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La verità, soltanto la verità... ''Doppio fuoco'', l'articolo de ''il manifesto'' del 26/05/05

I nuovi accertamenti tecnici e balistici in corso a Roma sull'auto

27 maggio 2005

Su Calipari e Sgrena spararono due soldati
di Alessandro Mantovani (il manifesto 26 maggio 2005)

Due armi diverse. Forse perfino di tipo diverso, la mitragliera del blindato e un fucile mitragliatore impugnato da un uomo a terra. La sera del 4 marzo, sulla rampa che porta alla Irish route diretta all'aeroporto di Baghdad, la Toyota Corolla con a bordo Nicola Calipari e Giuliana Sgrena è stata colpita da proiettili che non provenivano dalla stessa arma.
Il soldato Mario Lozano non è stato l'unico a sparare.
Contro gli italiani ha fatto fuoco almeno un altro militare della pattuglia che presidiava il posto di blocco ''volante'' numero 541. Cade così ogni residua parvenza di attendibilità per il rapporto conclusivo della commissione d'inchiesta statunitense, quello che i rappresentanti italiani hanno rifiutato di sottoscrivere per presentare una loro autonoma relazione. La novità arriva dagli accertamenti tecnici e balistici in corso a Roma sull'auto, ordinati dalla procura nell'ambito dell'indagine giudiziaria sull'omicidio di Calipari e il tentato omicidio di Giuliana Sgrena e del funzionario del Sismi che era alla guida.
«Il professor Domenico Compagnini, nostro consulente tecnico - annuncia l'avvocato Alessandro Gamberini che assiste Giuliana Sgrena - ha rinvenuto sull'auto un frammento di proiettile, un frammento sufficientemente grande per poter rilevare la rigatura, l'impronta che permette ai balistici di identificare l'arma che ha sparato. Il frammento tra i vetri dei finestrini o del parabrezza. E il professore ha potuto compararlo, al microscopio, con il proiettile estratto durante l'autopsia di Nicola Calipari e appartenente al proiettile che l'ha ucciso. Le rigature del frammento non coincidono con quelle del proiettile, sono incompatibili».

Compagnini, docente all'università di Catania, è un balistico di fama internazionale, nominato d'ufficio in delicati processi di mafia, nelle indagini sulle nuove Br e in casi come l'omicidio di Marta Russo. La sua scoperta è stata immediatamente condivisa con i periti della procura, tra i quali c'è anche un funzionario della polizia scientifica e un balistico del Ris dei carabinieri, e delle altre parti civili.
Su quell'auto, rimasta per quasi due mesi a disposizione dei comandi Usa di Baghdad, ci sono frammenti di proiettili sparati da due armi, dunque da due persone diverse. «E questo è un dato tecnicamente certo», afferma l'avvocato Gamberini. C'è poi l'ipotesi, ancora da verificare, che i frammenti appartengano a ogive diverse anche per calibro. Quello ''nuovo'', per così dire, potrebbe essere più piccolo: forse un 5,56 sparato da un fucile mitragliatore elaborato dall'M16 e non un 7,62 come quello che ha ucciso Calipari. E che, a quanto si legge nel rapporto Usa, sarebbe stato sparato dalla mitragliatrice M240B montata sulla torretta del blindato e manovrata, sempre secondo il rapporto Usa che cita i soldati, dal fuciliere Mario Lozano, appartenente al 69° reggimento di Fanteria della Guardia Nazionale di New York. Ma in ogni caso una seconda arma non poteva essere anche quella sulla torretta del blindato, quindi a impugnarla doveva essere un soldato a terra.

«E' una novità che definirei clamorosa - osserva l'avvocato Gamberini - perché smentisce in radice la ricostruzione americana su un punto decisivo, il fatto che un solo militare, addetto al posto di blocco, avesse prima avvertito e poi sparato, in una situazione nella quale gli americani presentano un meccanismo che sembra tutto sotto il controllo di questo fuciliere, il quale con zelo adempie a tutti gli obblighi perché ha paura che il posto di blocco venga attaccato. Se si introduce un altro che spara - dice ancora il legale di Giuliana Sgrena - gli americani devono spiegare perché non ce l'hanno detto prima. E come mai un altro ha sparato se ci viene detto che colui che aveva il compito era Lozano? Chi? Da quale punto? Si aprono molti interrogativi».

La commissione presieduta dal generale Peter Vangjel, per quanto si evince dal rapporto pubblicato il 25 aprile scorso, non ha mai svolto accertamenti balistici né analisi approfondite dei reperti trovati sulla Toyota. Ha soltanto preso per buone le dichiarazioni dei militari della pattuglia comandata dal capitano Michel Drew (anche lui della Guardia Nazionale di New York), i quali hanno raccontato che Lozano ha fatto tutto da solo: ha acceso il faro di segnalazione, ha puntato l'auto con il laser verde, quindi ha sparato i colpi di avvertimento e poi quelli diretti all'abitacolo, mentre la Toyota non si fermava e anzi accelerava. Tutto nell'assoluto rispetto delle regole d'ingaggio, peraltro specificate solo a voce dai comandanti.

Nella commissione cosiddetta ''congiunta'' la rottura si è verificata quando gli americani hanno preteso che il rapporto finale precisasse che la pattuglia aveva rispettato le regole d'ingaggio, senza tener conto di quanto dichiarato dal funzionario che era al volante e dalla nostra Giuliana, che invece hanno visto il fanale solo nel momento in cui sono arrivate anche le raffiche. Loro peraltro affermano che l'auto andava a 40-50 chilometri orari, mentre i soldati dicono tra gli 80 e i cento all'ora. I commissari italiani hanno anche accertato che il punto denominato ''alert line'' nel quale Lozano, secondo gli Usa, avrebbe correttamente acceso il faro di segnalazione, era in realtà fuori dalla visuale offerta dalla torretta del blindato.
Come faceva a segnalare se non poteva ancora vedere l'auto? E soprattutto l'ambasciatore Cesare Ragaglini e il generale Pier Luigi Campregher hanno cercato inutilmente di far rilevare agli uomini del Pentagono e del Dipartimento di Stato che il posto di blocco non era segnalato, era organizzato su una rampa buia e corta che non consentiva alle auto di fermarsi ed era stato mantenuto in quella posizione per oltre un'ora e mezza, con relativo stress per i soldati, senza motivo. Era infatti una blocking position temporanea, volante, destinata a durare appena dieci minuti per il passaggio dell'ambasciatore John Negroponte, transitato sulla Irish route un'ora prima dell'arrivo della Toyota. La mancata smobilitazione è stata attribuita a problemi delle comunicazioni satellitari ma, qualche minuto dopo la sparatoria, gli stessi ufficiali italiani che erano all'aeroporto hanno potuto constatare che la radio funzionava benissimo.

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27 maggio 2005
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