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Ricordando Libero Grassi, l'imprenditore ucciso dalla mafia per essersi opposto al racket delle estorsioni

''Pagare significa dare forza ai mafiosi, ed io nono lo farò''

30 agosto 2005

Sono cominciate ieri, a Palermo, con la deposizione di alcune corone di fiori, le cerimonie di commemorazione dell'imprenditore Libero Grassi, assassinato dalla mafia 14 anni fa.
A ricordare il commerciante che si oppose al racket delle estorsioni sono stati la vedova di Grassi, Pina Maisano, i ragazzi del comitato ''Addio pizzo'', che l'anno scorso tappezzarono la città di manifesti adesivi contro il racket, i deputati Ds Costantino Garraffa e Beppe Lumia, il vice sindaco Dario Falzone, il presidente della Federazione Italiana antiracket Tano Grasso, l'assessore regionale ai Beni Culturali Alessandro Pagano e rappresentanti delle Forze armate e della Magistratura.
''I ragazzi di Addio pizzo - ha detto Pina Grassi - hanno raccolto l'eredità di mio marito. Sono loro la nostra speranza''.  

Libero Grassi aveva detto no ai mafiosi e no al pizzo, non perché fosse un eroe, ma per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà e i propri interessi da uomo intelligente, oltre che coraggioso (anche se lui non si riteneva tale), e non permettere ai mafiosi di distruggere quello che in tanti anni e con tanti sacrifici aveva costruito.
La sua grande forza è stata quella di rivolgersi alle forze dell'ordine e di denunciare i mafiosi, perché riteneva stupido pagare il pizzo: ''Pagare significa dare forza ai mafiosi, ed io nono lo farò''.
Lo aveva detto Libero Grassi e lo aveva anche scritto in una lettera pubblicata sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991, avvertendo i suoi estortori che non avrebbe pagato, perché pagando si era destinati a chiudere e lui non voleva chiudere la fabbrica che aveva costruito con le proprie mani.
Libero Grassi denunciò sempre arditamente e ad alta voce, parlando senza paura alla stampa e alla televisione.
Nella lettera, che pubblichiamo di seguito, Libero Grassi ricostruisce il tentativo di estorsione operato ai suoi danni e la denuncia alle autorità fino all'arresto di alcuni ricattatori.
A colpire è il fastidio manifestato dalle organizzazioni di categoria di fronte al coraggio e alla coscienza civile di Libero Grassi.
La lettera è stata pubblicata dal ''Corriere della Sera'' il 30 agosto del 1991, il giorno successivo alla sua uccisione.

''La "Sigma" è un'azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro di affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l'ottimo stato di salute dell'impresa ad attirare la loro attenzione.
La prima volta mi chiesero i soldi per i "poveri amici carcerati", i "picciotti chiusi all'Ucciardone". Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: "Attento al magazzino", "guardati tuo figlio", "attento a te". Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio.
Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al ''Giornale di Sicilia'' che iniziava così: ''Caro estortore...". La mattina successiva qui in fabbrica c'erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell'azienda chiedendo loro protezione.
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere "ispettori di sanità". Fuori però c'era l'auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del "pizzo", i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell'Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una "tamurriata" come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell'Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l'iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda''
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30 agosto 2005
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