Quando Brusca uccise il piccolo Di Matteo Cosa nostra perse il rispetto della gente. Un articolo di F. La Licata

05 novembre 2007

''Così quel bambino uccise Cosa Nostra''
di Francesco La Licata (La Stampa, 3 novembre 2007)

«Lo chiamavano 'u canuzzu', ma non era un vezzeggiativo. Non era un modo amorevole per indicare un cucciolo. No, il piccolo Giuseppe Di Matteo aveva fatto la fine che fanno i 'canuzzi' in campagna: legati al collare, picchiati e poi ammazzati. Lo abbiamo ucciso, il piccolo Giuseppe, forse perché era diventato un problema, ancor di più di quando lo avevamo preso e tenuto prigioniero nella speranza di convincere il padre, il pentito Santino Di Matteo a ritrattare tutte le accuse che aveva rivolto contro Giovanni Brusca, contro Totò Riina e Leoluca Bagarella. E contro tutta la mafia. Più di due anni era durata la sua prigionia e per tutto quel tempo il padre aveva resistito e tenuto duro, continuando a collaborare coi giudici. Ecco perché Giuseppe alla fine era un problema: perché sulla sua pelle si giocava l'immagine di Cosa nostra e dei suoi capi. Fu Brusca a ordinare di 'affucarlo' con la corda e poi sciogliere il corpo nell'acido. Era andato fuori di testa il boss, una volta tanto gelido da essere stato prescelto per premere il pulsante assassino che mise fine alla vita di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta. Non ragionava più. Non c'era verso di fargli capire che l'uccisione del bambino sarebbe stato un terribile boomerang per tutte le ''famiglie''. Era come accecato. E così pronunciò quell'ordine che, una volta emesso, nessuno poteva più raddrizzare senza correre il rischio di rimetterci la pelle. Chi poteva trovare il coraggio di ''far ragionare'' Giovanni Brusca? Così, mentre tutti restavamo prigionieri della paura, il piccolo Giuseppe scivolava verso una fine ingiusta e terribile. Ma non fu una vittoria della mafia. Un terribile castigo, anzi, si abbattè su Cosa nostra: come in un'esplosione atomica il clan dei corleonesi si è liquefatto. Riina è in galera e pure Provenzano e Bagarella e tutti i capi. Giovanni ed Enzo Brusca sono diventati pentiti. Anche Enzo Chiodo, che passò la corda attorno al collo di Giuseppe ora è collaboratore. E pure io, che mi porto appresso l'incubo di non aver saputo salvare Giuseppe. Ci credevamo immortali e potenti, noi uomini dei corleonesi. Avevamo messo nel conto di poter cambiare in nostro favore anche le sventure più grandi. E per fermare il pentito Di Matteo abbiamo scelto il ricatto più ignobile, prendergli il figlio. Così credevamo di aver risolto il problema ma invece andò a finire che quel bambino morto ammazzato, un bimbo, sconfisse la mafia. Fu peggio di una sconfitta militare, perché Cosa nostra perse la faccia e il rispetto della gente».

Sembra un ragazzino Giuseppe Monticciolo, il mafioso che racconta di essere stato incaricato da Giovanni Brusca di «risolvere il problema del bambino». Adesso che non è più un boss della mafia dice di sentirsi più libero. Vive nel Nord dell'Italia e da otto anni si è assuefatto alla vita del «signor nessuno»: anonima tranquillità, casa e lavoro. «Ma non sono stato mai così appagato», dice adesso accettando di incontrare il cronista in un posto «neutro». Soltanto oggi torna alla ribalta per aver scritto in un libro, affidandola al giornalista dell'Unità Vincenzo Vasile, «la storia del mio rapporto col piccolo Di Matteo» («Era il figlio di un pentito». Bompiani. Pagg.203 - € 15).
E' un viaggio difficile, quello di Monticciolo. Lui sa che difficilmente potrà invocare perdono e comprensione. Ma cerca di «spiegare», nei limiti di una logica troppo lontana per chi non sta dentro gli ingranaggi mafiosi, il meccanismo, la trappola, «l'inganno» dice l'ex boss, che può portare l'uomo a trasformarsi in lupo. E racconta di quando «ammazzavo i cristiani senza pensare che stavo togliendo la vita ad esseri umani e padri di famiglia». Anche se poteva servire da alibi «la consapevolezza che a parti invertite le vittime non avrebbero avuto problemi a trasformarsi in carnefici». Già, andavano così le cose: «mi sentivo gratificato se il mio capo, Giovanni Brusca, sceglieva me per un omicidio ''difficile''».

Rivede mentalmente il film, Monticciolo. E tira fuori dalla moviola il campionario degli orrori. Come quando Bagarella «pretese che si uccidessero Giovanna Giammona, una donna, e il marito, Franco Saporito». Uno squadrone della morte partì alla volta di Corleone ed eseguì la sentenza in piazza: «Venne pure Bagarella perché voleva che si sapesse che la decisione era sua, anche contro la linea pacifista di Provenzano». Solo poco tempo prima «avevamo ucciso un commerciante, sempre a Corleone, perché Bagarella era convinto che congiurasse contro il nipote Giovanni, il figlio grande di Totò Riina».
Eccolo il delfino di don Totò, oggi condannato all'ergastolo proprio a causa delle confessioni di Monticciolo. Un ragazzetto ancora neppure diciottenne ma tanto determinato da rispondere allo zio (Bagarella) che chiede l'ennesimo omicidio: «Come lo dobbiamo ammazzare?». Così, senza l'ombra dell'indecisione.
In questo clima, Giovanni Brusca si imbarca nel «pessimo affare» del sequestro Di Matteo. Dice Monticciolo: «Pensava di averla vinta facilmente, anche perché contavamo nelle contraddizioni interne alla famiglia del bambino. Sapevamo che il nonno, il papà di Santino, non avrebbe esitato anche a sacrificare il figlio per salvare il nipote». E invece non andò così: caddero nel vuoto - per più di due anni - i messaggi terrificanti, le foto, i video inviati alla famiglia. Il piccolo Giuseppe, «sempre più magro, coi capelli lunghissimi, un fagotto di poco più di trenta chili che imprecava contro quel pentito di suo padre che lo aveva abbandonato» venne spostato per mezza Sicilia, affidato a mafiosi che lo vedevano come un «impiccio». Poi dovette occuparsene Monticciolo, dopo aver costruito un bunker, nella casa di campagna dei Brusca, che potesse ospitarlo. Ma era la fine.

Così il pentito ricorda l'ultimo viaggio: «Infransi la regola che mi impediva di aver rapporti col bambino e ci parlai. Ricevetti una lezione di dignità, non mi permise mai di oltraggiarlo. Ricordo che, bendato, sentì il mare e i profumi dei fiori. Mi chiese di poterli vedere e toccare. Non potevo accontentarlo. Al contrario, però, riuscii a fargli avere diverse riviste sui cavalli. Gli piaceva cavalcare. Quando arrivò l'ordine feci in modo che non dovessi essere io a stringere il laccio. Questo incubo continua a vivere con me».

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05 novembre 2007

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