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Metà dei giovani italiani occupati sono precari

L'Ocse fa il quadro dell'occupazione giovanile italiana, mentre sette giovani su dieci si dicono seriamente preoccupati

17 settembre 2011

Il lavoro che non c'è, la dipendenza dalle famiglie di origine, il rischio concreto che le proprie ambizioni non possano trovare riscontro: queste le motivazioni che disegnano un futuro grigio per i giovani italiani. Sette su 10 appaiono preoccupati per la situazione del Paese, a loro parere destinata a non migliorare nel breve periodo, il 30% è pronto a trasferirsi all'estero per carcere fortuna.
E' un ritratto a tinte scure quello emerso dal sondaggio realizzato dal centro di ricerche Datagiovani e Panel Data su un campione di 600 connazionali tra i 18 e i 35 anni.
I giovani italiani temono di non potersi realizzare professionalmente e di continuare a dipendere da mamma e papà. Sono convinti di avere, di fatto, meno possibilità dei propri genitori. Valutano la situazione economica grave, con poche vie di uscita. E il 35% è convinto che il quadro economico italiano sia destinato a peggiorare ulteriormente.
Opinioni trasversali alle diverse aree del Paese, sia quelle in cui la disoccupazione giovanile è storicamente elevata, sia in quelle in cui la crisi ha messo in luce le difficoltà di creazione di nuovi posti di lavoro.
Poche le prospettive di realizzazione e di crescita professionale, con sei giovani su dieci convinti che non ce la faranno. Lo scetticismo, però, si fa più marcato tra i giovani del Sud, già 'abituati' a dover fare di necessità virtù per trovare sbocchi occupazionali.
Ma il lavoro, più in generale, preoccupa i ragazzi da un estremo all'altro del Paese: la metà degli intervistati ritiene infatti che la propria generazione abbia a disposizione meno opportunità delle precedenti. Non deve stupire dunque il dato emerso dal sondaggio riguardo alla disponibilità di trasferirsi all'estero avendone le possibilità: tre giovani su dieci sono convinti di poter trovare fuori dall'Italia più opportunità di lavoro, più spazio per le nuove generazioni e in generale un ambiente e una qualità di vita migliori.

Un quadro che trova piene motivazioni guardando la fotografia scattata dall'Ocse che, nel suo Employment Outlook, basato su dati di fine 2010, mette in chiaro quanto sia difficile per un giovane italiano trovare occupazione o stabilità contrattuale. I giovani occupati in Italia sono generalmente precari e poco pagati: nel nostro Paese il 27,9% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato e il 46,7% di chi invece lavora ha un impiego temporaneo.
Il 46,7% dei giovani ha dunque un contratto precario e questa percentuale è cresciuta di 9 punti dall'inizio della crisi, nel 2007. In quei giorni la disoccupazione giovanile era al 20,3%: oggi è al 27,9%, ben superiore alla media ponderata dell'area Ocse (16,7%). Il tasso di disoccupazione giovanile, riporta ancora lo studio Ocse, è più alto tra le donne, 29,4%, che tra gli uomini, 26,8%. Ed entrambi i dati sono superiori alla media dei 34 Paesi membri dell'organizzazione, rispettivamente del 15,7% e del 17,6%.
Secondo l'Ocse, "il mercato del lavoro italiano sta diventando più segmentato, con lavoratori in età matura in impieghi stabili e protetti e molti giovani senz'altro sbocco immediato che posti più precari".

Notizie poco liete nel rapporto Ocse anche sul piano delle retribuzioni. Il salario medio in Italia nel 2010 è stato di 36.773 dollari (a tasso di cambio corrente), contro una media dell'Ue a 21 di 41.100 dollari e dell'Eurozona a 15 di 44.904 dollari. Il salario medio italiano è superiore a quelli di Spagna (35.031), Grecia (29.058) e Portogallo (22.003), ma inferiore a Francia (46.365 dollari), Germania (43.352) e Gran Bretagna (47.645).
Continua a crescere nell'area Ocse il tasso di disoccupazione di lungo termine. Nei 34 Paesi membri, a fine 2010, il 48,5% dei disoccupati era senza lavoro da almeno 6 mesi (contro il 41% dell'anno precedente) e il 32,4% da almeno 12 mesi, contro il 24,2% del 2009. Per quanto riguarda l'Italia, i disoccupati senza lavoro da 6 mesi o più sono il 64,5% (in aumento di 3 punti percentuali rispetto al 2009) e quelli senza lavoro da un anno o più il 48,5% (+4 punti percentuali rispetto al 2009). "Fasi prolungate di disoccupazione - sottolinea l'Ocse nel rapporto - sono particolarmente penalizzanti, perché aumentano il rischio di una marginalizzazione permanente dal mercato del lavoro, come risultato del deprezzamento delle abilità e della perdità di autostima e motivazione".
Per quello che riguarda l'occupazione part time, in Italia i lavoratori assunti in questa maniera sono donne per il 76,9%. Le lavoratrici part-time rappresentano il 31,1% del totale delle donne occupate, mostrano ancora i dati dell'organizzazione parigina, contro il 6,3% tra gli uomini. Il lavoro a tempo parziale (meno di 30 ore settimanali, secondo la definizione Ocse) rappresenta nel nostro Paese il 16,3% del totale dei posti di lavoro.
Infine, in Italia il sistema fiscale e di welfare "gioca un ruolo minore nel proteggere le famiglie contro le conseguenze di grandi contrazioni del reddito da lavoro" rispetto ad altri Paesi dell'Organizzazione. Per gli italiani, spiega l'Ocse, "grandi riduzioni del reddito da lavoro individuale (per esempio in caso di perdita del posto di lavoro) tendono a tradursi in contrazioni del reddito disponibile familiare superiori a quelle osservate negli altri Paesi Ocse", a causa "della limitata azione di assorbimento degli shock operata dagli ammortizzatori sociali". Di conseguenza, conclude lo studio, "lo shock negativo sui redditi da lavoro subìto da non pochi italiani durante la crisi si è probabilmente tradotto in un aumento del rischio di povertà e di difficoltà finanziarie, anche se l'aumento massiccio di risorse per la cassa integrazione guadagni ha contribuito significativamente a limitare il numero di lavoratori affetti da tali shock".

L'Ocse lancia, dunque, un appello: "Bisogna fare di più per migliorare in modo durevole la situazione del mercato del lavoro per i giovani" afferma, e per farlo servono riforme. Con l'arrivo della crisi, prosegue lo studio, la legislazione italiana "restrittiva" sui contratti da lavoro a tempo indeterminato da una parte "potrebbe aver aiutato il paese a contenere l'impatto della recessione sul mercato del lavoro", ma dall'altra "nella fase attuale tale legislazione potrebbe scoraggiare le assunzioni, soprattutto con contratti permanenti, mettendo dunque a repentaglio la ripresa". L'Ocse chiede dunque "un'ampia riforma dei contratti di lavoro" che "dovrebbe essere rivolta, in particolare, a ridurre l'incertezza rispetto alle conseguenze del quadro regolamentare sugli esiti delle procedure di licenziamento".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, Repubblica.it]

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17 settembre 2011
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