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Palazzo Steri, carcere dell'Inquisizione, svela nuovi segreti appartenuti alle ''streghe'' di Palermo

I graffiti delle ''streghe'' di Palermo

03 agosto 2005

''Sento freddo e caldo, mi ha preso la febbre terzana, mi tremano le budella, il cuore e l'anima mi diventano piccoli piccoli...''.
E' il grido di dolore di una delle ''streghe'' condannate al rogo dall'Inquisizione, affidato a una scritta in dialetto incisa con un punteruolo sulla parete di una cella del carcere dello Steri a Palermo.

Nell'antico Palazzo di Piazza Marina, un tempo sede del Tribunale del Santo Uffizio e che oggi ospita gli uffici del Rettorato, emergono le testimonianze di un passato terribile e sanguinoso.
Nelle prigioni dove per quasi due secoli, dal 1601 al 1782, gli uomini dell'inquisitore spagnolo Torquemada, interrogarono e torturarono centinaia di uomini tra frati, suore, innovatori, libertari, nemici dell'ortodossia politica e semplici poveracci, qualcuno di quegli sventurati è riuscito a lasciare un ''segno''.
Messaggi e graffiti sulle pareti, che oggi rivivono grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori dell'Ufficio tecnico dell'Università di Palermo guidati dall'ingegnere Antonino Catalano. Una scoperta che di certo farebbe impazzire di gioia Giuseppe Pitrè, lo storico che nel 1906 riuscì a salvare i graffiti lasciati dai prigionieri dell'Inquisizione in alcune celle segrete dello Steri.

Adesso nel Palazzo in cui fu rinchiuso anche Diego La Matina, il frate che uccise il suo aguzzino e a cui lo scrittore Leonardo Sciascia dedicò il suo libro ''Morte dell'Inquisitore'', nascerà un polo espositivo, il Museo dell'Inquisizione. Una scelta legata anche alle recenti sorprese. In tre delle celle al piano terra, che ospitavano le recluse, sono infatti venuti alla luce nuovi graffiti completamente sconosciuti: disegni di figure umane e invocazioni delle prigioniere accusate di stregoneria.
I graffiti sono venuti fuori, sotto l'intonaco, nel corso dei lavori di restauro dell'intero complesso, finanziati con fondi europei (per un totale di 7 milioni e 300mila euro). Oltre alla scritta straziante in dialetto è affiorato pure parte di un dipinto che raffigura la prua di una nave e un inquisitore con il campanaccio in mano.

Ma ''l'eretico tesoro'' nascosto sui muri dello Steri potrà essere conosciuto nella sua interezza solo quando sarà stato scrostato tutto l'intonaco. ''Secondo gli studiosi - commenta il rettore dell'Università Giuseppe Silvestri - queste pareti sono interamente coperte da graffiti, perché ogni sondaggio ha rivelato la presenza di pitture sottostanti''. Importanti testimonianze giungono anche dagli scavi condotti dalla Soprintendenza di Palermo nel sottosuolo delle carceri seicentesche realizzate a partire dal 1605 dall'ingegnere del Regno Diego Sanchez.
Gli studiosi hanno individuato anche un passaggio segreto che dalle celle conduceva direttamente alla ''Stanza dell'Inquisitore''.
"La scoperta più significativa - dice Francesca Spatafora, direttore del servizio archeologico della Soprintendenza - riguarda l'esistenza di un edificio monumentale sotterraneo di sette metri di lunghezza con una imponente copertura con volte a crociera, marcate da massicce costolature. L'edificazione di questa rilevante struttura architettonica si pone, in base ai reperti recuperati in alcuni strati nel primo quarto del XIV secolo''.

Nell'edificio sono stati trovati capitelli, pezzi d'anfore e graffiti che risalgono a tre secoli prima. Tra le novità più importanti e inquietanti, venute fuori dal restauro delle facciate dello Steri, i solchi lasciati dalle due gabbie appese alla parte alta della facciata, dove furono esposte per secoli le teste dei baroni che si erano ribellati al re Carlo V all'inizio del suo Regno (1516-1554).
Quei teschi, erano rimasti lì fino all'abolizione dell'Inquisizione nel 1782 per volontà dell'illuminato vicerè Caracciolo. Il motivo era semplice: servivano a conferire al Palazzo un'aria ancora più temibile e spettrale. Un monito nei confronti di chi si schierava, per dirla con Sciascia, ''dalla parte degli infedeli''.

Fonte: La Sicilia

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03 agosto 2005
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