Neanche il lavoro garantisce più certezze

Dall'annuale Rapporto Censis: il lavoro non garantisce certezze nemmeno nelle posizioni elevate

12 dicembre 2008

Il lavoro non è più sufficiente a garantire di per sé livelli assoluti di sicurezza, tanto che anche chi occupa posizioni elevate nella stratificazione professionale e reddituale teme per la propria stabilità e sviluppa atteggiamenti di tipo 'micro-corporativi'.
A lanciare l'allarme è il Censis, nel Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, presentato nei giorni scorsi. Non solo giovani, anziani e donne, quindi, avvertono questa sensazione di incertezza, che mette in discussione quelle parti della condizione individuale che sono sembrate a lungo intoccabili, come il correlare a una certa occupazione uno stile di vita coerente o destinare parte del proprio guadagno al risparmio e, quindi, ai potenziali investimenti. Emergono, infatti, dice il Censis, "alcuni segnali di allentamento di certezze che vanno oltre la paura degli effetti emarginanti della flessibilità e alla fine la fanno risultare, fra le opzioni possibili, come un modo per rimanere dentro un mercato del lavoro oggettivamente complesso e soggettivamente stressato".

Per l'84,7% delle persone in età attiva, l'impoverimento individuale non è un elemento gonfiato dall'andamento del clima politico, ma una situazione reale. E' di questo parere soprattutto chi appartiene alle fasce di reddito medio-basso (87,3%), ma anche chi occupa livelli di qualifica alti o svolge un lavoro autonomo. "Come dire - sottolinea il Censis - che le preoccupazioni per la propria situazione economica sono trasversali a tutte le posizioni di lavoro, con una concentrazione nella parte più elevata della stratificazione occupazionale".
L'aspetto su cui c'è maggiore consenso sociale è la difficoltà di crescita dei redditi da lavoro (94,4%), che si lega a filo doppio alla possibilità di mantenere gli stessi livelli di tenore di vita di solo tre anni fa (94,4%). Molti altri sono preoccupati dell'impossibilità di risparmiare, mentre probabilmente in passato era più facile (89,6%). Pur in percentuali molto alte, minori consensi registra l'idea che le occasioni di lavoro stiano diminuendo (85,3%) e che stia crescendo troppo l'indebitamento personale (85,3%).

Intanto, ricorda il Censis, la flessibilità continua a crescere: il lavoro flessibile dal 2004 al 2007 è salito del 3,6%, arrivando a interessare l'11,9% degli occupati e coinvolgendo soprattutto le giovani generazioni (ma non solo, visto il 9% di persone con contratto flessibile che hanno dai 34 ai 44 anni), le donne (che sono il 52,2% del totale di chi è in questa condizione) e le persone che vivono nel Meridione.
Le donne si confermano come le vere protagoniste del nostro mercato del lavoro. Dal 2004 al 2007, il tasso di attività femminile è passato dal 50,6% al 50,7%, il tasso di occupazione dal 45,2% al 46,6% e il tasso di disoccupazione dal 10,5% al 7,9%. Certamente, siamo lontani dai livelli di attività femminili registrati in altri Paesi del Nord Europa e persino in altri contesti produttivi internazionali. "Ma, in ogni caso, sembra invertito il trend di auto-emarginazione delle donne - sostiene il Censis - dalle opportunità che derivano dall'impegno al di fuori delle sfera privata. Tuttavia, una delle maggiori incognite della crisi occupazionale annunciata è che le donne rischiano di essere i soggetti più colpiti, con un inevitabile rallentamento della loro dinamicità".

Nel 2008, il problema dell'occupazione, dopo un lungo periodo di stabilità, sottolinea Censis, ha ricominciato a porsi con toni critici. I dati dei primi due trimestri del 2008 mostrano un aumento delle persone in cerca di occupazione rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, pari al 20,6%. Un risultato appesantito dal fatto, avverte il Censis, che la mancanza di lavoro colpisce soprattutto soggetti precedentemente occupati (con una variazione percentuale del 27,9%) e, in misura inferiore, persone in cerca di prima occupazione, cresciute del 5,8%.

Per quello che riguarda le famiglie poi, una su due (quasi 12 milioni, il 48,8% del totale) "denuncia un concreto rischio di default". Il Censis evidenzia anche la preoccupazione delle famiglie di fronte alla crisi: interpellati ad ottobre 2008, il 71,7% degli italiani pensa che il terremoto in corso possa avere delle ripercussioni dirette sulla propria vita, mentre solo il 28,3% dichiara di poterne uscire indenne: "una sensazione che colpisce trasversalmente" giovani e anziani, uomini e donne, al nord come al sud, secondo il Censis, "ma che risulta più profondamente avvertita da quei segmenti già duramente messi alla prova in questi ultimi anni come le famiglie a basso reddito e con figli" (è preoccupato l'81,3% delle famiglie con livello economico basso, contro il 66,2% delle famiglie con livello medio).

Un quadro a tinte assai fosche, dunque. Che tuttavia potrebbe mettere il Paese di fronte alla necessità di risollevarsi. Come nel Dopoguerra. O, meglio, come avvenne nell'intero trentennio tra il 1945 e il 1975, con un Paese che ha mostrato di sapersi rimettere in moto. E non a caso il Censis parla di possibile nuova metamorfosi. Un fenomeno che "forse già silenziosamente in marcia, sommersa come tutti i processi innovativi che in Italia contano". Nonostante l'incertezza sulla profondità della crisi, la reazione e la difesa dal grande crack sarà innescata da immigrati, piccole e medie imprese, crescita della competitività, temperata gestione dei consumi e dei comportamenti, passaggio dall'economia mista pubblico-privata a un insieme "oligarchico di soggetti economici" come fondazioni, gruppi bancari, utility, imprese player globali. La crisi, secondo il Censis, "rimette inesorabilmente alla prova la struttura economica e produttiva italiana, dando spazio a percorsi originali di crescita".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Corriere.it]

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12 dicembre 2008

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