La verità di Spatuzza che inquieta qualcuno

Il pentito scrive a L'espresso, il Viminale dispone un accurato e completo accertamento

06 agosto 2010

Gentilissimo Lirio Abbate,
sono Gaspare Spatuzza. Anzitutto le voglio manifestare tutta la mia solidarietà per le minacce di morte, che gli sono state indirizzate dalla mafia. Soltanto chi vive sotto questa spada di Damocle sa quanto costa un atto di Libertà. La Libertà di dire ciò che si pensa, con altre parole la Verità, cosa che oggi in tanti non vogliono ne meno sentirla pronunciare.
Detto questo, La informo che ho ricevuto la Sua richiesta di un'intervista, mi spiace dirglielo, ma per adesso non è possibile. Sono certo che comprenderà la mia decisione.
Ma, non posso sottrarmi a quelle poche domande che tra l'altro, trattano temi sociali, cosa che mi sta molto a cuore. Prima perché amo la mia Terra, secondo, credo che sia più che un mio dovere dare delle spiegazioni a chi come Lei appartiene a quella Società Civile di cui è parte offesa di tutta questa triste Storia, dunque, al Cittadino Lirio Abbate...


Comincia così la lunga lettera, o meglio, il "memoriale" che il pentito Gaspare Spatuzza ha deciso di inviare al cronista Lirio Abbate, personaggio di spicco del giornalismo d'inchiesta sulla mafia e più volte minacciato e vittima di atti intimidatori da parte di Cosa Nostra.
Nello scritto di Spatuzza, che L'espresso ha pubblicato nel numero attualmente in edicola, si racconta il suo percorso di pentimento e il suo pensiero sulla mafia. Percorso di pentimento che ha trovato credito nei magistrati di Palermo, Caltanissetta e di Firenze, ossia in quei giudici che grazie alle sue confessioni hanno potuto portare avanti, a volte stravolgere, le inchieste sulle stragi mafiose del 1992 e del '93. Percorso di pentimento creduto dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che nei giorni scorsi, parlando proprio della sua collaborazione, ha detto: "Dopo tanti anni, una persona che si sente macerata nella coscienza da un serie di verità di cui è portatore, ha voluto parlare. Sono stato il primo ad ascoltarlo mi ha detto: 'Non posso più sopportare che ci siano tanti innocenti condannati e colpevoli che sono rimasti a piede libero, nemmeno sfiorati dalle indagini". Grasso ha ricordato che Spatuzza è sempre "stato fermato dalla famiglia, per preservarla da possibili ritorsioni, perché continuavano a vivere a Brancaccio. Finalmente ha trovato il coraggio di dire 'Anche se la famiglia non mi segue non mi interessa niente. Abbandono mia moglie e mio figlio e voglio dire la verità'".

"Mafiosi non si nasce - scrive Spatuzza nel suo memoriale - le circostanze possono essere tante per indurre un soggetto a diventarlo. Mafioso diventa chi ha subito delle vessazioni, cerca di avvicinarsi a qualcuno che lo è, per portare a termine la sua vendetta personale. Ma una volta partita, non lo ferma più nessuno". Secondo Spatuzza, "la mafia è il sistema più funzionante che ci sia. Se mi rubano la macchina mi rivolgo a chi di dovere che non è lo Stato gli do gli estremi numero targa, colore ora e giorno e via del furto. Nell'80% dei casi la macchina già la sera è sotto casa". Sull'eventualità che Cosa Nostra possa essere mai sconfitta, il pentito risponde citando il mito della Araba Fenice che ogni cinquecento anni si materializza dai deserti di sabbia e rinasce a una nuova vita, adattandosi alle circostanze odierne. Spatuzza racconta anche la storia del pizzo anche ai piccoli negozi nato negli anni Ottanta nel periodo del maxi processo. "In quel periodo - racconta - la mafia era in seria difficoltà economiche, così decidono di chiedere ai piccoli negozianti un pensiero per i carcerati. Poi la cosa è degenerata". Per Spatuzza la richiesta del pizzo dovrebbe essere proibita in Cosa nostra come succede per lo sfruttamento della prostituzione. "Nel chiedere il pizzo - conclude - Cosa nostra scende allo stesso livello di chi fa soldi alle spalle delle donne".

La lettera di Spatuzza all'Espresso ha provocato i sospetti del deputato del Pdl Amedeo Laboccetta, componente della commissione Antimafia. "Ho chiesto con un'interrogazione urgente al ministro Roberto Maroni di fare chiarezza sui rapporti opachi che intercorrono tra il pentito Spatuzza ed il settimanale L'Espresso". "Come è noto - ha aggiunto il parlamentare - sul numero ora in edicola de 'L'Espresso' è apparso un articolo dal titolo "La mia verità sulla mafia" a firma di Gaspare Spatuzza. Il criminale in questione ha di fatto rilasciato una vera e propria intervista attraverso tale Lirio Abbate, contravvenendo agli obblighi di legge previsti per i collaboratori di giustizia". "Se, come ritengo - ha aggiunto Laboccetta - l'intervista di Spatuzza non è stata preventivamente autorizzata dagli organismi competenti, il governo deve accertarlo rapidamente e spiegarlo al Parlamento". "La vicenda è grave e terribilmente inquietante - ha concluso il deputato Pdl - e spero che anche la magistratura vorrà occuparsene per quanto di sua competenza".

Dopo la richiesta di Laboccetta, il Viminale ha disposto "un accurato e completo accertamento" per definire le modalità con cui il settimanale 'L'Espressò ha ottenuto il memoriale-intervista al pentito Gaspare Spatuzza, che non è stata autorizzata dal ministero dell'Interno.
L'art.12, comma 2 lettera d), della legge n.82/91, ha sottolineato il Viminale in una nota, impegna i collaboratori di giustizia "a non rilasciare a soggetti diversi dalla autorità giudiziaria, dalle forze di polizia e dal proprio difensore dichiarazioni concernenti fatti comunque di interesse per i procedimenti in relazione ai quali hanno prestato o prestano la loro collaborazione". E' questo il motivo per cui la Commissione, a cui spetta il compito di definire l'applicazione delle misure di protezione, ha adottato già nell'aprile 2005 una determinazione di carattere generale secondo la quale "é possibile per gli interessati rilasciare interviste o dichiarazioni a soggetti terzi, a condizione che ricorrano finalità di studio o di ricerca e solo previa autorizzazione della Commissione, acquisito il parere favorevole da parte dell'autorità giudiziaria competente".
Il Viminale ha ricordato poi che Gaspare Spatuzza "é attualmente in regime di piano provvisorio di protezione, perché le norme sui collaboratori di giustizia sospendono gli effetti delle revoche delle misure di protezione in caso di impugnativa al Tar, ed è prassi della Commissione che il provvedimento non sia eseguito in attesa del decorso dei termini per la presentazione del ricorso al Tar medesimo". E quindi "la disposizione prima richiamata si applica anche nei suoi confronti". Il ministero dell'Interno conclude sottolineando che, poiché "non vi è stato alcun provvedimento di autorizzazione al rilascio di interviste" nei confronti di Gaspare Spatuzza e poiché sull'Espresso è apparso un memoriale-intervista curato dal giornalista Lirio Abbate e firmato dallo stesso Spatuzza, "é stato disposto un accurato e completo accertamento volto ad appurare le circostanze che hanno determinato il rilascio del sopra richiamato memoriale-intervista, e se vi siano state violazioni del divieto imposto dall'art.12, comma 2 lett. d), della legge n.82/91".

La direzione del settimanale ha precisato in una nota che: la lettera di Gaspare Spatuzza pubblicata sul numero in edicola dell’Espresso è stata autorizzata dalla magistratura. La direzione dell’Espresso ha inoltre sottolineato che "il giornale aveva da tempo chiesto un’intervista a Gaspare Spatuzza che però era stata da lui rifiutata. Successivamente il collaboratore di giustizia – che non è stato ammesso al programma di protezione – ha chiesto e ottenuto dalla magistratura l’autorizzazione a inviare all’Espresso una lunga lettera, quella pubblicata sul numero 31 del 5 agosto 2010″.

[Informazioni tratte da Ansa, Adnkronos/Ing]

- Spatuzza: 'La mia verità' a cura di Lirio Abbate (L'espresso)

- Il testo integrale del memoriale di Gaspare Spatuzza pubblicato da L'espresso

 

 

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06 agosto 2010

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