Mobilitazione europea per i 7 pescatori tunisini colpevoli di non aver fatto annegare un gruppo di immigrati

07 settembre 2007

L'altro ieri il Consiglio Italiano per il Rifugiati (CIR) ha diffuso una nota nella quali esprimeva il suo ''grande sconcerto'' per quanto sta capitando a sette pescatori tunisini che la notte dell'8 agosto scorso hanno salvato la vita di 44 immigranti naufragati a 40 miglia di distanza da Lampedusa (leggi). I sette uomini per aver fatto ciò sono stati arrestati con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e tratta degli esseri umani.
La cronaca estiva però non ha trovato il modo di parlare di questa storia, ecco perché vorremmo riassumerla di seguito, brevemente...
La notte tra il 7 e l'8 agosto, nel braccio di Mediterraneo tra Tunisi e Lampedusa, due pescherecci tunisini, regolarmente iscritti al registro nautico di Monastir, hanno salvato 44 immigrati ammassati su un gommone in balia del mare forza 4. Tra i soccorsi anche 11 donne e due bambini. L'equipaggio dei due pescherecci (sette persone, tutte originarie di Teboulba, villaggio di pescatori, dipendenti di un noto armatore e tra l'altro tutti incensurati) è stato arrestato appena entrato nelle acque territoriali italiane e nel porto di Lampedusa.
Dopo l'arresto i sette pescatori sono stati mandati sotto processo ad Agrigento il 22 agosto, con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e tratta degli esseri umani.

Dalle carte del processo risulta che ''i clandestini, originari di Sudan, Eritrea, Etiopia, Marocco, Togo e Costa d'Avorio, si erano imbarcati il 4 agosto in una spiaggia libica''. Che ''il soccorso è avvenuto a 37 miglia da Lampedusa e ad 80 miglia da Tunisi, in acque internazionali''. E che il porto più vicino era Lampedusa. L'equipaggio dei due pescherecci hanno dunque portato a termine una chiara azione di soccorso. Eppure sono scattate le manette e i pescatori tunisini sono sotto processo. Contro di loro alcuni indizi del tipo che a bordo i due pescherecci non avrebbero avuto la regolare strumentazione per la pesca. E il fatto che quando le due imbarcazioni sono entrate nelle acque italiane puntando su Lampedusa (il porto più vicino e quindi quello dove trasferire i naufraghi in base alle norme internazionali), non si sono fermate quando è stato intimato l'Alt. Nonostante le testimonianze dell'ambasciatore tunisino che ha certificato che i sette sono ''realmente pescatori e molto conosciuti'' e il pm che ha ritirato l'aggravante dell'aver agito con scopo di lucro, il tribunale di Agrigento si è opposto alla richiesta di scarcerazione e ha rinviato tutto alla prossima udienza, il 20 settembre.

Il caso ha scatenato una dura protesta che dai giornali tunisini ha raggiunto Bruxelles e da qui è scesa a Roma. ''L'Italia liberi gli ostaggi tunisini'', hanno titolato in questi giorni alcuni quotidiani della Tunisia, e in poco tempo un centinaio di parlamentari europei, i deputati dell'Unione e qualche decina di associazioni umanitarie italiane, europee (francesi, tedesche, belghe) e dei paesi del Maghreb che si affacciano sul Mediterraneo hanno fatto fronte comune affinché i sette pescatori vengano subito rilasciati.
''Sono pescatori, non scafisti. Hanno compiuto un'azione di solidarietà e non un reato'', accusano le autorità tunisine e le associazioni umanitarie che hanno mobilitato una rete di solidarietà e che da sta mattina hanno dato vita a sit-in simultanei ad Agrigento, a Bruxelles davanti all'ambasciata italiana, a Parigi e nei paesi del Maghreb.
Un centinaio di parlamentari europei hanno firmato un appello per la liberazione. ''Questo caso - scrivono - rischia di compromettere il principio di solidarietà in mare. La Commissione europea e il governo italiano devono evitare la criminalizzazione di chi fa operazioni di salvataggio in mare''. I parlamentare Ue chiedono anche di ''rivedere le funzioni di Frontex'', l'agenzia europea che tutela la frontiera marittima e che, secondo i parlamentari, ''è uno strumento politico di repressione e morte per migliaia di migranti''.

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07 settembre 2007

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