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Nel ''testamento segreto'' di don Vito Ciancimino le tracce del tesoro mai ritrovato

Una storia criminale dai toni quasi leggendari

27 luglio 2005

Una storia criminale dai toni quasi leggendari. La storia del ''sacco di Palermo'' e del ''tesoro di don Vito Ciancimino'', ex sindaco di Palermo che in una sola notte decise il tracico destino della città.
Adesso spunta in questa storia, che purtroppo appartiene alla realtà che ha sfigurato Palermo in maniera irreparabile, anche un ''testamento segreto'', che ha portato gli investigatori a scoprire quel che è rimasto del tesoro di Vito Ciancimino, sindaco del capoluogo siciliano all'epoca del 'sacco' edilizio degli anni '80, e mafioso vicino ai potenti corleonesi.

La procura di Palermo sta indagando su una maxi operazione di riciclaggio delle ricchezze dell'ex politico Dc, che vede coinvolti i quattro figli, l'avvocato romano Giorgio Ghiron e il tributarista Gianni Lapis, ha chiesto e ottenuto dal gip il sequestro preventivo di beni, fondi e conti correnti ritenuti di proprietà di Massimo Ciancimino, beni ereditati dal padre.
La prova che l'ultimogenito di Vito Ciancimino gestirebbe il ''tesoro'' accumulato dal padre in anni di affari con la mafia sarebbe rappresentata da un documento di tre sole righe, trovato nella cassaforte dello studio di Ghiron: un testamento, datato 23 febbraio 2000.
''Revoco - scrisse Vito Ciancimino, morto due anni dopo a Roma - ogni disposizione precedentemente data e nomino mio figlio Massimo Ciancimino e Luciana Ciancimino affinché congiuntamente possano avere accesso e controllo a quanto di mia proprietà''.
I magistrati, che già sospettavano che Massimo Ciancimino fosse il gestore reale delle proprietà di don Vito, a questo punto non hanno più dubbi.

A confermare ulteriormente la tesi della Procura di Palermo arriva poi una scrittura privata tra il figlio dell'ex sindaco e l'avvocato Ghiron, anche questa scoperta dagli inquirenti. Nel documento il legale, un internazionalista con studi a Roma, Londra e New York, dichiara che l'appartamento romano di via Mercede, una Ferrari 612 Scaglietti e una barca chiamata 'Nonno Attilio', formalmente intestati a Ghiron, sono in realtà di proprietà di Massimo Ciancimino che li avrebbe ''acquistati con i suoi soldi''. Lo stesso per i fondi liquidi depositati sui conti correnti del Credit Lionnais di Ginevra, nella 'Mignon sà' e 'Dea Corporation'.
Beni che difficilmente il figlio dell'ex politico avrebbe potuto comprare con i suoi soldi visto che nel 2003 la sua dichiarazione dei redditi era di 58mila euro. E' per questo che l'appartamento romano, il denaro depositato in Svizzera, le azioni della società Kaitech spa, il capitale sociale della Fingas s.p.a, anche questa citata nella scrittura privata trovata nello studio dell'internazionalista, per cui Ghiron avrebbe intascato 1.500.000 euro a titolo di consulenza, sono stati sequestrati. Stessa sorte hanno avuto nove assegni che dovevano servire a saldare l'acquisto della Ferrari, venduta alle prime avvisaglie dell'inchiesta sul riciclaggio, per cui Ciancimino aveva versato un anticipo di 72mila euro.

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27 luglio 2005
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