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Quel 'mancato' attentato all'Addaura

Nuove e inquietanti verità sul fallito attentato del 1989 a Giovanni Falcone: Servizi segreti e mafia insieme per ucciderlo

08 maggio 2010

Il 21 giugno 1989 Falcone, che aveva un incontro con un pool di giudici svizzeri guidati da Carla del Ponte, li invitò a casa sua all'Addaura. Inizialmente poteva esserci una pausa sul lungomare, magari con tanto di bagno; ma poi si rinunciò. Ad un certo punto fu trovato uno zaino, dove gli artificieri trovarono alcuni candelotti di dinamite pronta ad esplodere. Non si è mai saputo chi avesse piazzato lo zaino, sfuggendo alla sorveglianza...
Si torna a parlare del fallito attentato all'Addaura a Giovanni Falcone e del possibile coinvolgimento dei Servizi segreti in una vicenda che presenta ancora moltissimi punti oscuri.
A riaprire, con ipotesi investigative inedite, uno dei capitoli più torbidi della storia italiana recente è il libro del giornalista Attilio Bolzoni, dal titolo "Faq Mafia", di cui ieri il quotidiano la Repubblica ha anticipato una parte. Novità, quelle raccontate nel volume, che hanno suscitato le reazioni allarmate della politica e indotto il presidente dell'Antimafia, Giuseppe Pisanu, e il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, a decidere di "valutare insieme gli eventuali aspetti del caso riguardanti i Servizi Segreti".

Il libro ipotizza, anche sulla scorta di testimonianze, la presenza di un mandante di Stato dietro al tentativo di assassinare il magistrato, che sarà poi eliminato nel 1992 a Capaci. L'inchiesta, riaperta un anno fa dalla procura di Caltanissetta, avrebbe accertato la presenza di due gruppi di 007 sul luogo dell'attentato: uno composto da uomini d'onore della "famiglia" dell'Acquasanta e da un gruppo di agenti che piazzarono la dinamite nella scogliera che si trovava sotto la villa dell'Addaura di Falcone; l'altro formato da due "spie buone": Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, che riuscirono a evitare l'esplosione. Entrambi furono poi assassinati: una sorte toccata anche a una serie di testimoni inconsapevoli e pentiti pronti a rivelare i segreti della storia.
E di "movente non perfettamente coincidente con quello delle organizzazioni mafiose" ha parlato anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, facendo riferimento anche agli omicidi La Torre e Mattarella. Grasso ha anche ricordato che lo stesso Falcone, nei giorni successivi al ritrovamento della dinaminte, nel giugno del 1989, parlò di "menti raffinatissime e non credo fosse il prototipo del mafioso che intendesse additare".

A chiedere che l'Antimafia torni a occuparsi della vicenda sono in tanti. Come il presidente del gruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro, l’eurodeputato dell’Idv Luigi De Magistris e l'ex segretario del Pd Walter Veltroni. "Le rivelazioni sull'attentato a Falcone - dice Veltroni - sono di enorme importanza e possono aiutare a rileggere non solo il sacrificio di un giudice che credeva nelle istituzioni, ma tutta la storia del rapporto tra mafia e potere, tra mafia e poteri. Se fossero confermate davvero sapremmo che il giudice Falcone e due onesti uomini delle forze dell'ordine furono uccisi da un complotto ordito dalla mafia e da altri uomini infedeli allo Stato e alle istituzioni". E ancora: "La Commissione antimafia non può chiudere gli occhi davanti a questa vicenda e credo sia giusto che si chieda al procuratore generale antimafia Grasso di partecipare alla seduta di martedì".
"Dopo anni di depistaggi e omissioni – ha aggiunto il senatore, sempre del Pd, Giuseppe Lumia - non si può più tergiversare. La verità deve venire fuori in modo chiaro e limpido. La Commissione antimafia assuma in prima persona questa missione".
Pronta la risposta del presidente dell'Antimafia Pisanu che "si è riservato di prendere le decisioni opportune dopo aver sentito l'Ufficio di presidenza integrato dai capigruppo. Per parte sua - conclude - il presidente D'Alema ha già avviato le iniziative opportune".

Nel libro di Bolzoni, dunque, vi è una ricostruzione, in parte già fatta anche in altri libri, secondo la quale nei pressi della villa al mare del magistrato c’erano due pezzi separati dello Stato: l’uno che voleva la morte di Falcone e l’altro che di fatto lo ha protetto. Uno scenario che potrebbe portare a riscrivere la storia di quegli anni dando forza all’ipotesi dei mandanti esterni dietro la stagione del terrore culminata con le stragi di Capaci e Via D’Amelio. Un quadro che potrebbe farsi più chiaro se verrà identificato quel misterioso agente dei servizi, noto come "signor Franco o Carlo", che fa capolino sulla scena dei tanti misteri siciliani. Il tutto potrebbe anche avere ricadute giudiziarie.

Per l’attentato all’Addaura sono stati condannati Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia (condannati a 26 anni di reclusione), il collaboratore di giustizia Francesco Onorato (nove anni e quattro mesi), ma anche Vincenzo ed Angelo Galatolo (rispettivamente a 18 e 13 anni). E alla luce delle ultime rivelazioni il legale di quest’ultimo, Giuseppe Di Peri, ha annunciato che sta valutando se chiedere la revisione del processo.
"Se quanto ho letto oggi sulla stampa è vero - ha detto all'Adnkronos l'avvocato Giuseppe Di Peri - allora viene a cadere uno degli elementi fondanti per i quali è stato condannato definitivamente il mio assistito".
Secondo quanto riferisce l'articolo di Bolzoni, a vent'anni di distanza dal fallito attentato "è stata capovolta tutta la dinamica del fallito attentato dell'Addaura. Ci sono testimonianze che rivelano un'altra verità e che irrobustiscono sempre di più l'ipotesi di un 'mandante di Stato'". Insomma, potrebbe non essere stata Cosa nostra a organizzare l'attentato a Falcone. "Gli attentati fatti da Cosa nostra difficilmente falliscono - ha detto ancora l'avvocato Di Peri, che è anche uno dei legali di Marcello dell'Utri - ecco perché fin dal primo momento, ho sempre avuto dei dubbi in merito".

Circostanze anticipate di recente nel libro 'Don Vito' di Massimo Ciancimino e Francesco La Licata che parlando dell'attentato dell'Addaura scrivono: "L'attentato fu sventato, si disse, per un colpo di fortuna: gli uomini della scorta, durante un'ispezione trovarono il borsone con l'esplosivo. Questa la versione accreditata, per anni, anche a livello processuale. Una verità smentita in questi ultimi mesi, una verità negata da sorpendenti testimonianze venute alla luce a vent'anni dai fatti, che lascia trasparire una regia, nel giugno dell'89, di strane presenze istituzionali nella ragnatela mortale che andava stringendosi attorno a Giovanni Falcone". Secondo La Licata e Ciancimino "c'è un filone di indagine che, addirittura, porterebbe a descrivere nell'attentato dell'Addaura una sorta di 'guerra dei Servizi' che si è sviluppata nell'ombra. Una vera e propria spy story con i cattivi che tentano di fare fuori Falcone e i buoni che intervengono per sventare l'attentato".
"Ricordo che nella lettura della sentenza - ha detto ancora l'avvocato Di Peri - si parlava di una ipotesi alternativa, ma la pista fu scartata. Forse, però, le cose non stanno così". Ecco perché l'avvocato Di Peri pensa a una revisione. "Allo stato è ancora un'ipotesi - dice ancora l'avvocato - Non ci sono elementi che possano permettere la riapertura del processo, però se ci dovesse essere una riapertura di indagine, come auspico, allora la revisione va fatta". "Secondo la tesi accusatoria Angelo Galatolo sarebbe stato incastrato da una pinna da sub - ha detto infine Di Peri - la cui misura corrispondeva al suo piede. Ma da quello che leggo sul giornale, i 'cattivi' sono venuti dalla terra e non dal mare. Ecco perché penso alla revisione del processo". I sub indicati come sicari, secondo la nuova ricostruzione, "erano in realtà i buoni".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Corriere.it, Repubblica.it]

Gli articoli dell'inchiesta su la Repubblica di Attilio Bolzoni:

- Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone

- "La mafia come braccio armato per favorire altri centri di potere"

- Verbali, testimonianze, identikit spariti dagli atti dell'inchiesta

 

 

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08 maggio 2010
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