Paranoid Park

Gus Van Sant ritorna a descrivere il problematico universo adolescenziale americano

13 dicembre 2007


 







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PARANOID PARK
di Gus Van Sant

Paranoid park è il nome di un parco per appassionati di skateboard di Portland, in cui si ritrovano gli skater più folli, anime dannate della città, giovani senza tetto, senza futuro, che bruciano le proprie vite sulla pista. Alex, 16 anni, attratto da quello che per molti è un paradiso artificiale, si avventura nel parco, dove accade però l'irreparabile. Una sera, accidentalmente, causa la morte di un agente di sicurezza. Decide di non dire nulla...

Anno 2007
Nazione Francia, Usa
Produzione MK2 Productions
Distribuzione Lucky Red
Durata 85'
Regia, sceneggiatura e montaggio Gus Van Sant
Fotografia Christopher Doyle e Kathy Li
Tratto dal romanzo di Blake  Nelson
Con Taylor Momsen, Jake Miller, Daniel Liu, Gabe Nevins
Genere Drammatico

La critica
"E in fondo il film stesso, con le sue immagini così ipnotiche e lavorate, in super 8 e in 35 mm., spesso accelerate, rallentate e accompagnate da musiche sorprendenti che ne amplificano il senso (non solo rock, c'è anche molto Nino Rota, da 'Casanova' a 'Giulietta degli Spiriti' e 'Amarcord'), è un po' come quei diari giovanili in cui entra di tutto, pagine scritte a mano e foto, ritagli, disegni etc. Un ritratto tracciato con gli strumenti usati dal soggetto, dunque ancora più somigliante. E capace di cogliere anche il mondo che gli gira intorno. Da qui, e non dal fatto di cronaca, parte Gus Van Sant. Ma proprio questo rende quel fatto, così terribile e straordinario, incredibilmente leggibile e vicino. (...) Finale aperto: conta la vicenda interiore, non quella giudiziaria. Ma è tutto il film, potremmo dire, ad aprirsi al nostro sguardo, portandoci dentro un mondo che non era facile rendere con tanta nitidezza."
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero'

"Van Sant è un regista americano indipendente, dalla filmografia discontinua e dagli interessi versatili, ma mai banale nell'inventarsi un tono e uno stile: se 'Elephant' (nonostante la Palma d'oro del 2003) e 'Last Days' ci erano sembrati fastidiosi nonché pretenziosi, 'Paranoid Park' ritrova l'essenzialità e la delicatezza di To Die For' e 'Drugstore Cowboy'. (...) La suspense, grazie a un montaggio abilissimo di riprese in 35mm, video e super8, l'originale fotografia e l'incalzante colonna sonora, sovverte la banalità dei serial adolescenziali a favore di un réportage dell'anima, un'avventura segreta a metà strada fra il silenzio individuale e il frastuono del mondo."
Valerio Caprara, 'Il Mattino'

"Il film di Van Sant si fa notare soprattutto per due importanti collaborazioni: quella di Marin Karmitz, il patron della casa indipendente francese MK2 che ha prodotto interamente il film, e quella Christopher Doyle direttore della fotografia di Wong Kar Wai, che permette al regista di proseguire sulla linea delle sperimentazioni stilistiche di 'Elephant' e soprattutto di 'Gerry' (2002), piccolo capolavoro mai visto in Italia."
Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista'

"E' un 'Delitto e Castigo' ai tempi del liceo'. Ha ragione il cineasta, se non fosse per la colonna sonora paradossale, trova in quest'opera echi imprevedibilmente dostoijevskiani. Alla banalità del male di 'Elephant', strage di corpi e convenzioni in un college, alla sciatta noia di vivere del frontman Blake in 'Last Days' qui Van Sant ha il coraggio di opporre, o meglio di aggiungere, una visione più semplice e allo stesso tempo politica."
Boris Sollazzo, 'Liberazione'

"Qui il regista porta all' estremo il metodo messo in atto per 'Elephant' e, con maggior radicalità, per 'Last Days', smontando la linearità cronologica ma anche mescolando riprese con tecniche diverse (il Super8 per le immagini «in soggettiva» degli skater e il 35mm, con un mascherino da vecchia inquadratura televisiva, per il resto) e affidando al una elaboratissima colonna audio, fatta di rumori, musiche, parole e suoni, (compresa una citazione da Nino Rota) il compito di offrire allo spettatore una specie di riflesso sonoro delle contraddizioni psicologiche e comportamentali di Alex. In questo modo lo spettatore si trova davanti una specie di puzzle incompleto ma stimolante di un universo mentale che sfugge a ogni definizione, com' è quello appunto degli adolescenti, ribelli senza cause ma anche assassini per caso. E che Van Sant filma con empatia e curiosità insieme, senza mai lasciarsi andare a prese di posizione moralistiche, ma anche senza compiacimenti o facili giustificazioni."
Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera'

"Dite con le vostre parole il contenuto di 'Delitto e castigo'. Per Blake Nelson scrivere 'Paranoid Park' dev'essere stato un po' come svolgere il tradizionale tema scolastico (...) Da un libretto che può venir considerato una curiosa parafrasi letteraria tonificata da frequenti notazioni sugli usi e costumi delle tribù giovanili nella provincia americana, Gus Van Sant ha ricavato un film di firma. (...) Importante quanto eclettico è nel film il commento sonoro, nel quale fra musiche eterogenee si affacciano alcuni motivi felliniani di Nino Rota, che scopriamo rassicuranti come quando si incontra una faccia amica in una riunione di estranei. Tuttavia questa società adolescenziale, inquinata dai culti obbligati del consumismo, agita i problemi senza risolverli. E Macy intuisce, sostiene e consiglia Alex come nel libro, ma in fin dei conti inutilmente. Nel finale Gus Van Sant è più amaro di Blake Nelson, più pessimista di Dostoevskij. Se Porfirij al culmine dell'inchiesta confessa a Raskolnikov di invidiare il suo vitalismo, qui il detective Liu può paternamente compatire Alex ma non si sognerebbe mai di invidiarlo."
Tullio Kezich, 'Corriere della Sera'

"Ancora ragazzini belli e dannati per Gus Van Sant. Eletto miglior regista da Cannes nel 2003 per il suo 'Elephant' e peggior autore nel 1999 per il suo terribile remake di 'Psycho', icona del cinema indipendente americano dai tempi di 'Alice in Hollywood', in 'Paranoid Park' continua la sua osservazione del mondo adolescenziale. (...) Dopo il cinema mainstream alla 'Will Hunting', e dopo la trilogia della morte ('Gerry', 'Elephant', 'Last Days') Van Sant continua a muoversi sulla ritrovata strada dello sperimentalismo controllato. Riprese in super 8 per le volate in skate, movimenti di camera scomposti con arte, luoghi che si fanno personaggi, musiche da collezione e ragazzini scelti in rete, su myspace. Van Sant ha la capacità di mimetizzarsi nel mondo degli adolescenti come un lupo che si tinge di bianco il pelo per infilarsi nel gregge. Dei suoi protagonisti ci restituisce vuoti e pieni, odori forti e flebili emozioni. Lo sguardo adulto rimane lontano, alieno, se non in qualche piccolo tocco sullo sfondo. Come nella prima scena dove vediamo su piani diversi un gruppo di ragazzi giocare a football, due poliziotti che fermano uno studente di fronte alla scuola e, in primo piano, i nostri skater protagonisti. Siamo nel novembre 2006, i democratici hanno appena vinto al Senato americano. In una scena Van Sant riassume tutta la società Usa: i repubblicani del pallone sullo sfondo, la repressione in mezzo, i democratici radicali in primo piano. Ma questi sono solo piccoli spunti. Il resto è un'immersione nelle inquietudini di un sedicenne. Un Delitto e Castigo del XXI secolo, lo ha ribattezzato immodestamente Van Sant. Noi non siamo convinte che lui sia un nuovo Dostojevskij. E anche se le ossessioni sono le immagini predilette dallo specchio cinematografico, quelle di Gus non riescono a coinvolgerci."
Roberta Ronconi, 'Liberazione'

Il regista Gus Van Sant ha organizzato attraverso internet il casting del film - Premio del 60mo anniversario al Festival di Cannes (2007)

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13 dicembre 2007

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