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Manderlay

''America, il paese delle opportunità'': dopo 'Dogville' arriva il secondo capitolo della trilogia di Lars Von Trier

31 ottobre 2005










Noi vi consigliamo...
MANDERLAY
di Lars Von Trier

Secondo capitolo della trilogia al vetriolo del regista danese: ''America, il paese delle opportunità''. Dopo Dogville, Lars Von Trier ci trasporta nello stato dell'Alabama per una storia di razzismo, repressione e ingiustizia nell'America degli anni Trenta.
Grace (l'attrice Bryce Dallas Howard che ha preso il posto di Nicole Kidman) ha abbandonato Dogville insieme al padre e alla sua banda di gangster per cercare un nuovo posto dove stabilirsi. Il viaggio si rivela più lungo del previsto e poiché nessun luogo sembra adatto decidono di andare verso sud e di passare per l'Alabama. E' qui che Grace  entra in contatto con gli abitanti di una remota piantagione di cotone chiamata 'Manderlay', e con una terribile realtà fatta di schiavitù, repressione e ingiustizia. La ragazza tenterà di cambiare le leggi rigide e crudeli che regolano la piantagione, cercando nel frattempo di infondere negli ex-schiavi i principi della democrazia, con risultati disastrosi...


Distribuzione 01 Distribution
Durata 139'
Regia Lars Von Trier
Con Bryce Dallas Howard, Isaach De Bankole', Willem Dafoe
Genere Drammatico


La critica
''La sostanza conoscitiva che maneggia il suo ultimo film in gara a Cannes, Manderlay, a differenza del capolavoro, terrorizzato davvero e non meno falsario sui sudisti disarmati delle piantagioni (Nascita di una nazione), è talmente imbarazzante e pasticciata e confusa e giocoliera e neo-con, che quel che resta alla fine è un perbenissimo riflettere, scorato e moralista, sulla superiorità fallica dei neri e sull'astuzia perversa della democrazia (e non solo degli Usa, anche la Danimarca ne sa qualcosa) nel non abolire davvero mai la schiavitù, perché è sostanza fertile della sua civiltà e superiorità economica e del suo piacere sado-maso. E comunque, mirabilmente, ne sa insegnare i meccanismi così bene alle «razze inferiori» (primi tra tutti quei klansmen di sauditi). Cose scandalose, per uno spiritualista come Lars von Trier, in cerca di valori assoluti (cioè più che altro molto compiaciuto delle sue banali analisi e delle sue immagini-badanti). (...) poi il film è così faticoso, che dà una certa soddisfazione a chiunque arrivare fino alla fine... Ed è per questo, e anche per la fama del suo regista, estetizzante ma originale, anticonformista e una punta conturbante, che il cast è pieno di attori bravi, radicali e in gran forma come Danny Glover, Isaach de Bankole, Willem Dafoe, Lauren Bacall. Come dargli torto? (...) È giovane, e l'agonismo lo possiede. È naif, proprio come l'eroina del film, Grace, che vorrebbe regalare compassionevole la libertà agli oppressi e ne diventa nuovamente la tiranna. Insomma. È il contrario di una liberal-pragmatica. (...) A von Trier piace solo la vittoria del bene sul male. Entro orizzonti morali chiari e assoluti tutto è tollerato, anche le frottole, gli inganni, le frustrate, i furti, i bombardieri...''
Roberto Silvestri, 'Il Manifesto'

''Von Trier giura di essersi rifatto a Histoire d'O, ma è sempre forte l'influenza brechtiana: Manderlay è un apologo sul capitalismo, che sceglie l'America come terra di elezione. Bella, comunque, l'idea di chiudere il film con foto delle lotte per i diritti civili in America, da Malcom X a oggi, accompagnate dalla canzone di David Bowie Young Americans. Chi ha amato Dogville sarà deliziato, gli altri possono esimersi, anche se il seguito è più compatto e ispirato del capostipite''.
Alberto Crespi, 'l'Unità'

''Conclusione (provvisoria, questo è un film da rivedere): Manderlay è un secondo tempo della trilogia che vale il primo, chissà che cosa si prepara a farci vedere il maestro danese nel terzo''.
Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera'

''Un capolavoro (...). L'aspro Dogville al confronto con Manderlay pare candeggina al confronto col vetriolo. Innanzitutto stavolta Von Trier non s'è fatto prendere la mano. Ha inscenato tutto come a teatro, ma ha vivacizzato la tecnica di ripresa e i dialoghi, fra i più belli sentiti al cinema da trent'anni. quanto a lunghezza finalmente s'è contenuto in due ore e venti''.
Maurizio Cabona, 'il Giornale'

''Le idee di Von Trier sembrano confuse; il suo bel film è chiarissimo. Diviso in otto capitoli come un libro, narrato da una bellissima voce fuori campo come una favola, senza costruzioni scenografiche ma con appena indicazioni di spazi e luoghi teatrali come in Dogville, interpretato da bravi attori (...), il film fa pensare. (...) Il regista dice quanto sia difficile e a volte dannoso il passaggio dalla schiavitù alla libertà, come conti poco la libertà quando si ha fame, come si possa desiderare di tornare in condizione di dipendenza purché si mangi''.
Lietta Tornabuoni, 'La Stampa'

Presentato in concorso al 58mo Festival di Cannes (2005)

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31 ottobre 2005
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