Pronto a testimoniare ma con precisi "paletti"

Il capo dello Stato in una lettera al presidente della Corte d'assise di Palermo: "Lieto di dare un utile contributo all'accertamento della verità processuale"

04 novembre 2013

"Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha indirizzato una lettera al Presidente della Corte d'Assise di Palermo con la quale ha sottolineato che sarebbe ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all'accertamento della verità processuale, indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell'art. 205, comma 1, del codice di procedura penale espresse dai suoi predecessori". È quanto riferisce una nota diffusa dal Colle.
"Il presidente - si precisa - ha nello stesso tempo esposto alla Corte i limiti delle sue reali conoscenze in relazione al capitolo di prova testimoniale ammesso".

La testimonianza sarà limitata entro il quadro definito dalla Corte costituzionale nella sentenza con cui aveva accolto il ricorso del presidente della Repubblica per la distruzione immediata delle intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino. Di quelle registrazioni, che sono state poi effettivamente distrutte, non si parlerà dunque nel processo. I giudici a suo tempo hanno ammesso la deposizione "nei soli limiti delle conoscenze del teste che potrebbero esulare dalle funzioni presidenziali e dalla riservatezza". Napolitano potrà rispondere anche sulle sue conoscenze anteriori alla sua elezione alla presidenza della Repubblica.
Come si svolgerà la deposizione del capo dello Stato, la prima di un presidente in carica nella storia della Repubblica, è ancora presto per dirlo. Di sicuro c'è che, come prevede la legge, Napolitano sarà sentito al Quirinale. Molto più incerti sono invece i contorni della testimonianza, "stretta" tra i confini tracciati dalla sentenza della Consulta che, accogliendo il ricorso del Colle sul conflitto di attribuzioni con i pm di Palermo, ha interpretato estensivamente la tutela della riservatezza delle sue comunicazioni.

La Procura vorrebbe interrogare, infatti, Napolitano sulle "preoccupazioni espresse dal suo consigliere giuridico Loris D'Ambrosio" in una lettera inviatagli il 18 giugno del 2012. Amareggiato dai veleni seguiti alla pubblicazione delle sue telefonate con l'ex ministro Nicola Mancino, intercettato nell'inchiesta sulla trattativa, D'Ambrosio presentò le sue dimissioni a Napolitano con un'accorata missiva in cui negava di avere esercitato pressioni sulla gestione delle indagini. Uno sfogo in cui a un certo punto compare la frase che interessa i pm: "lei sa - scrisse D'Ambrosio a Napolitano - che (il riferimento è a suoi precedenti scritti) non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e mi fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi, quasi preso dal timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi".

Parole apparentemente sibilline che si comprendono solo alla luce di quanto D'Ambrosio diceva a Mancino, nelle telefonate, sul periodo relativo alla nomina di Francesco Di Maggio, personaggio chiave nella trattativa secondo i pm, a numero due del Dap all'epoca. Questo, in astratto l'oggetto della testimonianza, che, dicono i giudici anche ricordando la sentenza della Consulta, può essere ammessa solo sulle cose che il teste abbia appreso fuori dalle funzioni presidenziali o prima di essere nominato Capo dello Stato. Una precisazione che, è evidente, circoscrive l'ambito di azione dei pm e che il capo dello Stato ha rimarcato.

In una nota il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, scrive: "Secondo noi, è molto positiva la decisione del Capo dello Stato di portare comunque la sua testimonianza nel processo trattativa Stato-Mafia che si tiene a Palermo". "Le sue parole - prosegue - fanno capire che è possibile sia limitato il contributo che potrà apportare alla ricerca della verità su quei passaggi da 41 bis a carcere normale, dopo la nomina del magistrato Di Maggio al Dap, ma riteniamo che qualunque contributo grande o piccolo che sia, aiuterà a capire perché i nostri figli hanno dovuto morire e molti rimanere invalidi". "È molto importante riuscire a capire perché Dario, Caterina, Nadia, Fabrizio, Angela e i feriti tutti di via dei Georgofili, siano finiti all'interno di probabili scambi dalle drammatiche conseguenze". "Scambi - scrive ancora Maggiani Chelli - che vogliamo fortemente sperare, frutto di decisioni troppo semplicistiche da parte di chi li ha messi in atto, senza valutazione alcuna sulle conseguenze, piuttosto che altro. In un momento in cui buona parte del Paese sente la voglia di sottrarsi alle proprie responsabilità di ogni tipo, in nome del massacro per la Magistratura, abbiamo letto nel messaggio del Capo dello Stato un monito: 'Io mi assumo le mie responsabilità e parlerò davanti alla corte di Palermo, al di là del contributo che posso dare alla giustizia. Questo è il messaggio che è arrivato alle nostre attente orecchie e ancora una volta per le nostre vittime si riapre un filo di speranza".

[Informazioni tratte da ANSA, Lasiciliaweb.it, Corriere del Mezzogiorno]

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04 novembre 2013

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