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Nel giorno del ricordo della strage di via D'Amelio...

Se le polemiche e le recriminazioni prendono il posto della Memoria

21 luglio 2014

Sabato scorso si è commemorato il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta, a ventidue anni dalla strage di via D’Amelio dove persero la vita.
Purtroppo, anche quest’anno, le manifestazioni per rendere omaggio al giudice si sono trasformate in occasioni per fare scoppiare polemiche e recriminazioni, con azioni ed esercizi discutibili che hanno di fatto in parte adombrato le figure di chi quel giorno doveva essere ricordato.

Ad esempio, quando in via D’Amelio è arrivata il Presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, i rappresentanti delle Agende rosse, il movimento guidato dal fratello del giudice, Salvatore Borsellino, si sono girati tutti di schiena alzando l'agenda rossa, il simbolo del movimento, verso il cielo. Poco prima uno dei leader delle Agende rosse, salendo sul palco allestito in via D'Amelio, aveva gridato ai presenti: "Vorrei istruirvi su come comportarvi all'eventuale arrivo dei rappresentanti delle istituzioni. Noi non tolleremo la presenza di istituzioni. Ma se dovessero arrivare noi faremo una contestazione silenziosa, cioè alzeremo le agende verso il cielo senza dire nulla. Per favore non gridate e non insultate". Diversa l'accoglienza del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Gli agenti di polizia stavano accompagnando Orlando verso la zona delle autorità, dove c’erano Rita Borsellino, Salvatore Borsellino, i magistrati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, quando i rappresentanti della scorta civica gli hanno gridato: "Sindaco, tu da questa parte devi camminare. Vieni con noi, non stare con le autorità". E Orlando è andato in mezzo alla folla fino a raggiungere il palco.

Si porta gli strascichi quanto detto dal magistrato Nino Di Matteo, impegnato nel complicato processo sulla trattativa Stato-mafia, che dal palco di via D’Amelio ha scagliato parole di fuoco.
"Non si può assistere in silenzio al tentativo di trasformare il pm in un burocrate sottoposto alla volontà del proprio capo, di quei dirigenti sempre più spesso nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato dalle pretese correntizie e da indicazioni sempre più stringenti del suo presidente [...] Non si può ricordare Borsellino - ha detto il magistrato - e assistere in silenzio ai tanti tentativi in atto (dalla riforma già attuata dell'ordinamento giudiziario a quelle in cantiere sulla responsabilità civile dei giudici, alla gerarchizzazione delle Procure anche attraverso sempre più numerose e discutibili prese di posizione del Csm) finalizzate a ridurre l'indipendenza della magistratura a vuota enunciazione formale con lo scopo di comprimere e annullare l'autonomia del singolo pubblico ministero".

Di Matteo ha attaccato anche Silvio Berlusconi (senza mai nominarli) e il premier Matteo Renzi: "Oggi un esponente politico, dopo essere stato definitivamente condannato per gravi reati, discute, con il presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella Costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all'ultimo suo respiro". Il pm ha poi rincarato la dose: "In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l'imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale".

"Voglio ringraziare tutti quei cittadini che si pongono a scudo di tanti che, anche nella politica, continuano a calpestare quei valori che furono di Paolo Borsellino, contro l'arroganza dei prepotenti e degli impuniti", ha detto ancora il magistrato. "Le commeorazioni hanno un senso solo se sostenute dal coraggio che dovremo dimostrare da domani".
E sulla strage Borsellino ha concluso: "C'è il dovere etico e morale di cercare verità, anche se ci rendiamo conto che quel cammino costi sempre di più lacrime e sangue, per continuare a cercare la verità è necessario innanzitutto con onestà intellettuale rispettare la verità e non avere mai paura a declamarla anche se può apparire sconveniente. Affermano il falso i tanti che, qualcuno per strumentale interesse, contiuano a ripetere che i processi delle stragi hanno portato a un nulla di fatto, fingono di ignorare che 22 persone sono state definitivamente condannate per concorso in strage".

Polemiche anche per le parole di Salvatore Borsellino e in particolare per il suo comportamento. Parecchia indignazione, infatti, ha suscitato l’abbraccio con Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo,Vito, accolto di buon grado anche da alcuni attivisti delle Agende rosse. "Sono uno dei pochi che ha il coraggio di venire qui, sono io ad aver portato i responsabili di quella strage alla sbarra", ha detto Ciancimino, imprenditore condannato per riciclaggio e detenzione di esplosivo e indagato in diversi procedimenti penali, anche per concorso esterno alla mafia.
Giunto in bici in via D’Amelio, Ciancimino è stato salutato con un caloroso abbraccio da Salvatore Borsellino. "Mio figlio sta iniziando a capire tutto, è stato il motore delle mie decisioni, io ho due date fondamentali, le più importanti della mia vita - ha detto Ciancimino mostrando due tatuaggi sul braccio - una è la data della sua nascita, l'altra quella della strage di via D'Amelio che ho tatuato. Per la prima volta vedo tremare i potenti dinanzi alle domande del giudice Di Matteo, mi sembra che questo castello di menzogne verrà meno anche se in quell'aula come imputati sono ancora in tanti a mancare. Gli slogan contro mio padre nel 1992? - ha continuato Ciancimino rispondendo alle domande dei giornalisti - erano giusti. Non sono mai stato orgoglioso di mio padre per quello che ha fatto, ho fatto la mia scelta perché mio figlio sia orgoglioso di me".

Salvatore Borsellino dal palco ha invece detto: "Oggi Falcone e Borsellino sono degli eroi ma allora erano osteggiati. Dobbiamo stringerci attorno a magistrati come Di Matteo che oggi tentano di condurci alla verità e che subiscono lo stesso trattamento di Paolo e Giovanni 20 anni fa. Le stragi sono servite ad alzare il prezzo di quella trattativa e su questa trattativa c'è stato un silenzio che è durato 20 anni e su cui solo ora si comincia a vedere qualche incrinatura - ha aggiunto il fratello del giudice ucciso dalla mafia - I magistrati che oggi cercano di arrivare alla verità lo fanno a rischio della loro vita".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, ANSA, Lasiciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

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21 luglio 2014
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