccontata" ai magistrati da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che sarebbe stato protagonista del presunto patto stretto tra le istituzioni e la mafia.
Agli atti del processo anche, tra l'altro, alcuni documenti manoscritti di Ciancimino senior, consegnati ai pm dal figlio, interrogatori recenti di Massimo Ciancimino e le dichiarazioni rese ai magistrati di Caltanissetta dal giudice Fernanda Contri.

"CI FU LA TRATTATIVA CON LO STATO" - Conferma l'esistenza della trattativa tra Stato e mafia, ne colloca l'avvio tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio, parla del papello e dei rapporti tra Vito e Massimo Ciancimino e il boss Bernardo Provenzano: sono le rivelazioni dell'ex geometra dell'Anas Pino Lipari, consigliori del padrino corleonese condannato per mafia, depositate agli atti del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, imputato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Lipari è stato sentito dai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia il 17 luglio del 2009. Ai magistrati ha raccontato quanto già riferito alla Procura di Palermo nel 2002, epoca in cui intraprese una sorta di collaborazione con la giustizia. Un tentativo naufragato dopo che i magistrati scoprirono che l'ex geometra riferiva i contenuti degli interrogatori alla figlia durante i colloqui in carcere e che stava tentando una sorta di depistaggio delle indagini. Agli inquirenti sostanzialmente Lipari ha riferito di avere saputo dal medico mafioso Antonino Cinà del 'papello', il documento con le richieste del boss Totò Riina allo Stato. "Mi disse - ha Lipari detto ai pm - che erano le richieste per far finire le stragi. Cinà mi disse che l'aveva avuto da Riina, non so chi l'avesse compilato. C'era scritto di limitare gli ergastoli, il 41 bis, il sequestro dei beni".
Secondo il racconto di Lipari, il papello venne lasciato da Cinà nella portineria di Vito Ciancimino e l'ex sindaco, poi, lo prese e lo fece avere all'ex braccio destro di Mori, l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno. Il particolare l'ex geometra l'avrebbe appreso, oltre che da Cinà, dallo stesso Ciancimino che avrebbe incontrato all'hotel Plaza, a Roma, nel dicembre del 1992. A parlare della trattativa a Lipari, oltre all'ex sindaco e Cinà, sarebbe stato pure il boss Bernardo Provenzano. Confermando quanto già dichiarato ai pm nel 2002, Lipari ha detto di avere incontrato Provenzano nel '93 e di avere saputo da lui che ''non poteva essere solo un'azione fatta dagli ufficiali, ma che c'erano altre persone delle Istituzioni. Lui (il capomafia n.d.r.) faceva riferimento ai Servizi Segreti".

Le dichiarazioni rese ai pm di Caltanissetta dal giudice Fernanda Contri, ex componente del Csm ed ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, sui colloqui avuti dal magistrato col generale dell'Arma Mario Mori, sono state depositate agli atti del processo in cui l'ufficiale è imputato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Ai magistrati nisseni Contri ha riferito di essersi ricordata "alcuni particolari relativi alle stragi del 1992 e di avere avuto modo di ricostruire attraverso le agende" di due incontri avuti con Mori che aveva conosciuto, attraverso il giudice Giovanni Falcone, tra il 1986 e il 1990. Gli incontri sarebbero avvenuti il 22 luglio del 1992 e il 28 dicembre dello stesso anno. "Non erano stati ancora celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, ndr) - dice il giudice - e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino". Nel secondo incontro "Mori - spiega - mi confermò che stava incontrando Ciancimino, aggiungendo 'mi sono fatto un'idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafià".

Oltre alle rivelazioni di Lipari e ai verbali con le dichiarazioni rese ai pm nisseni dal giudice Contri, agli atti del processo Mori sono stati depositati i verbali di interrogatorio del colonnello dei carabinieri Antonello Angeli, indagato per favoreggiamento aggravato nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia. L'ufficiale si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma i pm hanno depositato il capo di imputazione a suo carico. Angeli è accusato di avere "omesso dolosamente di sequestrare documenti di interesse processuale" custoditi a casa di Ciancimino. Secondo i magistrati, il 17 febbraio del 2005, i carabinieri non avrebbero volontariamente perquisito la cassaforte della casa di Massimo Ciancimino in cui era custodito il papello. Inoltre sono stati depositati due scritti dell'ex sindaco Vito Ciancimino: in uno, a proposito di un vecchio procedimento penale conclusosi con l'assoluzione del politico Marcello dell'Utri, Don Vito scrive che "se il processo l'avesse fatto Falcone e l'avesse celebrato il giudice Ingargiola, sarebbe stato condannato". Nell'altro Ciancimino sostiene che "Mori e De Donno nel processo per la strage dei Georgofili di Firenze hanno reso falsa testimonianza" e che i legali di Riina e dei boss Graviano avrebbero voluto che Ciancimino deponesse per "sbugiardare" i due militari proprio sulla trattativa.

"MORI NON AIUTÒ IL CAPITANO ULTIMO SU PROVENZANO" - Il buon rapporto tra il generale Mario Mori, comandante del Ros, e l'allora maggiore Sergio De Caprio, l'uomo che nel 1993 catturò Totò Riina e conosciuto come il "Capitano Ultimo", si sarebbe incrinato quando De Caprio chiese di rafforzare con una trentina di uomini il nucleo che dava la caccia al superlatitante Bernardo Provenzano. Secondo quanto ha raccontato al pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, a questa proposta Mori "oppose un netto rifiuto".
Anche Giraudo, ex del Ros e amico di De Caprio è stato sentito come testimone nelle indagini sulla trattativa fra Stato e mafia, nel periodo delle stragi del 1992.
Anche il verbale di Giraudo è stato depositato agli atti del processo in cui Mori, con il colonnello Mauro Obinu, risponde di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa Nostra. "I rapporti tra Mori e il maggiore sono stati in genere molto buoni - ha raccontato Giraudo - De Caprio faceva parte della ristretta cerchia dei 'fedelissimi' di Mori". Dopo il rifiuto di Mori, raccontato da De Caprio a Giraudo, Ultimo "non sopportava più il superiore, dando evidenti segni di disprezzo che manifestava, parlando con me, esprimendosi con parole ed epiteti durissimi. Secondo De Caprio, è proprio per questa ragione che Mori non lo portò con sé ai Servizi quando venne nominato direttore del Sisde". Una frattura poi ricomposta, ha detto Giraudo, "da quando Mori non è più direttore del Sisde".

[Informazioni tratte da ANSA, La Siciliaweb.it]

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01 aprile 2010

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