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Le verità di Brusca e Siino

I pentiti Giovanni Brusca e Angelo Siino sulla trattativa mafia-Stato, su Silvio Berlusconi, sull'inaffidabilità di Ciancimino

19 maggio 2011

"Tre anni fa ho incontrato i familiari di una vittima della mafia e gli ho presentato mio figlio e mia moglie. Allora non toccammo argomenti giudiziari, poi quella persona mi disse che voleva vedermi a quattr'occhi. Capii che voleva la verità sulle stragi". E' apparso a tratti commosso il pentito Giovanni Brusca durante la deposizione di ieri al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravata a Cosa Nostra. Ha ripercorso gli ultimi anni della sua collaborazione ammettendo di avere taciuto anche su particolari importanti per le indagini, come i nomi dell'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino e del senatore Marcello Dell'Utri, e rivelando di avere deciso di raccontare tutto dopo avere conosciuto il familiare di una vittima di mafia. Quell'incontro a quattr'occhi, però, non è mai avvenuto. Brusca ha rivelato i dettagli omessi solo dopo essere stato coinvolto in una nuova indagine di estorsione e intestazione fittizia di beni che mette a rischio la sua permanenza nel programma di protezione.
Incalzato dalla difesa del generale Mori, Brusca ha giustificato il suo silenzio sostenendo di non avere parlato di Vito Ciancimino "perchè era già in carcere ed anziano" e di Dell'Utri "perchè gli avevamo chiesto delle cose e non volevo creargli altri guai giudiziari visto che era già indagato".
Durante la deposizione, Brusca ha inoltre smentito Massimo Ciancimino sulla questione della cattura di Totò Riina: "Provenzano non aveva bisogno di mappe per sapere dov'era Totò Riina". Ciancimino jr ha invece sostenuto che Provenzano fece avere ai carabinieri, tramite suo padre, il sindaco mafioso Vito, la mappa con l'indicazione del covo di Riina. Dopo avere risposto alle domande dei pm il pentito è stato interrogato dai difensori di Mori dal presidente del collegio giudicante, Mario Santana, che gli ha più volte chiesto se fosse sicuro che la trattativa tra Riina e pezzi dello Stato fosse collocabile alla strage di Capaci e quella di via D'Amelio. Brusca, che in un primo momento aveva detto cose diverse, ha ribadito di essere certo che Riina consegnò il papello con le richieste della mafia allo Stato dopo l'uccisione del giudice Falcone, ma prima di quella di Paolo Borsellino.

Questi sono solo alcuni dei particolari raccontati dall'ex padrino di San Giuseppe Jato nell'aula bunker di Rebibbia. Il pentito, infatti, ha parlato anche di Berlusconi, di Nicola Mancino, delle stragi di mafia e della trattativa tra Cosa nostra e parti delle istituzioni.
Berlusconi, la mafia e il pizzo - Secondo Brusca l'attuale premier sarebbe stato oggetto di pressioni da parte dei mafiosi di Santa Maria di Gesù e avrebbe avuto rapporti con i boss Stefano Bontate e Giovanello Greco. Brusca nella deposizione di Rebibbia rispondendo al pm Nino Di Matteo ha parlato di investimenti fatti da Greco, che si sarebbe rivolto a Gaetano Cinà, dicendogli di volere riprendersi soldi dati a Berlusconi. "Cinà, persona diversa dal medico pure lui mafioso - ha detto Brusca - poteva arrivare a Berlusconi tramite Dell'Utri". L'attuale presidente del Consiglio "pagava una 'messa a posto' di 600 milioni al mese a Stefano Bontade e successivamente a Totò Riina", ha aggiunto. "Aveva smesso di pagare - ha poi affermato Brusca - e gli venne fatto un attentato. Il mandante era Ignazio Pullarà. L'attentato fu programmato perché ricominciasse a pagare il pizzo". Per questa cosa, ha sostenuto ancora il mafioso, "Totò Riina si arrabbiò e tolse la guida del mandamento a Pullarà, affidandola a Pietro Aglieri. Fu proprio Ignazio a raccontarmi questi fatti. I rapporti con Berlusconi sono durati anche successivamente".
Il pentito ha poi sottolineato che "a Milano non era solo Berlusconi che pagava". "All'inizio degli anni Ottanta - ha detto ancora - la mafia legata a Stefano Bontate, quella dei cosiddetti perdenti, investì denaro con Dell'Utri e Berlusconi". "Seppi da Ignazio Pullarà - ha aggiunto - che poi il boss Giovannello Greco, temendo di perdere i frutti dell'investimento fatto con Berlusconi, fece un blitz a casa di Gaetano Cinà per riprenderseli".

"Berlusconi può essere accusato di tutto, ma con le stragi del '92-'93 non c'entra niente" ha detto ancora Brusca, smentendo inoltre di essersi recato mai nella villa di Arcore del premier e rivelando di avere querelato gli organi di stampa per le "false informazioni scritte".
"Dopo l'arresto di Riina ho contattato Vittorio Mangano, il cosiddetto stalliere di Arcore perché si facesse portavoce di alcune nostre richieste presso Dell'Utri e Berlusconi" ha detto ancora Brusca. "Lui – ha aggiunto – era contentissimo di poterci ristabilire i contatti e ci spiegò che si era licenziato dall'impiego ad Arcore per non creare problemi a Berlusconi, ma che tutto era stato concordato anche con Confalonieri e che aveva ancora con loro buoni rapporti". A fare da tramite tra Mangano e l'allora imprenditore Berlusconi sarebbe stato un personaggio che aveva la gestione delle pulizie alla Fininvest. L'episodio risale alla fine del '93. "Gli volevamo chiedere – ha spiegato – tra l'altro, di attenuare i rigori nei trattamenti dei detenuti a Pianosa e Asinara e di alleggerire il 41 bis".
Brusca ha poi aggiunto di avere detto a Mangano, affinché questi lo riferisse a Dell'Utri in modo tale da fornirgli "un'arma politica", che la sinistra sapeva tutto sulle stragi mafiose del '92 e del '93. Dopo un mese Mangano sarebbe tornato con la risposta di Dell'Utri che gli avrebbe detto: "Vediamo cosa si può fare". Confermando quanto già dichiarato ai pm, Brusca ha ribadito di avere saputo da Mangano che dopo il contatto "erano contenti". "Non mi disse – ha concluso – a chi si riferiva".
Brusca, infine, ha ammesso di non avere avuto più notizie sui contatti tra Mangano e i suoi referenti in quanto lo stalliere di Arcore venne poi arrestato.

Il 'papello' e la trattativa - Brusca è poi passato a rivelare i particolari da lui conosciuti sulla presunta trattativa mafia-Stato. "Tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio Riina mi disse che qualcuno si era fatto avanti per chiedere cosa voleva la mafia per fare cessare gli omicidi e che lui gli aveva dato un papello di richieste. Sempre in quell'occasione mi disse che il terminale finale a cui l'elenco di cosa nostra doveva arrivare era l'onorevole Nicola Mancino". Il collaboratore ha affermato di non sapere chi fossero i soggetti che "si erano fatti avanti". Ma ha ribadito che era Mancino "il soggetto interessato a far cessare le stragi, il garante presso Cosa nostra".
"Mi disse tutto contento che si erano fatti sotto, cercando una trattativa. Io gli ho fatto un papello tanto, mi disse Riina". L'incontro di cui parla Brusca con Riina sarebbe avvenuto tra la strage di Capaci, avvenuta nel maggio '92 e quella di via D'Amelio. Circostanza che, più volte, Mancino ha smentito, sottolineando che il suo insediamento al Viminale risale al primo luglio del '92, due mesi dopo Capaci, e pochi giorni prima di via D'Amelio.
In quella fase della trattativa il boss Leoluca Bagarella, sempre secondo Brusca, "si lamentava di essere stato preso in giro da Nicola Mancino 'gliela faccio vedere io', disse con l'evidente intento di ucciderlo". "Si era rimasti insoddisfatti dell'esito", ha spiegato il pentito che ha definito l'ex ministro dell'Interno "garante e terminale della trattativa".
Inoltre, sempre secondo la ricostruzione di Brusca, dopo l'omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992) "si sarebbero fatti sotto" due personaggi come Vito Ciancimino e Marcello Dell'Utri. "Il primo portò la Lega (non ha specificato quale, ndr), l'altro un nuovo soggetto politico che si doveva costituire, o che già era costituito, non mi ricordo bene. Entrambi si proposero come alternative a Lima e al sistema politico di cui l'esponente andreottiano della Dc era stato il garante".
Un'altra fase della trattativa riguarderebbe invece il periodo successivo all'arresto di Riina (15 gennaio '93). "In quel momento a me, a Leoluca Bagarella e a Bernardo Provenzano stava a cuore attenuare i maltrattamenti inflitti nelle carceri speciali di Pianosa e dell'Asinara. Poi non volevamo revocare il 41 bis, cosa controproducente, ma svuotarne il contenuto".
Il senatore Nicola Mancino ha risposto con una nota stringata alle rivelazioni del collaboratore di giustizia: "Brusca, che da tempo ho denunciato, è un pentito itinerante tra i vari uffici giudiziari. Ripete per vendetta falsità nei confronti di un ex ministro dell'Interno che nel periodo 1992 -'93 fece registrare, tra i tanti arresti di latitanti, anche quello di Riina. Non desidero dire altro".

Cosa nostra e la politica - Nella sua lunga deposizione Busca ha tratteggiato tre fasi della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia: quella accennatagli da Riina con l'offerta ricevuta da Dell'Utri e Ciancimino, quella tra le stragi del '92 culminata con la presentazione del 'papello' e che avrebbe avuto come terminale finale Nicola Mancino, e infine quella avviata tramite Vittorio Mangano con Dell'Utri e Berlusconi. L'evoluzione di quest'ultima, se non per una generica offerta di disponibilità che Dell'Utri avrebbe indicato a Mangano, non é nota a Brusca in quanto lo stalliere di Arcore venne poi arrestato. Il pentito ha anche detto che le stragi del continente del '93 furono volute dal boss Bagarella per sollecitare la ripresa della trattativa.
"Nel '91 Totò Riina attraverso Berlusconi e Craxi voleva provare ad arrivare alla Cassazione che doveva decidere l'esito del maxiprocesso". ha rivelato ancora Brusca al processo al generale Mario Mori. Il pentito, che non ha specificato se gli sforzi del capomafia corleonese abbiano trovato risposte in quelli che lui aveva scelto come suoi intermediari per la Cassazione, ha specificato che la mafia cercò di condizionare l'esito del maxiprocesso fino al giorno prima della sentenza che poi, invece, confermò le pesanti condanne ai clan. Brusca, che sul punto comunque non è stato chiaro, ha fatto capire che Berlusconi, all'epoca semplice imprenditore, veniva visto da Riina come un tramite per arrivare al leader socialista.

I giudici della Quarta Sezione del Tribunale di Palermo in trasferta a Roma, hanno sentito anche un altro pentito, Angelo Siino. Siino, conosciuto come il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra, per i suoi interessi nella realizzazione delle grandi opere, ha parlato dei Ciancimino, padre e figlio, descrivendoli sostanzialmente come degli "inaffidabili".
"Massimo Ciancimino? Un racconta frottole. E suo padre Vito, uno pericoloso che inventava storie". Questo il giudizio di Siino sul cosiddetto superteste della trattativa tra Stato e mafia e su suo padre. "Non sapevo cosa fosse questa trattativa - ha detto - ma sapevo che Ciancimino si stava occupando, anche quando era detenuto, di cose politiche".
Siino ha poi raccontato che, tra il '93 e il '94, il boss Bernardo Brusca gli avrebbe garantito che a breve "sarebbero andati tutti a casa": espressione che faceva riferimento all'aspettativa di una revoca del carcere duro a cui sia Siino che il capomafia erano ristretti. Ma l'auspicio di Brusca non si avverò mai. Il pentito ha poi detto che il boss Riina odiava Vito Ciancimino e che questi era protetto, invece, da Bernardo Provenzano, nonostante l'ex sindaco trattasse il padrino di Cosa Nostra con grande sufficienza.
Del figlio di don Vito, attualmente in carcere per calunnia aggravata, Siino ha detto che "in Cosa Nostra era notorio che Massimo era un contafrottole, che amava la bella vita e scialacquava i soldi del padre".
Tra il '94 e il '95 i carabinieri, grazie all'aiuto di Angelo Siino, mafioso all'epoca ancora non pentito, ma solo confidente, arrivarono a un passo dalla cattura del boss Bernardo Provenzano. A impedire il blitz fu l'emozione di cui fu preda un ufficiale dell'Arma che non reagì prontamente e perse il contatto con l'auto in cui c'era il capomafia corleonese. L'inedita storia è stata raccontata da Siino al processo Mori. "Eravamo ad Aspra - ha detto -. Io accompagnavo il colonnello Meli per mostrargli i luoghi abitualmente frequentati da Provenzano. In una Mercedes blindata incontrammo il boss latitante in compagnia di un altro mafioso, Carlo Guttadauro. Io gridai: 'quello è Provenzano!'. Ma Meli per la sorpresa non riuscì a fare l'inversione e perse l'auto".
Siino ha anche raccontato di essere stato contattato, dopo l'arresto, più volte dal generale Mario Mori e dall'allora capitano Giuseppe De Donno. "Mi volevano convincere a pentirmi - ha spiegato - ma io non accettai, però indicai i luoghi in cui potevano catturare sia Giovanni Brusca che Bernardo Provenzano". Secondo il pentito, però, i carabinieri di fatto non avrebbero seguito le sue indicazioni. "Io mi meravigliavo – ha detto – perché nonostante le mie dritte non facevano nulla". A un certo punto, De Donno avrebbe detto a Siino che in quella fase le attenzioni investigative dovevano concentrarsi sulla ricerca di Brusca. Ad alcuni colloqui tra Siino e i carabinieri partecipò anche l'avvocato dell'epoca del pentito, Nicolò Amato, che nei mesi scorsi è stato sentito dalla Procura di Palermo nell'ambito dell'indagine sulla trattativa tra Stato e mafia.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Lasiciliaweb.it, Repubblica/Palermo, Corriere del Mezzogiorno]

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19 maggio 2011
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