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Niente compiti per le vacanza ma attività didattica alternativa fatta di ricerca e rilassato piacere

E lo studioso francese impartì ai genitori la lezione del buon senso

14 giugno 2005

E' arrivata l'estate, i cancelli delle scuole si sono chiusi venerdì scorso e tali rimarranno fino a settembre.
I bambini hanno lanciato in aria i libri, hanno indossato i costumi e di sapere capitali di nazioni, date di battaglie e risultati di espressioni algebriche, non gliene frega più niente.
Una volta c'erano i compiti delle vacanze, letture scelte, esercizi per tutte le materie e un certo numero di ''temi a piacere '' da realizzare. Ora, in genere, gli scolari di elementari e medie ricevono una ''prescrizione estiva'' che equivale ad una settimana di studio non particolarmente intenso su circa tre mesi di interruzione.

Certo il livello di aspettative e gli standard di rendimento, con poche eccezioni, si sono abbassati e si è incrinata l'alleanza tra insegnanti e genitori, ma i problemi sono cambiati e ''l'ipoteca'' determinata dai compiti per le vacanze è quella più gravosa per tutti... dicono: disturbano i genitori costretti a controllare, i ragazzi obbligati a non staccare del tutto la mente dagli impegni scolastici e spesso riescono a rovinare la parte finale dell'estate, quando mancano pochi giorni al ritorno sui banchi e c'è ancora tutto da fare.
Secondo Philippe Meirieu, pedagogo francese, insegnante e padre di quattro figli, sulla vicenda esiste un errore di fondo, ossia quello di confondere i ruoli: ''I genitori non devono trasformarsi in professori, al massimo possono aiutare i figli ad apprendere un metodo, a studiare meglio dedicando più tempo a ciò che lo merita. Una ricerca, ad esempio, non si fa in due ore appiccicando a casaccio le informazioni trovate su Internet, ma prima di tutto cominciando a pensarci, magari anche per diversi giorni e mentre si fanno altre cose, poi scegliendo le fonti (Internet, ma anche libri o giornali) dove cercare, infine riunendo il tutto, dandogli una forma e rileggendo il risultato''.

Philippe Meirieu ci informa (con il suo ''I compiti a casa'' pubblicato in Italia da Feltrinelli), che gli studi più recenti realizzati in Inghilterra e negli Stati Uniti dimostrerebbero che il tempo dedicato dai genitori a sostenere i figli nei compiti non influisce per nulla o quasi sul risultato scolastico.
Meglio dedicare quel tempo all'osservazione comune (scienze, geografia, storia e naturalmente le lingue straniere sono materie che in vacanza possono essere studiate ''dal vero o dal vivo'', così come è possibile disegnare o descrivere ciò che si è visto, se non si lascia passare troppo tempo), alla lettura condivisa, alla progettazione di quante ore serviranno per svolgere i compiti estivi e di quando sarà possibile farlo: non in spiaggia né in un rifugio d'alta quota, e neppure in barca o sull'aereo.

Insomma, come al solito ci voleva lo studioso per impartire la lezione del ''Buon Senso'': l'estate può servire anche ad imparare metodi alternativi e a leggere per intero libri più impegnativi del solito, come Conrad o Melville da un bel po' di tempo fuori moda. Imparare in compagnia dei genitori, divertendosi e senza gravosi impegni.
I genitori ringraziano l'ennesima scoperta dell'acqua calda.

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14 giugno 2005
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