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Ne uccide più la solitudine ...

L'essere e il sentirsi solo uccide quanto l'alcolismo, il fumo e il troppo cibo

26 agosto 2011

La solitudine uccide quanto l'alcolismo, il fumo e il troppo cibo. A sostenerlo è uno studio condotto dalla Brigham Young University dello Utah, secondo cui il sostegno di parenti, amici e vicini può aumentare fino al 50% le possibilità di vivere la propria vecchiaia in buona salute.
"L’idea che la perdita di relazioni sociali sia un fattore di rischio di mortalità - ha spiegato la ricercatrice Julianne Holt-Lunstad, che ha condotto lo studio - non è ben riconosciuta dal pubblico e neppure dagli operatori sanitari".

I ricercatori americani hanno analizzato 148 studi dai quali potevano ricavare dati di mortalità su un certo numero di persone, seguite nel tempo (in media sette anni e mezzo), e informazioni sui loro rapporti sociali. Così hanno anche potuto confrontare l’impatto dell’isolamento sociale sulla mortalità rispetto ad altri fattori di rischio ben più conosciuti. E hanno scoperto che quest’ultimo non solo è due volte più pericoloso dell’obesità, ma equivale a fumare 15 sigarette al giorno o ad abusare dell’alcol ed è più dannosa della mancanza di esercizio fisico. Ci sono molti modi attraverso i quali amici o familiari possono influenzare positivamente la salute: dall’effetto tranquillizzante di un contatto fisico vero e proprio fino alla scoperta di qualche nuovo significato da dare alla propria esistenza.
"Quando una persona intrattiene relazioni con gli altri - ha aggiunto Holt-Lunstad - si sente in qualche modo responsabile per loro ed è stimolata a prendersi cura di sé e a evitare situazioni di rischio per la propria salute".
L’effetto protettivo delle relazioni non vale soltanto per gli adulti o gli anziani, ma in qualsiasi periodo della vita. "I rapporti sociali garantiscono un livello di protezione a tutte le età", ha infatti puntualizzato Timothy Smith, un altro ricercatore impegnato nello studio.

Vale la pena di riflettere su questa ricerca, anche se non fa altro che confermare cose di buon senso, soprattutto in un’epoca, come la nostra, in cui la tecnologia, la pressione lavorativa e gli stress quotidiani non lasciano più tempo per stare con amici e parenti.
Recentemente, alcuni studi hanno dimostrato come le persone che non si sposano hanno maggiori probabilità di morire giovani, rispetto a quanti si sposano o divorziano: da una ricerca condotta su un campione di 67.000 americani è emerso che gli scapoli di età compresa tra i 19 e i 44 anni hanno più probabilità di morire dei loro coetanei sposati.

E dalla solitudine alla depressione il passo è brevissimo. Quest'ultima, secondo un'altra ricerca, aumenterebbe le possibilità di demenza e di morte precoce. Insomma, di depressione si può impazzire o morire. A sostenerlo sono due ricerche, una americana, l'altra anglo-norvegese. Secondo i medici statunitensi dell'Università del Massachusetts, subire gli effetti della depressione favorisce l'insorgere di forme di demenza senile. La ricerca svela i meccanismi che collegano le due patologie. L'autrice, Jane Saczynski, spiega: "l'infiammazione del tessuto cerebrale che si verifica quando una persona è depressa potrebbe contribuire alla demenza". La ragione è che alcune proteine all'interno del cervello cominciano ad accumularsi anche a causa della depressione di cui soffre l'individuo. Verificando le proprie intuizioni su un campione di oltre 2000 persone, i ricercatori hanno svelato il nesso esistente fra le due patologie, le cui diagnosi non di rado vengono confuse. Sta di fatto che i soggetti con episodi di depressione alle spalle mostravano una probabilità doppia di sviluppare in tarda età anche la demenza.
La seconda ricerca sostiene invece che il mal di vivere possa costituire una vera e propria causa di morte, seppure indiretta. È la sintesi di una ricerca effettuata dall'Università di Bergen, in Norvegia, in collaborazione con medici dell'Institute of Psychiatry del King's College di Londra. Lo studio, pubblicato sul prestigioso British Journal of Psychiatry, si è protratto per circa quattro anni e ha coinvolto oltre 60mila persone. Dalla ricerca è emerso che per le persone depresse il rischio di mortalità aumenta in maniera proporzionale ai fumatori. I medici si sono trovati di fronte a un risultato inaspettato, anche perché mentre il fumo come fattore di rischio per l'insorgenza di tumori è un fatto accertato, al contrario non si conoscono ancora le ragioni che fanno della depressione un pericolo per la nostra incolumità fisica oltre che un disagio psicologico. Una possibile e generica spiegazione è l'abbassamento delle difese immunitarie provocato dallo stato depressivo dell'individuo, ma in ogni caso, come afferma il dott. Robert Stewart del King's College, "questa connessione tra depressione e mortalità esiste e merita attenzione".

Un altro aspetto interessante della ricerca riguarda il fatto che il rischio di mortalità sale, ma in maniera minore, nelle persone che oltre alla depressione presentano un alto livello di ansia. Il dott. Stewart fornisce questa spiegazione: "Sembra che ci troviamo di fronte a due gruppi di rischio con dinamiche differenti. È possibile che ciò sia dovuto al diverso metodo di richiesta di aiuto da parte dei pazienti. Mentre quelli depressi difficilmente si interrogano sui possibili sintomi fisici, che ritengono causati dalla depressione, le persone depresse ma anche ansiose chiedono aiuto alla ricerca di sicurezza". Il bisogno di essere rassicurati spinge questi soggetti a cercare spesso il conforto di un medico, oltre che di amici e parenti, il che consente una verifica delle condizioni fisiche della persona ansiosa e quindi in molti casi il trattamento e la cura delle patologie presenti.
I ricercatori auspicano per il futuro un livello di attenzione più alto a questa connessione fra depressione e mortalità per poter approcciare il problema con terapie nuove e alternative.

[Informazioni tratte da Apcom, Corriere.it, Adnkronos Salute]

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26 agosto 2011
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