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O l'uno o l'altro

Dalla Corte costituzionale arriva lo stop al doppio incarico: non si potrà più essere sindaci e parlamentari contemporaneamente

22 ottobre 2011

La Corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimi gli articoli della legge 60 del 1953 nella parte in cui non prevedono l'incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20mila abitanti.
Tradotto con un linguaggio che viene dal basso, quanto detto sopra significa che i politici non potranno stare più con un piede in due scarpe o, se si preferisce, non potranno più mangiare a due bocconi. Insomma o l'uno o l'altro.

La Consulta ricorda che "nel corso di un giudizio, promosso da un cittadino nei confronti del sindaco del Comune di Catania" Raffaele Stancanelli, "per accertare in capo al convenuto la sussistenza della causa di incompatibilità tra tale carica e quella di senatore della Repubblica Italiana, e conseguentemente dichiararne la decadenza dalla prima in mancanza di esercizio del diritto di opzione - il Tribunale civile di Catania, con ordinanza emessa il 10 dicembre 2010, ha sollevato, in riferimento agli articoli 3, 51, 67 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale: a) degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari), nella parte in cui non prevedono l'incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti". "Nel caso di incompatibilità tra le predette cariche degli enti locali e la carica di parlamentare nazionale - rileva la Consulta - la legislazione regionale siciliana non può operare, perché sussiste una riserva di legge statale, che l'art. 65 Cost. contempla espressamente al fine di assicurare una disciplina omogenea che rispetti e tuteli sia il principio di eguaglianza dei cittadini in tema di diritti politici che quello di unità dello Stato".
Quindi, sembra si possa finalmente mettere fine ad un'anomalia più e più volte messa in luce e sottolineata: niente più doppio incarico per i parlamentari-sindaci.

Raffaele Stancanelli, davanti al giudizio della Corte costituzionale, afferma: "Voglio essere messo in condizione di scegliere, e io ritengo che sia giusto che rimanga a fare il sindaco di Catania, sono stato eletto per questo. Voglio fare una cosa corretta: non voglio dimettermi da un incarico e poi decadere dall'altro. La sentenza, che ancora non conosco, esprime un principio, che mi dicono additivo, cioè una nuova norma che prevede l'incompatibilità. Il tribunale di Catania dovrà adesso prendere atto della sentenza della Consulta e valuterà le condizioni di diritto, se si applicano, e come, nella mia fattispecie, e dopo prenderà una decisione".
Stancanelli, dunque, ribadisce: "Devo essere io a scegliere. C'è una norma e va applicata, bisogna vedere in che condizioni. Non vorrei che succedesse questo: io faccio una scelta ora che non è giuridicamente corretta per cui mi dimetto da una cosa e poi decado dall'altra, voglio capire come si mettono le cose". Come dire: "Fatemi vedere cosa mi conviene fare".

Un vuoto legislativo - Candidatosi a sindaco di Catania nel giugno del 2008, quindi dopo essere stato eletto due mesi prima senatore del Pdl, Stancanelli aveva mantenuto il doppio incarico.
La decisione della Consulta - la n.277 - ha tuttavia valore per tutti quei parlamentari divenuti sindaci di grandi città e che dovranno dunque scegliere quale dei dunque incarichi mantenere. La Consulta è così di fatto intervenuta in maniera additiva, colmando un vuoto legislativo che causava - si legge nella sentenza scritta dal giudice Paolo Grossi - "la lesione non soltanto del canone di uguaglianza e ragionevolezza ma anche della stessa libertà di elettorato attivo e passivo".
La legge statale, infatti, prevede espressamente che non sono eleggibili alla carica di parlamentare nazionale i presidenti delle Province e i sindaci dei Comuni con più di 20 mila abitanti, ma nulla dice riguardo all'ipotesi inversa, vale a dire sull'ineleggibilità a sindaco di chi è già parlamentare.
"Si tratta dunque - scrive la Corte - di verificare la coerenza di un sistema in cui, alla non sindacabile scelta operata dal legislatore (che evidentemente produce in sè una indubbia incidenza sul libero esercizio del diritto di elettorato passivo) di escludere l'eleggibilità alla Camera e al Senato di chi contemporaneamente rivesta la carica di sindaco di grande Comune, non si accompagni la previsione di una causa di incompatibilità per il caso in cui la stessa carica sopravvenga rispetto alla elezione a membro del Parlamento nazionale".

L'elezione di Stancanelli era stata già oggetto di un ricorso, ma che era stato rigettato nel luglio del 2010, davanti al Tribunale amministrativo regionale del capoluogo etneo. Lo aveva presentato un altro candidato a sindaco di Catania, Nello Musumeci (La Destra-Alleanza siciliana), attuale sottosegretario al Lavoro, per le Comunali del 2008, contestando un presunto errore nel conteggio delle schede. Il Tar di Catania respinse la richiesta di Musumeci perché le schede da valutare, circa quattromila, non sarebbero state comunque sufficienti a colmare la differenza con il primo cittadino l'eletto, Raffaele Stancanelli (Pdl) che aveva ottenuto il 54% delle preferenze. Al Tar di Catania da Musumeci era stata sollevata anche un'altra questione: il profilo di legittimità costituzionale sulla presenza nella stessa scheda dei candidati a sindaco e al consiglio comunale, che per i ricorrenti non facilita il voto disgiunto.
Poi, a sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il tribunale civile di Catania, al quale un elettore, Salvatore Battaglia, 47 anni, dipendente di un istituto di credito, aveva fatto ricorso. "E' la vittoria del cittadino sulla politica, su un certo tipo di politica", ha commentato Battaglia. "Adesso spero che lasci l'incarico di sindaco e faccia il senatore a Roma".
Battaglia non nasconde la sua militanza politica nel Partito democratico; è stato anche segretario del circolo del Pd del rione San Giovanni Galermo, da cui si è dimesso "per fare spazio ai giovani" e dare così l'esempio, "non come Stancanelli che fa il senatore e il sindaco di una grande città insieme". "Il mio punto di riferimento - ha spiegato - è il parlamentare Tonino Russo, che ho conosciuto quando era segretario regionale del partito. E' stato con lui e con l'avvocato Antonio Catalioto che abbiamo fatto questo tentativo".
All'inizio Battaglia era perplesso e non ottimista, e quindi ha ribadito come la sua sia stata "una presa di posizione da militante del Pd" che "vuole dare una politica e una speranza nuova a Catania, una città che ha bisogno di un impegno costante e a tempo pieno. Il senatore Stancanelli - ha osservato ancora - non può fare bene il sindaco di Catania se sta anche a Roma, a Palazzo Madama. Adesso deve scegliere, spero resti a Roma".

L'opposizione dice : "Stop alle sconcezza" - "Per fortuna ancora c'è un organo di controllo della legittimità costituzionale che mette un punto definitivo su una delle sconcezze della prima e della seconda Repubblica, e cioè il doppio incarico di parlamentare con quello di sindaco". Orazio Licandro, della segreteria nazionale dei Comunisti italiani-Federazione della Sinistra, commenta così la decisione della Corte costituzionale che ha sancito l'incompatibilità del doppio incarico per i sindaci delle grandi città, fra le quali Catania. Per Licandro "sarebbe bastato il buon senso e la voglia sincera di lavorare per la propria comunità e non una sentenza della Corte costituzionale per indurre questi sindaci, e non solo Stancanelli, a dedicarsi soltanto a uno dei due incarichi. Ma arroganza e protervia ormai segnano il corso della politica e dunque salutiamo con grande apprezzamento la pronuncia della Consulta. Adesso, restando al caso di Catania, Raffaele Stancanelli opterà per il comodo e caldo seggio senatoriale oppure opterà per la carica di sindaco restando quotidianamente a lavorare per una città ridotta a pezzi dalla sua maggior politica? Qualunque sia la decisione lascerà una delle due cariche e noi siamo abituati a guardare il bicchiere mezzo pieno: dunque siamo soddisfatti".
La notizia viene accolta favorevolmente anche da Enzo Bianco, ex sindaco di Catania e attuale senatore del Pd: "Il principio sancito nella decisione della Corte Costituzionale è ineccepibile. E' chiaro che non si può fare il primo cittadino di una grande città e allo stesso tempo il parlamentare". "Sono due impegni seri e totalizzanti - aggiunge Bianco -, a ciascuno dei quali occorre dedicarsi con tutte le proprie energie, anche nel rispetto degli elettori. Così feci io nel 1993. Adesso non ci sono più dubbi né alibi, sul caso Catania. Sarebbe stato meglio scegliere prima, senza bisogno della sentenza della Consulta, ma adesso finalmente si scelga. Se Stancanelli deciderà di fare il sindaco, lo faccia con tutto l'impegno che i problemi, seri, di questa città meritano".
Per Puccio La Rosa, dirigente nazionale di Fli e vice presidente vicario del Consiglio comunale di Catania, "la decisione fa finalmente chiarezza e assesta a livello nazionale un colpo mortale alla famelica casta parlamentare. Offre inoltre la possibilità alla città di poter tornare a sperare in un futuro migliore con un diverso sindaco. Stancanelli, infatti, è stato fino a oggi il sindaco della non decisione e dei pasticci, il ragioniere da contabilità semplice che di fatto ha bloccato lo sviluppo di Catania. L'invito in questo senso è a rimanere a Roma, dove, peones fra i tanti, potrà compiacere 'padron' Berlusconi, e permettere alla città di dotarsi di una nuova classe dirigente che ami Catania e rispetti i suoi cittadini".

Il deputato nazionale del Pd Tonino Russo fa presente che "secondo i nostri calcoli dovrebbero essere circa 35 i parlamentari-amministratori incompatibili in Italia, quasi tutti eletti nelle fila del centrodestra. Seguano l'esempio dei sindaci di Siena e Torino, Franco Ceccurri e Piero Fassino, che hanno rinunciato alla carica di parlamentare".
Altri calcoli parlano invece di sei deputati e quattro senatori, che dopo la sentenza della Consulta vedono a rischio la loro poltrona di sindaco di un comune superiore ai 20mila abitanti.
Alla Camera sono, per il Pdl, Adriano Paroli (Brescia), Giulio Marini (Viterbo), Nicolò Cristaldi (Mazara del Vallo), Marco Zacchera (Verbania) e Michele Traversa (Catanzaro). Per la Lega c'è Luciano Dussin (Castelfranco Veneto).
Al Senato, secondo dati ufficiosi, la sentenza 'tocca' ovviamente Raffaele Stancanelli (Catania), alla base del ricorso che ha portato alla sentenza della Corte, Antonio Azzollini (Molfetta), Vincenzo Nespoli (Afragola) per quel che riguarda il Pdl. Per la Lega c'è Gianvittore Vaccari (Feltre).

In Sicilia, dunque, l'altro sindaco parlamentare è Nicolò Cristaldi, sindaco di Mazara del Vallo e deputato della Camera. Cristaldi, intervistato da Livesicilia, dice: "La sentenza della Corte giunge tardi rispetto a quanto ha già deciso il legislatore. Il Parlamento, infatti, ha recentemente recepito questo principio, non c'è nulla di nuovo ma sia nel mio caso che in quello di Stancenelli ci sono due pronunciamenti della Camera e del Senato che hanno sancito la compatibilità delle due cariche, quindi io resto al mio posto".
Cristaldi quindi non si dimetterà, anche se ammette che la compatibilità non varrà per il futuro. "Non potrò più candidarmi a sindaco se sarò parlamentare o al Parlamento se sarò contemporaneamente sindaco, ma attualmente non cambia nulla: il pronunciamento della Consulta non può superare quello della Camera o del Senato. Non ho ancora letto la sentenza, lo farò al più presto, ma non mi dimetterò".
La tesi di Cristaldi, però, non convince Antonio Saitta, ordinario di diritto costituzionale all'Università di Messina, secondo cui "adesso il parlamentare amministratore avrà dieci giorni di tempo per optare per uno dei due incarichi, altrimenti decadrà probabilmente da quello più recente".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ign, Lasiciliaweb.it, ANSA, LiveSicilia.it]

 

 

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22 ottobre 2011

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