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Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera

Il film del pittore sudcoreano Kim-Ki duk, rapisce lo spettatore con tutta la sua bellezza e semplicità

23 giugno 2004

 



Noi vi segnaliamo...
Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
di Kim-Ki duk

Sullo sfondo di un monastero coreano da sogno, immerso in una foresta, la vita è ritratta e fermata nel suo scorrere, che sembra seguire il ritmo delle stagioni. Un monaco bambino apprende, dall'insegnamento del Vecchio Monaco, il senso della vita (Primavera). A 17 anni conosce l'amore e il sesso (Estate). A 30, colpevole di omicidio, torna in cerca di pace ed espiazione (Autunno) e, infine, ormai vecchio, accoglie il figlio che una donna sconosciuta abbandona sulle scale del monastero (Inverno). Il ciclo della vita ricomincia.
Note di regia
"Ho voluto tracciare un ritratto delle gioie, delle rabbie, dei dolori e dei piaceri che segnano le nostre vite, attraverso la vita di un monaco che vive in un tempio a Jusan Pond, circondato soltanto dalla natura. Cinque storie del Monaco bambino, del Monaco adolescente, del Monaco adulto, del Monaco anziano e del Monaco vecchio coesistono con le immagini delle diverse stagioni. Ho voluto così affrontare il tema delle qualità che cambiano negli esseri umani, il senso della maturità nelle nostre vite, la crudeltà dell'innocenza, l'ossessione nei desideri, il dolore nei propositi omicidi e l'emancipazione nella lotta".

Distribuzione Mikado
Durata 103'
Regia Kim-Ki duk
Con Kim-Ki duk, Oh Young-Su, Jong-ho Kim
Genere drammatico

La critica
"Al di là di tutti i più radicati pregiudizi e le anche fondate convinzioni su che cosa sia il cinema e che cosa non lo sia, un film da godere dall'inizio alla fine."
(Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 19 giugno 2004)

"A raccontarlo si direbbe un giallo di taglio moraleggiante. Invece è un film magnifico e sconcertante, semplice e grandioso come il suo titolo circolare, 'Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera'. Salutato all'ultimo festival di Locarno con una vera ovazione che sembrava annunciare un premio (purtroppo negato) al coreano Kim Ki-duk, regista e anche attore nel piccolo ma atletico ruolo del monaco adulto che negli ultimi episodi affronta le prove più impervie. Fondendo padronanza del corpo e dello spirito in un unico itinerario sapienziale. (...) Si potrebbe dire che il film ha l'andatura obliqua e impagabile di certe parabole Zen, purché sia chiaro che Kim Ki-duk traduce il sapore di quell'insegnamento in cinema. E cioè in ritmo, luce, colori, aspra tensione visiva e narrativa. Creata con un rigore e un'adesione personale esaltati dall'impervia bellezza dei luoghi. Chi già conosce il suo cinema spesso crudele ('L'isola', 'Bad Guy') resterà sorpreso dalla svolta. Gli altri si affrettino a scoprire uno dei grandi talenti contemporanei, singolare come il suo percorso di autodidatta, ex-operaio, ex-marinaio, monaco mancato, arrivato al cinema ben oltre i trent'anni dopo aver studiato Arte a Parigi."
(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 giugno 2004)

"A differenza di molti registi asiatici, Kim Ki-duk non è un cinefilo formatosi sui 'Cahièrs du Cinéma' ma un pittore che va sperimentando da un'opera all'altra una diversa forma espressiva. Quello che ci offre è un film da meditazione, pregno di straordinaria bellezza visiva e scandito su tempi interiori. La giuria dell'ultimo Festival di Locarno gli ha preferito un titolo palesemente inferiore, ma tali consessi (che cosa si aspetta per abolirli?) ci hanno ormai abituati a questo e altro. A dire il vero, non si capisce come abbiano fatto quei giurati a non sentire il fascino di un racconto vibrante ed essenziale, dove nella parte del monaco anziano signoreggia un potente attore del teatro nazionale coreano, Oh Young-Su. Protagonista dei due ultimi capitoli è invece il regista stesso, un atleta dall'espressione intensa quanto impenetrabile. Dopo la prova di questo film saremmo tentati di aprirgli il massimo credito per quanto riguarda l'avvenire, lieti che il cinema sudcoreano offra prodotti qualitativamente diversi dal morboso e tarantinesco 'Old Boy' di Park Chan-wook, secondo premio al recente festival di Cannes."
(Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 12 giugno 2004)

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23 giugno 2004
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