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Lotta alla mafia senza confini

Mentre si cercano i cunicoli di Provenzano, sindacati, imprenditori e università si uniscono in un patto per la legalità

14 aprile 2005

Per due notti consecutive i carabinieri di Bagheria, cittadina a pochi chilometri da Palermo, hanno controllato il sottosuolo delle strade attorno alla clinica dell'impreditore Michele Aiello, arrestato nel novembre 2003 per associazione mafiosa, alla ricerca di un tunnel che sarebbe stato utilizzato dal boss superlatitante Bernardo Provenzano. Aiello, imputato nel processo alle talpe della Dda, è indicato come prestanome del padrino corleonese
Dopo aver bloccato il quartiere interessato, i militari hanno setacciato la zona con un sofisticato georadar, alla ricerca di una struttura sotterranea che sarebbe stata realizzata partendo dalla clinica di Aiello.
Si tratterebbe di una via di fuga creata appositamente, diversi anni fa, per il vecchio padrino corleonese ricercato da 42 anni. Il georadar ha evidenziato tracce di una struttura che potrebbe essere il tunnel creato dalla clinica di Aiello per procurare una via di fuga. I risultati ottenuti saranno adesso esaminati dagli esperti.
L'ipotesi investigativa, secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari, sarebbe nata da una indicazione fornita da un collaboratore di giustizia, che avrebbe indicato la presenza nei sotterranei della clinica di Aiello di una via di fuga appositamente creata per Provenzano nel periodo in cui il boss corleonese sarebbe stato ospitato nella struttura sanitaria.

Intanto a Palermo sindacati, associazioni imprenditoriali e del mondo delle cooperative, esponenti del mondo universitario, hanno siglato ieri il ''protocollo di consultazione antimafia per la legalità, la sicurezza e lo sviluppo''. Un accordo che impegna i firmatari a concertare iniziative comuni nella lotta alla mafia.
''Il patto tra forze produttive che sigliamo rompe il silenzio intriso di pax mafiosa, che domina una città in cui il rischio più grande è la solitudine dell'antimafia''. Lo ha detto Paolo Mezzio, segretario della Cisl Sicilia, intervenendo ieri alla cerimonia di firma del protocollo. Ci auguriamo, ha detto Mezzio, che ''nonostante il clima di fine legislatura che si respira, il Parlamento nazionale non pensi solo al varo di misure preelettorali ma raccolga il segnale che arriva dalla società siciliana'' e approvi il patto istituzionale contro la mafia previsto dal nuovo Statuto regionale.
Ciò che i sindacati temono, infatti, è che Statuto e patto siano lasciati cadere o finiscano stravolti nel bailamme preelettorale.
Il patto contro la mafia, ha insistito Mezzio, è il ''passaggio più significativo e innovativo'' del nuovo Statuto varato dall'Ars e ora all'esame del Parlamento.
''Sul lavoro svolto dall'Assemblea regionale - ha dichiarato Mezzio - abbiamo più volte manifestato perplessità per la scarsa attenzione dedicata, nel corso della redazione, dal punto di vista delle organizzazioni economiche e sociali''. Ma il patto istituzionale è un ''momento di rilievo'' perché riconosce alla Regione, per la prima volta espressamente, la missione di promuovere la cultura della legalità. Quindi, non solo di contribuire alla lotta contro ogni forma criminosa ma anche di combattere l'inquinamento mafioso dell’azione politica e amministrativa.
Durante la cerimonia di presentazione del protocollo, Salvatore Costantino, docente di Sociologia giuridica a Palermo, ha annunciato che anche l'università intende avviare ''attività di formazione alla legalità''.

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Scatta l'allarme ''mafia cinese'' in Italia
I gruppi criminali provenienti dall'Oriente stanno diventando sempre più organizzati ed aggressivi, espandendo i loro interessi: dalla contraffazione e dall'immigrazione clandestina a settori finora inediti come prostituzione e traffico di droga.
La nuova minaccia è stata evidenziata nel corso di un'audizione al Copaco (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti).
Un allarme che scatta per via della grande crescita della capacità operativa di questa mafia che si globalizza come l'economia, e che prima operava quasi esclusivamente all'interno della stessa comunità cinese.
La mafia cinese è attiva nel traffico di esseri umani, nella prostituzione, nei sequestri (per ora limitati ai loro connazionali). I canali che portano all'Italia passano da Russia, Turchia e Grecia; poi c'è ne è anche un altro, pericoloso, che passa da Malta ed arriva sulle coste siciliane.
Il forte attivismo di questa organizzazione è sottolineato anche nell'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento, che parla di ''una incisiva penetrazione nel tessuto economico-commerciale''. I clan cinesi, rileva la relazione, sono ''prevalentemente concentrati nel Centro-Nord'' e sono da sempre capaci di ''introdurre in Italia uomini e merci violando i confini ed eludendo i controlli doganali''. Si tratta di un gruppo ''particolarmente attivo nel settore della contraffazione di marchi'', ma ha fatto registrare ''sia il coinvolgimento, relativamente inedito, nel traffico di droga, sia una pronunciata aggressività interna, tradottasi in numerosi omicidi''.
La malavita cinese, inoltre, ha stabilito dei rapporti con gli altri gruppi criminali sia italiani che stranieri, con i quali agisce per il momento in ''apparente sintonia''.

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14 aprile 2005
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