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Sacrificio nel Canale di Sicilia

Gettati in mare ancora vivi perché ritenuti posseduti dagli spiriti maligni

14 ottobre 2008

Quell'undici settembre, a ucciderli non sono stati il mare o gli stenti, ma la superstizione. Ritenuti posseduti dagli spiriti maligni, 13 migranti, un ghanese e 12 nigeriani, sono stati gettati, vivi, in acqua, durante la traversata verso le coste siciliane, da cinque compagni, probabilmente scafisti dell'imbarcazione. Una sorta di sacrificio umano collettivo contro il malocchio, per propiziare l'odissea di un gruppo di clandestini diretti in Italia.
A raccontare la terribile vicenda sono stati i superstiti giunti a Portopalo di Capo Passero, nel siracusano, l'11 settembre scorso. Partiti in 72 - tra cui donne e bambini - solo 59 sono rimasti in vita.

Terrorizzati, provati dal viaggio, ancora sotto shock, alcuni migranti hanno riferito ai soccorritori che 13 compagni di viaggio erano morti. Ma davanti alle forze dell'ordine, la paura della vendetta degli scafisti, li ha indotti al silenzio. Solo dopo alcune settimane, grazie al lavoro dei carabinieri della Stazione di Cassibile e del gruppo anti-immigrazione della Procura di Siracusa, che sono riusciti a guadagnare la fiducia degli extracomunitari, è venuta fuori la raccapricciante verità. Agghiacciante il racconto dei testimoni che hanno parlato di inaudite violenze, percosse, sevizie, di essere stati legati e brutalizzati dagli scafisti subito dopo la partenza dalle coste libiche, al primo segno dell'ostilità delle divinità, rappresentato dalla rottura di una bussola. Il primo a morire sarebbe stato un ghanese che conosceva la rotta da seguire per giungere in Sicilia. Sostenendo che delirava perché gli spiriti maligni si erano impossessati della sua anima e che era funesto per il viaggio l'avrebbero gettato in mare, vivo. Da allora, quotidianamente i migranti sarebbero stati picchiati e obbligati a non dormire per cantare preghiere propiziatorie.

Chi si ribellava, stava male o delirava per mancanza di cibo e acqua - tutti segni della presenza del male - seguiva la sorte del ghanese. "Una notte - ha raccontato un giovane ai carabinieri -, dopo aver discusso di questa storia degli spiriti maligni, mi addormentai con Osamede, un amico che avevo conosciuto nella casa in Libia. Osamede stava molto male aveva delirato durante il giorno. La mattina al risveglio non c'era più e la notte successiva sparirono anche Luck e un suo amico, sempre nigeriani". Un'altra vittima ha parlato del destino del fratello Omoruy, scomparso nello stesso modo, inghiottito dalla notte.

A decidere i "sacrifici" dei compagni sarebbero stati in cinque: Tony Waychey, 26 anni, ritenuto il capo-barca, Kelly Osaram, 22 anni, Silvester Uyi, 28, Efe Fasuy, pure lui ventottenne, e Pius Okuiomose, di 19 anni. Per loro la Procura di Siracusa ha disposto il fermo con l'accusa di omicidio volontario plurimo. "Dalla nostra inchiesta - ha spiegato il procuratore di Siracusa Ugo Rossi - emergono particolari raccapriccianti sui quali dobbiamo tutti meditare". Il procuratore Rossi ha anche indicato nella scarsità dei mezzi di sostentamento a disposizione una possibile causa della progressiva eliminazione dei tredici migranti. "Scarseggiavano i viveri, scarseggiavano i mezzi - ha detto - e dunque è ipotizzabile che con la scusa della superstizione 13 disperati siano stati presi e buttati in mare quando erano ancora vivi".
"Il problema dell'immigrazione riguarda l'umanità, il mondo intero - ha concluso Rossi -. Chi poi ha ruoli di governo dovrebbe lavorare per trovare soluzioni sul piano internazionale: è una questione complessa che non può essere risolta da un singolo Stato".

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14 ottobre 2008
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