Nel tariffario e nel ''decalogo'' di Lo Piccolo...

Ritrovato nel covo una rubrica zeppa di nomi e i dieci comandamenti del ''perfetto mafioso''

07 novembre 2007

Era poco distante da dove è stato fatto il blitz, il ''covo temporaneo'' dove il ''barone'' di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, insieme all'inseparabile figlio Sandro, avrebbero trascorso gli ultimi giorni prima della cattura che ha messo fine alla loro latitanza.  Il ''rifugio'', un'anonima villetta di campagna intestata a un uomo residente a Giardinello, è stata individuata ieri mattina dalla polizia che ha cominciato subito a fare i rilievi dentro e attorno alla villetta. All'operazione collaborano due squadre dei vigili del fuoco. I poliziotti cercano eventuali cunicoli e stanno ispezionando anche i pozzi nella campagna circostante, coltivata a uliveti e vigneti.
Vita difficile quella di Salvatore Lo Piccolo negli ultimi tempi, tempi di nemici e di rischi forti. I venti di guerra che soffiano sulla Cosa nostra del dopo Provenzano hanno costretto i Lo Piccolo a fare due cose che un ''buon latitante'' non dovrebbe mai fare: rimanere troppo in un luogo, e rimanere accanto ad un altro latitante. Ma ''Totuccio u baruni e so figghiu, un nicu'' sono stati costretti a ''sbagliare'' perché da quando hanno saputo che una parte di Cosa nostra, quella capeggiata da Nino Rotolo, avrebbe voluto morto il capomandamento di San Lorenzo, l'unico posto sicuro dove stare era la campagna del suo ''feudo'' di Carini.
Certo, l'arresto di Rotolo e di Nino Cinà, avvenuto dopo la cattura di Provenzano (l'operazione Gotha), era stato accolto favorevolmente dagli affiliati al clan di Lo Piccolo, ma il pericolo per il boss rimaneva.

Intanto nel luogo dell'arresto gli agenti della Squadra mobile hanno trovato il ''libro mastro del pizzo''. Un rubrica in possesso ai Lo Piccolo, contenente i nomi di decine di commercianti e imprenditori, e di numerosi affiliati alle cosche palermitane. Nei ''tariffario pro-memoria'' dei Lo Piccolo tutto è scritto ''in chiaro'', senza alcun codice segreto. Le lettere riportano chiaramente i mittenti, i destinatari e i soggetti di cui si parla. E' inoltre già emerso che molti affiliati alle cosche, indicati nei pizzini, sarebbero incensurati, persone dal volto pulito, che invece sarebbero al soldo dei Lo Piccolo.
La documentazione sequestrata dalla Squadra mobile è una miniera di informazioni che apre nuovi scenari di indagine e descrive, fra le altre cose, come i commercianti e gli imprenditori di Palermo venivano, fino alla settimana scorsa, tartassati dalle richieste di pizzo. ''Ti elenco le entrate'', c'è scritto all'inizio del libro mastro. Seguono colonne di numeri e nomi. Da una prima lettura viene fuori che le vittime pagavano da un minimo di 500 euro a un massimo di 10 mila euro al mese.
Questa importantissima documentazione era contenuta in gran parte in una valigetta di cuoio che Salvatore Lo Piccolo portava sempre con sé, e in cui sono state trovate pure banconote per 100 mila euro. Una sorta di ufficio mobile di Cosa nostra che adesso è nelle mani degli investigatori.
Ancora impossibile, però, fare un calcolo complessivo dei guadagni della 'famiglia', che dovrebbero aggirarsi intorno ai 30 milioni di euro annui, calcolando gli introiti del racket delle estorsioni, i lucrosi guadagni dei traffici di droga e degli investimenti con i ''cugini americani''. Un vero e proprio tesoro a cui gli inquirenti danno la caccia. Una prima traccia di questo i sostituti procuratori della Dda Domenico Gozzo e Gaetano Paci l'hanno trovata nelle scorse settimane in una banca svizzera dove sono finiti sotto sequestro due milioni di euro ufficialmente di proprietà dell'imprenditore Paolo Sgroi, patron dei supermercati Sisa nella zona in cui è stato arrestato Lo Piccolo. Ma per gli investigatori quei soldi sono riconducibili al capomafia.

Tra le carte sequestrate è stato trovato anche un ''decalogo'' di Cosa Nostra. Una sorta di manuale del ''perfetto uomo d'onore'', nel quale vengono annotate con pignoleria tutte le regole alle quali si devono attenere gli affiliati alle cosche. Ed è stata trovata anche una ''mappa'' aggiornata di tutti i mandamenti mafiosi, che contiene alcune sorprese. Ad esempio lo ''storico'' mandamento di San Lorenzo, un tempo guidato da Don Saro Riccobono, di cui Totuccio Lo Piccolo era guardaspalle, adesso ha assunto la denominazione legata alla borgata di Tommaso Natale, il rione a due passi dallo Zen regno incontrastato dalla famiglia Lo Piccolo.

Sempre ieri, la polizia di Stato ha arrestato un terzo favoreggiatore dei Lo Piccolo. L'uomo finito in manette è Giuseppe Di Bella, 50 anni, allevatore di Montelepre, che lunedì è stato visto arrivare alla guida di una Bmw. La polizia ha identificato Di bella e lo ha bloccato nei pressi della sua abitazione nel paesino del Palermitano. Gli altri due favoreggiatori arrestati lunedì erano il proprietario della villetta, Filippo Piffero, e Vito Palazzolo, titolare di un Bed e Breakfast nel vicino paese di Terrasini, entrambi incensurati.
Vincenzo Giuseppe Di Bella, operaio ''stagionale'' della forestale, avrebbe avuto il ruolo della ''staffetta'', per verificare le condizioni di sicurezza della villetta nella quale erano attesi i boss per il summit di mafia. Dai servizi di osservazione è emerso che Di Bella è arrivato da solo nel covo di Giardinello, ha salutato il proprietario della casa Filippo Piffero, ha eseguito una sorta di ''bonifica'' e poi si è allontanato per tornare poco dopo insieme ai boss Lo Piccolo, ad Adamo e a Pulizzi. Di Bella li avrebbe anche aiutati a scaricare dalle macchine alcuni sacchetti e a trasportarli all'interno della casa dove poi si è svolto l'incontro.
I pm che conducono le indagini interrogheranno nelle prossime ore i tre favoreggiatori arrestati nell'ambito dell'operazione.

Insomma, la cupola di Cosa nostra, la direzione provinciale che prende le decisioni, ''oggi non esiste, Cosa nostra non ha un vertice''. Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, lo ha affermato nella conferenza stampa svoltasi ieri al Viminale. ''Provenzano - ha spiegato Grasso - in un pizzino diceva che nella commissione di Cosa nostra erano rimasti lui, Rotolo e Lo Piccolo. Li abbiamo arrestati tutti''. Dunque, Cosa nostra attualmente ''non ha un vertice''. Secondo Grasso, però, ciò non significa che non emergeranno nuove figure di spicco: ''Alcuni capi-zona hanno aumentato la propria influenza anche fuori i mandamenti. Oggi la mafia è un'organizzazione destrutturata che difficilmente si può muovere, e questo è il momento migliore per colpirla, ma anche per chi, dall'interno, vuole rialzare la testa''. Il procuratore nazionale ha aggiunto che ''tanti imprenditori e commercianti saranno sollevati dall'arresto di Salvatore Lo Piccolo. Il boss sembrerebbe infatti che abbia intensificato le pretese di pizzo nell'ultimo periodo''. Questo arresto, ha detto Grasso, ''è anche il frutto di un clima diverso nella città, di una rottura che si è determinata nel mondo imprenditoriale palermitano, che ha portato per la prima volta non alla singola denuncia, ma ad un gruppo di collaborazioni''.
Quanto ai possibili eredi del boss, secondo il procuratore, ''anche per Matteo Messina Denaro fervono le ricerche, tendiamo a collocarlo nella provincia di Trapani, ma pensiamo non abbia i numeri per prendere il posto lasciato da altri''.

ECCO IL DECALOGO DEL ''PERFETTO MAFIOSO''
Il decalogo del ''perfetto mafioso'', ritrovato tra i documenti sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo, é scritto a macchina in caratteri tutti maiuscoli, e ha addirittura un titolo che ricorda la Costituzione: ''Diritti e doveri''.
Seguono i dieci comandamenti che il soldato di Cosa nostra non può mai trasgredire. Sono regole che hanno l'evidente obiettivo di tutelare in primo luogo la segretezza dell'organizzazione mafiosa, poi di regolare rigorosamente i comportamenti degli uomini d'onore, imponendo fedeltà e cieca obbedienza, ma anche sobrietà e moderazione. Il buon mafioso, ad esempio, non deve bere, né giocare, né frequentare taverne, né fare ''comparati'' con esponenti delle forze dell'ordine. Un'attenzione particolare è dedicata a quelli che vengono definiti ''valori morali'' e in particolare alla morale sessuale, improntata ancora una volta a rigidi divieti. Come se i capi di Cosa nostra volessero imporre alle nuove leve una ''restaurazione'' dei costumi, mettendo un freno ai comportamenti piuttosto disinvolti adottati negli ultimi anni tra gli affiliati più giovani.
Il primo comandamento recita testualmente: ''Non ci si può presentare da soli ad un altro amico nostro - se non è un terzo a farlo''.
Il secondo: ''Non si guardano mogli di amici nostri''.
Il terzo: ''Non si fanno comparati con gli sbirri''.
Il quarto: ''Non si frequentano né taverne e né circoli''.
Il quinto: ''Si è in dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a cosa nostra. Anche se ce (testuale ndr) la moglie che sta per partorire''.
Il sesto: ''Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti''.
Il settimo: ''Si ci deve portare rispetto alla moglie''.
L'ottavo: ''Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità''.
Il nono: ''Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie''.
Il decimo comandamento è il più articolato e fornisce indicazioni precise sulle affiliazioni, ovvero su ''chi non può entrare a far parte di cosa nostra''. L'organizzazione pone un veto su ''chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine'', su ''chi ha tradimenti sentimentali in famiglia'', e infine su ''chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali''.
Con i fogli del decalogo, gli investigatori hanno sequestrato un'immaginetta sacra con la formula rituale di affiliazione: ''Giuro di essere fedele 'a cosa nostra' se dovessi tradire le mie carni devono bruciare - come brucia questa immagine''. [ANSA]

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07 novembre 2007

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