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Paternò, l'Italia e la Libia

Nelle imprese belliche italiane in Libia (1911 e 2011) c'è un particolare ricorrente che riguarda la Sicilia...

05 maggio 2011

PATERNO' ALLA GUERRA DI LIBIA
di Agostino Spataro

Nelle imprese belliche italiane in Libia (1911 e 2011) c'è un particolare ricorrente che riguarda la Sicilia, anzi due esponenti politici catanesi, entrambi originari di Paternò, che il caso ha voluto a capo di dicasteri-chiave al momento dello scoppio delle ostilità.
Come dire: due paternesi che fecero l'impresa… libica.

Per chi non la conosce, diciamo che Paternò è una bella e antica cittadina posta su un austero rilievo da cui si ammira un vasto panorama sottostante (la piana degli agrumi fino al mare africano) e soprastante (l'immensità incombente dell'Etna).
Città reale al tempo dei normanni, Paternò - secondo taluni - è l'unico insediamento sicano in terra di siculi, oltre cioè il fiume Salso che segna il confine tra le due Sicilia pre-elleniche: quella abitata dai sicani a occidente, dove storicamente si affermò la mafia, e quella abitata dai siculi ad oriente detta "babba" cioè non mafiosa.
Oggi, purtroppo, la Sicilia, almeno sotto questo profilo, tende a unificarsi, sta divenendo quasi tutta "sicana".

Ma andiamo ai due ministri in questione.
Il primo fu il sen. Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, ministro degli esteri di Giolitti (dal 1910 al 1914), nato a Catania (nel 1852) da un'antica famiglia originaria, come il cognome stesso suggerisce, di Paternò.
Capostipite dell'illustre casata fu il nobile catalano Roberto D'Embrun che, nel 1070, partecipò alla conquista normanna della Sicilia ottenendo i feudi di Paternò e di Buccheri.
La figura del sen. Paternò caratterizzò talmente il post risorgimento siciliano da indurre Federico De Roberto a immortalarla nel suo grandioso romanzo politico "I Vicerè" sotto le spoglie del principe Consalvo Uzeda di Francalanza.
Il ministro San Giuliano legò il suo nome all'occupazione coloniale italiana della Libia e delle isole del Dodecaneso. Memorabile rimase l'ultimatum trasmesso, il 27 settembre 1911, alla Sublime Porta col quale s'ingiungeva al governo ottomano di abbandonare la Libia entro 24 ore e senza condizioni.
Una dichiarazione di guerra pretestuosa, immotivata nella quale si annuncia l'occupazione italiana, da tempo decisa, affinché (cito dal testo) "giunga a fine lo stato di disordine e di abbandono in cui la Tripolitania e la Cirenaica sono lasciate dalla Turchia…"
Insomma, buoni propositi e cattive maniere, l'Italia occupò la Libia per far rispettare l'ordine pubblico in quel paese!
Il ministro siciliano, forte di un accordo spartitorio con Francia e Gran Bretagna (anche allora!), rifiutò ogni proposta di chiarimento, ogni offerta di concessioni da parte turca e puntò dritto alla guerra, intimando al governo imperiale di dare "gli ordini occorrenti affinché essa (l'occupazione militare n.d.r.) non incontri, da parte degli attuali rappresentanti ottomani, alcuna opposizione..." (in "La Stampa" del 30/9/1911)

Il resto è noto. Il 4 novembre i contingenti italiani sbarcarono a Tripoli. Ma la guerra si protrasse per vent'anni a causa dell'accanita resistenza delle tribù libiche. La concluse, nel 1931, il generale fascista Graziani con azioni di straordinaria ferocia, compresi i bombardamenti con i gas letali.
Altri tempi, altri uomini! O forse no. A mio parere, fra la guerra del 1911 e quella del 2011 la differenza sta in un "neo", nel senso che la prima fu una guerra coloniale, mentre l'attuale è di stampo neo-coloniale.

E così, a 100 anni esatti, ecco avanzare sulla scena bellica e mediatica un altro prode paternese: l'on. Ignazio La Russa il quale, a conclusione della sua lunga marcia di avvicinamento verso la democrazia (dal Msi ad AN al PdL), oggi è il ministro della guerra, pardon della difesa.
In questa trasandata veste marziale gli italiani, in particolare i siciliani, l'hanno scoperto solo di recente quando ha annunciato al mondo che "la Sicilia è la portaerei del Mediterraneo", mettendola subito a disposizione delle armate della triade interventista (Francia, Usa e G.B.)
Tuttavia, il suo resta un compito difficile, assai ingrato poiché dovrebbe riuscire a convincere l'opinione pubblica italiana che al 70% non approva i bombardamenti che questa non è una guerra, ma un intervento umanitario affidato a bombe cosi "intelligenti" che stanno facendo stragi fra la popolazione civile.
Soprattutto sarà difficile che riesca a spiegare agli alleati della Nato, oggi a conclave a Roma con la Clinton, il dispositivo della mozione Lega Nord- PDL, approvata ieri, che seppure pasticciata, pone seri limiti all'intervento militare italiano in Libia.

Insomma, due ministri, due personalità fra loro molto diverse, accomunate soltanto dalla conterraneità.
Solo una singolare coincidenza o c'è qualcosa che a noi sfugge?

A ben pensarci, tanta solerzia potrebbe essere spiegata dal richiamo di un legame antico, ancestrale fra la Sicilia e la Libia, risalente addirittura alla fondazione di Tripoli (tre polis) che, secondo Sallustio: "Oeaque trinacrios afris permixta colonos" cioè "Oea, l'attuale Tripoli, sarebbe stata fondata da coloni siciliani (evidentemente fenici) insieme ad africani". (proff. Mastino e Zucca in: www.infomedi.it)
Quasi che i due ministri siciliani, muovendo da questa fondazione mitica, avranno, forse, pensato di accampare qualche pretesa sulla Libia.
Speriamo che così non sia. Altrimenti qualcun altro potrebbe ricordarsi della fondazione del Cairo, avvenuta nel 905 d.C, che secondo una fonte antica fu disegnata da un architetto arabo-siciliano, e quindi aprire un contenzioso con l'Egitto dell'ex rais Moubarak, lo zio di Ruby.

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05 maggio 2011
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