Mentre "Milano sta con Di Matteo"...

All'udienza milanese col pentito Giovanni Brusca il pm palermitano non ha partecipato per motivi di sicurezza

11 dicembre 2013

Oggi un gruppo di cittadini ha organizzato un sit-in di solidarietà al Pm Nino Di Matteo davanti all'aula bunker di Milano in cui si celebra il processo sulla trattativa Stato-mafia, in trasferta nel capoluogo lombardo per sentire il pentito Giovanni Brusca.
I manifestanti hanno esibito lo striscione con scritto "Milano sta con Di Matteo". Il magistrato non partecipa all'udienza dopo il nuovo allarme suscitato dalle dichiarazioni del boss Totò Riina che, dal carcere, ha ripetutamente minacciato il pubblico ministero (LEGGI).

A rappresentare l'accusa in aula il procuratore di Palermo Francesco Messineo, l'aggiunto Vittorio Teresi e i pm Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.
A fare salire l'allarme per la sicurezza di Di Matteo, minacciato da Riina durante colloqui in carcere con un boss della Sacra Corona Unita, sono nuove esternazioni del capomafia intercettate dalla Dia. Il padrino di Corleone parla di attentati da organizzare ricordando l'epoca delle stragi mafiose. La Procura non ha ritenuto che ci fossero le condizioni di sicurezza per una trasferta a Milano del pm (LEGGI).

La deposizione di Giovanni Brusca - "Da adolescente portavo i viveri al latitante Leoluca Bagarella, poi la mia partecipazione in Cosa nostra è stato sempre un crescendo. Sono stato affiliato formalmente nel '75 prima dell'omicidio del colonnello Russo al quale ho partecipato. La mia 'combinazione' ha seguito le regole tradizionali del rito dell'affiliazione: hanno bruciato la santina, Riina mi ha punto il dito. Lui era il mio padrino. Mi hanno insegnato che prima veniva Cosa nostra, poi il resto. Io questa regola l'ho seguita".
Comincia raccontando la sua carriera criminale Giovanni Brusca, il pentito che sta deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia in trasferta a Milano proprio per la testimonianza al dibattimento del collaboratore di giustizia.
Brusca è teste, ma anche imputato nel procedimento in cui è accusato di minaccia a corpo politico dello Stato. Stessa imputazione per gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, per i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e l'ex politico Marcello Dell'Utri.
Risponde invece di falsa testimonianza l'ex ministro Dc Nicola Mancino, mentre Massimo Ciancimino è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il pentito ha parlato anche della gestione di Cosa nostra da parte di Riina e del ruolo del boss Bernardo Provenzano. "Perseguivano obiettivi comuni", ha detto riferendosi alla guerra di mafia e all'eliminazione dei nemici di Cosa nostra.
"Nel Natale 1991, Riina convocò a Palermo una grande riunione della Cupola: in quell'occasione ci annunciò che i politici ci stavano tradendo. E dovevamo romperci le corna". Brusca era fra gli invitati di quel summit: "Sapevamo che il maxiprocesso sarebbe andato male in Cassazione, anche per l'interessamento di Giovanni Falcone, che aveva fatto ruotare i componenti del collegio giudicante, sottraendo la presidenza al giudice Carnevale. Lima e Andreotti non avevano mantenuto le promesse". Così nacque la strategia stragista del 1992: prima con l'omicidio di Salvo Lima, poi con le stragi Falcone e Borsellino. "Riina diceva che ad Andreotti dovevamo rompere le corna, ostacolandolo, non facendolo diventare presidente della Repubblica. E ci siamo riusciti, anche anticipando la strage Falcone. Dopo il 23 maggio, Riina mi disse: con una fava abbiamo preso due piccioni".

Brusca ha raccontato inoltre che nei piani di morte di Riina c'erano anche Mannino e Martelli. "Mannino, ad esempio - ha detto - doveva morire perché non aveva aggiustato, tramite il notaio Ferraro, il processo per l'omicidio del capitano Basile. Riina mi diede l'ordine di ucciderlo e io chiesi tempo per studiarne le abitudini". "Per l'eliminazione di Martelli, invece, che era concreta - ha proseguito - facemmo dei piani veri. Mandai degli uomini a studiarne le mosse".

Brusca ha negato che si fosse mai parlato, invece, della volontà di ammazzare l'ex ministro Dc Vincenzo Scotti. "La priorità degli omicidi - ha spiegato - la decideva Riina. Ad esempio si cominciò con Lima perché si vociferava delle aspirazioni di Andreotti alla presidenza della Repubblica e noi sapevamo che con quel delitto avremmo condizionato quella vicenda. Per questo si decise di ammazzarlo allora: in realtà nella lista di Cosa nostra Falcone e Borsellino venivano prima".

Mentre, parlando di Marcello Dell'Utri ha raccontato: "Decisi di dire anche quel che avevo fino ad allora taciuto dopo un incontro con la sorella del giudice Borsellino, Rita, che mi chiese di sapere tutta la verità sulla morte di suo fratello". Anche questo particolare ha rivelato Giovanni Brusca parlando della sua travagliata scelta di collaborare: il nome di Marcello Dell'Utri, Brusca lo fece solo dopo l'incontro con la Borsellino. In particolare, il pentito ha raccontato del tentativo di contattare Dell'Utri tramite il boss Vittorio Mangano per ottenere benefici per i detenuti.

[Informazioni tratte da ANSA, Lasiciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it, Corriere del Mezzogiorno]

- Di Matteo: "Ho rifiutato di muovermi a Palermo su un carro armato" di Felice Cavallaro (Corriere.it)

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11 dicembre 2013

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