Reality in Iraq

L'Iraq è un paese che si avvicina gradualmente al caos, e si allontana sempre di più dalla pace

02 novembre 2006

Tra show e realtà, se si desse credito a quello che succede nella casa di ''Beit Beut'', potremmo tutti (in particolare gli iracheni) tirare un sospiro di sollievo e bearci degli effetti benefici di quell'enduring freedom promesso dagli americani nel lontano marzo del 2003. Sì, perché dentro ''Beit Beut'' un gruppo di giovani sciiti, sunniti, curdi e cristiani riescono a convivere bene insieme e ad aiutarsi l'un l'altro. Anche in Iraq, quindi, ''the show must go on'', e l'incredibile reality show che in queste settimane sta spopolando in territorio iracheno attraverso il network Al-Sharqiya, fa vedere quello che nella realtà senza show proprio non si riesce a raggiungere.
''Uniti noi resistiamo, divisi noi crolliamo'', recita il motto (degno di un'Isola dei Famosi qualsiasi), del programma trasmesso in prima serata tutti i weekend, dove i dodici protagonisti, oltre a vivere insieme in una casa, sorvegliata 24 ore su 24 dalle telecamere, devono superare difficili prove come trasportare pesanti carichi in un fiume o costruire fienili, e tutte le prove devono essere affrontate assieme per dimostrare che la solidarietà paga. Alla fine rimarrà un solo concorrente che vincerà 3.000 dollari, una somma molto alta nell'Iraq di oggi.

Questo accade sotto i riflettori, a luci spente, lo spettacolo è ben altro: il circo degli orrori di guerra non ha pause pubblicitarie, non concede montaggi per la striscia quotidiana, e chi si è ritrovato fuori dal programma è stato eliminato da nomination di piombo e di sangue.
Per esempio, nel novembre del 2004 Medici Senza Frontiere (MSF) ha lasciato l'Iraq perché gli attacchi diretti alle organizzazioni umanitarie internazionali rendevano impossibile continuare a lavorare in quel Paese. Quest'anno MSF ha ripreso la sua opera di assistenza agli iracheni in collaborazione con l'ospedale della Mezzaluna Rossa ad Amman, in Giordania. La missione svolge principalmente attività chirurgiche ed è gestita in stretta collaborazione con medici che lavorano in Iraq.
Dopo tre anni di guerra, il sistema sanitario iracheno è vicino al collasso per il flusso costante di feriti che tutti i giorni si riversano negli ospedali. Con l'intensificarsi delle violenze, molti medici subiscono minacce o hanno dovuto abbandonare il Paese e quelli che restano devono occuparsi per prima cosa dei casi più urgenti. In Iraq è molto difficile ricevere cure chirurgiche specialistiche a causa di una serie di fattori: scarsità di medici, di specialisti e di attrezzature, alto costo delle operazioni chirurgiche e il pericolo costante cui sono sottoposti pazienti e personale medico.

Ecco, il reality Iraq è disperato, non ha forze e non ha né controllo né indipendenza. Da solo non ce la può fare e la caduta di Saddam è stata solo la caduta di Saddam.
Il ministro degli Esteri di Bagdad, Hoshiyar Zebari, ministro di quel governo non voluto da molti iracheni, perché posizionato dalle forze di occupazione, ha intenzione di chiedere alle Nazioni Unite di estendere di un anno ancora il mandato per la presenza delle truppe Usa nel Paese. Zebari ha fatto sapere che il mandato, che scadrebbe il 31 dicembre rimane ''indispensabile'' per la sicurezza del Paese nonostante la volontà del governo di accelerare il processo di formazione delle forze di sicurezza irachene.
Ma le forze della coalizioni, e in particolare l'America, può garantire la sicurezza in Iraq? Il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, vicinissimo alle elezioni di medio termine, ammette le difficoltà ma continua a ripetere che la ''guerra sarà vinta'' e che solo l'America può portare a termine il più nobile tra gli intenti, ossia quello di riconsegnare la pace e la libertà ad un intera nazione. Tutto è, comunque sotto controllo, dicono dalla Casa Bianca.
Leggendo però, il grafico utilizzato dagli esperti militari americani ad un briefing del Comando centrale degli Stati Uniti il 18 ottobre scorso, la sicumera americana si svela ancora di più.
Dal grafico (a uso esclusivamente interno e proprio per questo interessante), intercettato e pubblicato dal New York Times, si evince chiaramente qual'è il vero giudizio che i comandi militari hano della situazione e dell'evolversi della guerra in Iraq, in particolare in riferimento all'escalation delle cosiddette ''violenze settarie'': cioè quelle compiute da specifici gruppi (etnici, religiosi, o di altra natura).
Il giudizio è estremamente negativo: ''L'Iraq è un paese che si avvicina gradualmente  al caos, e si allontana sempre di più dalla pace''.
Dunque, lontano dalle trombe del bene fatte squillare dalla Casa Bianca, l'Iraq in realtà si sta sempre più rapidamente allontanando dalla pace.
Nel grafico, uno schemino colorato che va dalla tranquillità del verde, all'allarme furente del rosso, si legge di un continuo evolversi di eventi negativi che hanno portato sempre più verso il rosso.
Il grafico mostra che tra gli episodi che hanno segnato una brusca accelerazione, dal verde verso il rosso, c'è l'attentato di febbraio a Samarra contro la moschea sciita. Con un ulteriore peggioramento proprio nel mese di ottobre appena trascorso, segnato da attacchi sanguinosi e da grandissima tensione, nonostante l'azione lanciata dagli Usa per cercare di arginare la violenza. Il mese di ottobre si è concluso con la morte di 104 soldati americani.

Insomma, lontano dai riflettori del reality e lontano dalle dichiarazioni rilasciate dalla Casa Bianca, in Iraq lo show continua, l'atroce show della follia bellica e della morte. [F. M.]

- Il grafico del Pentagono dal sito del NYT

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02 novembre 2006

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