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Quando ad Hiroshima esplose il Sole

60 anni fa sopra Hiroshima fu sganciata l'atomica dagli americani: in un attimo morirono 140 mila persone

06 agosto 2005

Ricordare la Storia è un obbligo, perché solo nella MEMORIA si può trovare salvezza. E c'è bisogno di ricordare anche, e soprattutto, le vicende più tragiche avvenute nella Storia affinché questi non si ripetano mai più, affinché l'orrore creato dall'uomo non si rivolti contro l'uomo ancora e ancora.
Oggi ricordiamo Hiroshima, dove il 6 agosto del 1945 si consumò il primo tragico olocausto nucleare della Storia.

A Hiroshima, il 6 agosto del 1945, era una giornata come tante altre. Il cielo era quello di una mite giornata d'estate con qualche nuvola appena. Gli abitanti da poche ore avevano cominciato la vita di tutti giorni.
Alle 8.15, tutti gli orologi della cittadine si fermarono. Il tempo si arrestò all'improvviso e nel cielo si vide esplodere il sole...
Oggi Hiroshima, sessant'anni dopo l'orrore della palla di fuoco, che distrusse in un attimo 140 mila vite su un totale di 350 mila abitanti, conserva gelosamente, anche tra le giovani generazioni, l'immagine di città della memoria e della testimonianza.
Hiroshima, ora una grande città di 1 milione e 200 mila abitanti, ha ospitato in questi giorni migliaia di ragazzi di scuole elementari e medie inferiori, che hanno commemorato, insieme con i vecchi familiari rimasti in vita, le migliaia di compagni bruciati vivi o colpiti in modo letale dalle radiazioni scatenate dall'esplosione della bomba, chiamata ''Little Boy'' (ragazzino) piovuta dal bombardiere americano B-29 Enola Gay.
In queste stesse giornate, i sindaci di 99 città in rappresentanza di 25 paesi si sono dati convegno, guidati dal sindaco di Hiroshima Tadatoshi Akiba, in un simposio ''per liberare il mondo dagli ordigni atomici''.
I sopravvissuti con le ferite delle radiazioni impresse nella carne e nell'anima sono ancora tanti a Hiroshima. Ogni anno una media di circa 5.000 di loro muore, andandosi ad aggiungere alla lista delle vittime della bomba, che arriveranno quest'anno, hanno detto fonti del municipio, ad un totale di circa 242 mila.
La convinzione dei cittadini di Hiroshima e di Nagasaki (la seconda città che venne colpita da un attacco atomico, tre giorni dopo Hiroshima, il 9 agosto del 1945), è che attraverso la MEMORIA si possa realizzare la concreta possibilità che mai più l'uomo debba soffrire per colpa della scelleratezza della guerra, e nella volontà pacifista che alberga nelle loro anime campeggia, come nel monumento di granito nero nel Parco della Pace, la frase rivolta alle vittime dell'olocausto: ''Riposate in pace, perché non ripeteremo mai più un simile errore''.

Lettera da Hiroshima
Pubblichiamo la lettera di Tamiki Hara, un abitante di Hiroshima suicidatosi nel 1951, che descrive con dovizia di particolari, le immediate conseguenze sulle persone e sulle cose dell'esplosione di ''Little Boy'', la prima bomba atomica usata per scopi bellici.

''Mi ero alzato verso le otto di mattina quel 6 agosto 1945. Il giorno avanti, alla sera, vi erano stati due allarmi, nessuno dei quali seguito da bombardamento... Improvvisamente ricevetti un colpo sulla testa e tutto diventò scuro davanti ai miei occhi. Gettai un grido ed alzai le braccia. Nelle tenebre, non sentivo che un sibilo di tempesta. Non arrivai a comprendere cosa fosse successo. Il mio proprio grido, io l'avevo inteso come se fosse stato gettato da qualcun altro.
Poi il mondo intorno mi ritorno visibile, benché ancora non nettamente, ed ebbi l'impressione di trovarmi sui luoghi di un immenso cataclisma. Dietro la spessa nuvola di polvere apparve un primo spazio blu, seguito ben presto da altri spazi blu sempre più numerosi.

Brevi fiammate cominciarono a sprizzare dall'edificio vicino, un deposito di prodotti farmaceutici. Era tempo di abbandonare quei luoghi. In compagnia di K., mi aprii la strada fra le macerie.
Fumate vorticose si elevavano da tutte le case in rovina. Raggiungemmo un posto in cui le fiamme mandavano un calore insopportabile. Poi trovammo un'altra strada che ci portò fino al ponte di Sakai. Il numero dei profughi che affluiva verso quel posto aumentava sempre. Io presi la direzione del palazzo Izumi. I cespugli calpestati dalle persone in fuga avevano formato una specie di passerella. Gli alberi erano quasi tutti decapitati.
Ciascuno dapprincipio pensava che solo la casa sua fosse stata colpita; ma, una volta al di fuori, ci si accorgeva che tutto era stato distrutto. Tuttavia, benché le case fossero completamente distrutte, in nessun posto si vedevano quelle buche che normalmente facevano le bombe. Sull'altra sponda, l'incendio, che sembrava essersi calmato, riprese a divampare. Improvvisamente, nel cielo, al di sopra del fiume, vidi una massa d'aria straordinariamente trasparente che risaliva la corrente. Ebbi appena il tempo di gridare ''Una tromba'' che già un vento terribile ci colpì. I cespugli e gli alberi si misero a tremare; alcuni furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul tetro caos. Si aveva l'impressione che il riflesso verde di un orribile inferno venisse a stendersi al di sopra della terra.

Dopo il passaggio della tromba, ben presto il crepuscolo invase il cielo. Incontrai mio fratello maggiore il cui viso era ricoperto come da una sottile pellicola di pittura grigia. Il dorso della sua camicia era ridotto a brandelli e scopriva una larga lesione che somigliava ad un colpo di sole.
Risalendo con lui la stretta banchina che costeggia il fiume alla ricerca di un traghetto, vidi una quantità di persone completamente sfigurate. Ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si proiettavano nell'acqua. I loro visi erano così orrendamente gonfiati che appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne. I loro occhi erano ridotti allo stato di fessure e le loro labbra erano colpite da forte infiammazione.
Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati erano nudi. Quando passavamo vicino a questi gruppi, ci gridavano con voce dolce e debole ''Dateci un po' d'acqua'', ''Soccorretemi, per favore''; quasi tutti avevano qualcosa da chiederci.
Il cadavere nudo di un ragazzo giaceva nel fiume e, ad un metro di distanza, accovacciate su un gradino, si trovavano due donne. Riconoscemmo che erano donne soltanto per la loro acconciatura metà bruciata. Trovammo infine un piccolo traghetto e, remando, giungemmo all'altra riva. Era quasi notte quando toccammo terra. Anche da questa parte sembrava che ci fossero molti feriti.
Un soldato accovacciato sui bordi dell'acqua mi chiese di dargli un po' d'acqua calda. Appoggiandosi alla mia spalla, camminava sulla sabbia con sforzo. Bruscamente mi disse: ''Sarebbe meglio esser morti''. Acconsentii in silenzio e, in quel momento, senza scambiare una sola parola, ci trovammo tutti e due riuniti in un incontenibile collera davanti alla pazzia che ci circondava.
Seduto ad una tavole, un uomo dalla testa enorme e bruciata bevevo acqua calda in una tazza di tè. Il suo strano viso sembrava fatto di una serie di grani di soia neri; inoltre i suoi capelli erano tagliati orizzontalmente all'altezza delle orecchie. Soltanto più tardi, dopo aver incontrato molti altri ustionati con i capelli tagliati orizzontalmente, finii per capire che le loro capigliature erano state distrutte sino al bordo dei loro cappelli.
Al momento della marea, lasciammo la riva per risalire sulla banchina. Con l'oscurità, la notte si trasformava in inferno. Si udivano grida dappertutto ''Da bere, da bere!''.
Improvvisamente un allarme: da qualche parte una sirena doveva esser rimasta intatta. Il suo urlo lacerò la notte. La città continuava a fiammeggiare: a valle, si scorgeva il bagliore incerto dell'incendio.

Nel quartiere del tempio, numerosi feriti gravi erano sdraiati un po' dappertutto, per terra. Non un albero, non una tenda per dar loro un po' d'ombra. Noi ci costruimmo un riparo appoggiando pezzi di tavole contro un muro e scivolammo lì sotto. Dovemmo passare ventiquattrore in quel breve spazio dividendolo in sei. Due metri più lontano c'era un ciliegio che aveva conservato qualche foglia. Due studentesse si erano lasciate cadere sotto questo albero; avevano tutte e due il viso carbonizzato e, volgendo il loro magro dorso al sole, supplicavano che si desse loro un po' d'acqua. Erano giunte il giorno prima ad Hiroshima per partecipare alla mietitura e così erano state colpite da questa grande disgrazia. Il sole era al suo declino...
Anche prima del levar del giorno, ascoltavamo intorno a noi il mormorio ininterrotto delle preghiere: in quell'angolo le persone sembrava morissero l'una dopo l'altra. Le due studentesse morirono all'alba.

Nuovo allarme verso mezzogiorno; si intese un rombo nel cielo. Le persone morivano l'una dopo l'altra e nessuno veniva a portar via i cadaveri. Con l'aria sconvolta, i vivi erravano tra i corpi.
Uno spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo di piombo. Soltanto le strade, i ponti ed i bracci del fiume erano riconoscibili. Nell'acqua galleggiavano cadaveri dilaniati, gonfiati. Era l'inferno divenuto realtà''.


- Hiroshima, un sito per la Pace

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06 agosto 2005
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