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Le indagini sul ministro dell'Agricoltura Saverio Romano...

La Procura insiste per l'archiviazione ma accusa: "Dall'indagine è emerso un quadro di contiguità con Cosa nostra"

10 giugno 2011

La Procura di Palermo insiste per la richiesta di archiviazione nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Ma davanti al gip Giuliano Castiglia il pubblico ministero Nino Di Matteo accusa: "Dall’indagine è emerso un quadro preoccupante di evidente contiguità con le famiglie mafiose di Cosa nostra".
Secondo la ricostruzione del magistrato che a lungo ha indagato sui rapporti fra mafia e politica, ci sarebbe la prova di almeno tre episodi che vedono come protagonista Romano. "Innanzitutto, la richiesta di consenso elettorale per Cuffaro sollecitata nel 1991 ad Angelo Siino - ha spiegato ieri Di Matteo in udienza - con la consapevolezza che Siino orbitasse in ambienti mafiosi". Il secondo episodio citato dal pm riguarda un pranzo a Roma, in un ristorante a Campo dei fiori: "Era presente anche l’attuale pentito Francesco Campanella - ha spiegato - Romano disse, facendo riferimento a lui: Francesco mi vota, perché siamo della stessa famiglia". Per la Procura, "non si tratterebbe della famiglia Dc, ma della famiglia mafiosa di Villabate". Il terzo episodio riguarda la candidatura di Giuseppe Acanto: "Fu caldeggiata a Romano da Campanella e da Nicola Notaro, il responsabile cittadino del Cdu oggi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa".
"Queste sono le prove - ha concluso Di Matteo - della contiguità di Romano ad ambienti mafiosi, ma non sono sufficienti per dimostrare il suo contributo specifico e consapevole all’associazione mafiosa".
Il gip si è riservato di decidere sulla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura. La chiusura dell’inchiesta è stata sollecitata anche dai legali dell’esponente dei Responsabili, gli avvocati Raffaele Bonsignore e Franco Inzerillo. Il giudice ha rinviato la decisione non indicando il termine in cui scioglierà la riserva.

LA STORIA DELL'INCHIESTA - L’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Romano venne avviata nel 2001 e fu poi archiviata nel 2005 per scadenza dei termini. Dopo le rivelazioni del pentito Francesco Campanella i pm chiesero e ottennero dal gip la riapertura del fascicolo. Inizialmente si contestavano al politico due episodi: uno avvenuto nel '91 quando, insieme all’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, avrebbe incontrato Angelo Siino, la longa manus dei boss corleonesi negli appalti, per chiedergli i voti delle cosche. Il nome del politico spuntò poi nella cosiddetta indagine "Ghiaccio" che coinvolse il capomafia Giuseppe Guttadauro. Agli atti finì una conversazione intercettata da cui emergeva la volontà del boss di incontrare Romano, ma l’incontro non ci sarebbe mai stato. La scadenza dei termini per indagare obbligò la Procura a chiedere l’archiviazione.
Ma alla fine del 2005 l’inchiesta fu riaperta a seguito delle rivelazioni di Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate vicino ai boss Mandalà. Fu lui a dire che Romano era a disposizione della cosca e che avrebbe appoggiato la candidatura di Giuseppe Acanto, uomo sostenuto dal clan di Villabate. Un dato che ricorre nella sentenza definitiva che ha condannato Cuffaro per favoreggiamento aggravato. Scrivono i giudici: "Campanella incontrò Romano per chiedergli l’inserimento di Giuseppe Acanto nella lista Biancofiore e ciò riferendogli espressamente che si trattava di un candidato sostenuto dal gruppo di Villabate e da Antonino Mandalà". La lista Biancofiore era, nelle elezioni regionali 2001, espressione dell’Udc siciliana. Romano era a quel tempo dirigente di primo piano del partito dal quale si è recentemente distaccato per fondare il Pid e aderire al gruppo dei 'Responsabili' che sostiene il governo Berlusconi. Campanella raccontò poi che durante un pranzo nel 2004 con Cuffaro, Romano e altre persone, il politico riferendosi a lui avrebbe detto: "Francesco si deve stare buono perché facciamo parte della stessa famiglia e se non ci crede vada a Villabate e si informi". Il racconto fu confermato da Francesco Bruno, uno dei partecipanti al pranzo. Per gli inquirenti con il termine "famiglia" il politico si sarebbe riferito al clan mafioso di Villabate. Le rivelazioni di Campanella, però, non hanno trovato riscontri ulteriori e la Procura è tornata a chiedere l’archiviazione dell’indagine. Questa volta il gip non ha accolto subito l’istanza e ha prima convocato le parti poi chiesto all’accusa di produrre gli atti del procedimento, scaturito dall’operazione "Ghiaccio", ritenendoli indispensabili per decidere. Da qui la nuova udienza di ieri in cui la Procura ha ribadito l’istanza di archiviazione. A questo punto il gip può o accogliere la richiesta di archiviazione, o indicare ai pm nuovi temi di indagine o disporre l’imputazione coatta.

I legali del ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, fanno sapere di "essersi associati alle conclusioni del pm" Nino Di Matteo che, nell’udienza di ieri a Palermo, "ha motivato e articolato le ragioni della richiesta di archiviazione" della posizione del politico, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Senza entrare nel merito delle considerazioni fatte dal pm in udienza, i difensori del ministro, hanno sottolineato "la condivisione degli elementi in base ai quali l’accusa ha formulato la richiesta d’archiviazione".

[Informazioni tratte da Ansa, Repubblica.it, Corriere.it, LiveSicilia.it]

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10 giugno 2011
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