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Le verità dell'unica donna ammessa ai summit di mafia organizzati dai boss di Cosa Nostra

Ecco quello che sa Giusy Vitale, sorella dei capi clan del mandamento di Partinico

07 aprile 2005

Cominciano a conoscersi le verità custodite dal primo boss in gonnella della mafia palermitana, Giusy Vitale, sorella dei capi clan di Partinico Vito e Leonardo, detti ''Fardazza'', cha da febbraio collabora con la giustizia.
Verità che raccontano di una mafia che inizia a guardare il superlatitante Bernardo Provenzano, come figura ''ingombrante'' e d'impedimento per una tranquilla prosecuzione degli affari di Cosa nostra.
Nel 1998 i boss mafiosi latitanti volevano mettere da parte Bernardo Provenzano e proprio attraverso Giusy Vitale, inviarono un messaggio al grande capo corleonese dicendogli che ''doveva stare a casa a curarsi la sua famiglia''.
La presenza del vecchio ''zio'', ricercato da 42 anni, per i giovani capimafia liberi o latitanti, fra cui Matteo Messina Denaro, era diventata ''ingombrante'' e per questo motivo avrebbero preferito una sua uscita di scena.

I fratelli della donna inoltre, si erano lamentati con l'altro capo di Cosa nostra, Totò Riina, del modo in cui Provenzano andava agli appuntamenti, raggiungendo livelli di eccentricità per niente graditi.
Giusy Vitale ha raccontato di aver partecipato tra il '91 e il '92 ad un incontro tra capi clan. Nel luogo prestabilito arrivò un prelato su un'auto blu condotta da un autista. Il vescovo era il latitante Bernardo Provenzano, che per superare indenne eventuali posti di blocco, aveva fatto ricorso a quel travestimento sicuramente inusuale.
La ''primula rossa di Corleone'' si era dunque procurato una macchina apparentemente di servizio e si era presentato con un autista ben vestito: lui si era munito di tonaca, fascia da tenere alla vita e berretta vescovile,  poi aveva viaggiato indisturbato fino al luogo dell'incontro, una zona di campagna della provincia di Palermo. Lì vi erano i due fratelli Vitale, Vito e Leonardo, a quali venne affidato il mandamento mafioso di Partinico. C'era anche la meno che ventenne Giusy, presente un po' come copertura (nel senso che con una donna in una zona isolata di campagna si dà meno nell'occhio) e un po' come apprendista boss.
Tutte queste eccentricità da parte di Provenzano non sarebbero state gradite dai Vitale perché, come ha raccontato la donna, avrebbero attirato l'attenzione degli investigatori con ''il pericolo di farli arrestare tutti''.

La collaboratrice ha affermato di avere appreso i retroscena di quella riunione dai fratelli, i quali rimasero molto stupiti, non soltanto dal travestimento di Provenzano, ma anche del fatto che all'incontro era presente anche Riina, ''il che costituiva un fatto eccezionale''. Infatti il capo (Riina) e il suo vicario (Provenzano) per evitare imboscate e arresti che avrebbero potuto colpire entrambi contemporaneamente, quasi mai si facevano trovare insieme, ''Esattamente come fanno il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti'', come disse una volta il pentito Antonino Giuffrè.
Nel corso del summit furono discussi anche gli equilibri mafiosi all'interno di Cosa Nostra. Il tema era imposto dal fatto che stava avvenendo la sostituzione dei vecchi esponenti mafiosi della zona di Partinico, come Nenè Geraci e Fifetto Nania, con i fratelli Vitale. I ''vecchi'' erano spalleggiati da Provenzano, mentre Leonardo e Vito Vitale avrebbero avuto Riina e Leoluca Bagarella come ''sponsor''.

Giusy Vitale ha raccontato poi, ai pubblici ministeri Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene, della latitanza di Provenzano e degli incontri che il boss ha avuto con i suoi fratelli, anche loro latitanti in quel periodo. Lei aveva l'incarico di portare i ''pizzini'' con i quali comunicavano. In alcune occasioni la donna avrebbe letto i messaggi che lo ''zio''  inviava al fratello. ''Ricordo che tutti i biglietti - ha detto la Vitale - si chiudevano con particolari formule di saluto, a sfondo religioso, sulle quali qualche volta mio fratello ha ironizzato''.

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07 aprile 2005
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