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Le candidature siciliane nel Partito democratico: in Sicilia... si può fare? Un articolo di A. Spataro

06 marzo 2008

CANDIDATURE, IL CASO SICILIA
di Agostino Spataro

Lumia sì, Lumia no. Non è questo il dilemma. Questo è solo un punto dolente di una condizione di disagio molto più ampia. Insomma, il “porcellum” ha colpito ancora.
Soprattutto in Sicilia dove s'estende la protesta per le candidature “sicure” scelte dal gruppo ristretto del loft (in italiano = piccionaia) del PD.
Anche in altre regioni si registrano vistosi mal di pancia, tuttavia il caso più clamoroso è quello siciliano dove le nomine per i collegi di Camera e Senato hanno provocato più dissensi che consensi. Addirittura qualche formale ricorso ai garanti, come quello presentato da Arcidonna (leggi).
Effettivamente, sembra che qui si sia raggiunto il massimo grado d'incoerenza fra propositi di rinnovamento e nomi che lo dovrebbero rappresentare in Parlamento.

C'è poco da fare: in Sicilia tutto si complica e alla fine si piega ad interessi, personali o di cordata, che sembrano divenuti inossidabili e pertanto inamovibili.
Se si tocca qualcuno non è per rimuoverlo definitivamente ma solo per muoverlo verso un altro incarico di ugual peso. Il peggio che può capitargli è d'esser sostituito con un parente o con un candidato fidato.
Per altro, quest'anno il gioco è più agevole visto che le elezioni abbondano e le incompatibilità difettano. Avremo, infatti, una grande abbuffata elettorale: politiche, regionali, provinciali e comunali. Eppure, nonostante cotanta abbondanza, non si riesce a far prevalere una logica di vero  rinnovamento. Per intenderci, non solo anagrafico o di facciata.
Dispiace che tutto ciò succeda anche in un partito che dichiara d'affidare a donne e uomini nuovi e competenti la sua strategia di cambiamento.
Insomma, in Sicilia “non si può fare” quello che altrove, forse, si potrà fare.
L'Isola sembra divenuta una sorta di cimitero delle buone intenzioni, dove anche uno slogan tanto abusato (in verità, anche un po' banale) s'infrange contro lo scoglio granitico di solide posizioni di rendita elettorale, anche di tipo personale.

Attendiamo di leggere l'elenco dei fortunati “nominati” degli altri partiti concorrenti, ma già dai nomi che circolano non c'è da fare salti di gioia. Gli esiti che usciranno da palazzo Grazioli potrebbero essere anche peggiori di quelli prodotti nella “piccionaia” del PD.
Comunque andranno le cose, credo però che non tutti hanno diritto di lamentarsene. Soprattutto coloro che sono soliti protestare un minuto dopo che la scelta è avvenuta, magari a loro danno. Chi intimamente sperava che l'esclusione sarebbe toccata ad altri. In quel caso, niente proteste e minacce di abbandono. Viva il “porcellum”, il loft e quant'altro derivato.
Una certa preoccupazione si nota anche nelle parti più basse delle “testate” poiché se il Pd non dovesse vincere non scatterebbero i relativi premi e quindi si ridurrebbero i posti sicuri.
L'unico antidoto a questa deriva centralistica sarebbero state le “primarie”, ma i leader e molti dei  candidati oggi delusi non le hanno volute, con la scusa che mancava il tempo. O la volontà?

Ora, a parte le sorti personali di questo o di quella, resta un problema serio da considerare che è quello di valutare l'incidenza di tali dissensi sulla capacità di mobilitazione e sullo stesso esito elettorale del Pd che certo in Sicilia non naviga nell'abbondanza.
Agli strateghi di questa sorta di sconfitta elettorale programmata, bisogna ricordare che l'elettorato democratico e di sinistra, checché se ne dica, ha una spiccata sensibilità democratica e più di altri è abituato a partecipare, in vario modo, alle decisioni che lo riguardano. Anche ai tempi del “centralismo democratico” era così. Se non altro per il fatto che la legge elettorale, allora, prevedeva le preferenze che, per quanto orientate, affidavano all'elettore la scelta finale del parlamentare da eleggere. E nel segreto dell'urna. Roba che oggi ci possiamo solo sognare.
Perciò, risulta piuttosto ostico accettare liste decise da un vertice lontano e per di più infarcite di nomi a dir poco bizzarri o addirittura esterni alla realtà territoriale che dovrebbero rappresentare in  parlamento.
Tutto ciò potrà smorzare gli entusiasmi e anche provocare una pericolosa ripulsa dal voto, a tutto vantaggio degli altri partiti.

Nel campo opposto, invece, questo disagio è poco o nulla avvertito poiché gli elettori del Pdl sanno  d'andare a votare per un partito-azienda che quest'anno si è ingrandito con l'incorporazione di An.
Accettano cioè una logica meramente di potere dove contano solo i blocchi di voti e la fedeltà al padrone.
Pertanto, non è improbabile che questa diffusa insoddisfazione per le candidature possa danneggiare il Pd e molto meno o nulla il Pdl. Ma tant'è.
Al punto in cui sono giunte le cose, non è facile prevedere una correzione delle testate di lista. Non per risolvere il singolo caso, ma per farle di più aderire alle tante risorse e potenzialità del territorio siciliano. Parrebbe di no, a leggere le ultime dichiarazioni di Veltroni.
Tuttavia, l'incresciosa vicenda dovrebbe richiamare tutti alla coerenza dei comportamenti (anche individuali) e alla necessità di una riforma radicale del “porcellum”, voluto da Berlusconi ma da tutti fruito, che sta conducendo al degrado il Parlamento repubblicano ovvero il pilastro portante della democrazia italiana.

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06 marzo 2008
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