Sangue del mio sangue

Aveva deciso di collaborare con la giustizia e andare contro il clan. La madre e la sorella non glielo perdonarono

24 ottobre 2007

Aveva deciso di collaborare con la giustizia Sebastiano Mazzeo. Eppure, si era ''messo in mostra'' presto davanti al clan catanese dei ''Carcagnusi''. Considerato estremamente pericoloso il giovane Sebastiano Mazzeo nella Torino degli anni Ottanta si guadagnò l'appellativo di ''baby killer'' e la sua storia riempì intere pagine di giornali. Aveva cominciato a sparare ad appena 14 anni e poi spingeva la carrozzella del padre, Francesco Mazzeo, considerato il capo della cosca, che continuava a gestire i traffici illeciti anche dopo essere rimasto paralizzato a seguito di un agguato.
Nel dicembre del 1984 padre e figlio vennero arrestati nel mega-blitz della Procura di Torino contro il clan dei catanesi scaturito dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Parisi detto ''Turinella''.
Scarcerato dopo qualche anno, nel maggio dell'89 Sebastiano Mazzeo venne nuovamente arrestato per porto illegale d'armi.

Una ''carriera di tutto rispetto'' all'interno delle logiche di Cosa nostra, eppure un giorno Sebastiano Mazzeo decise di ''cantare'', di collaborare, probabilmente solo per vendetta dopo la morte del padre, ucciso due anni prima. Francesco Mazzeo, infatti fu assassinato da un commando nella sua villa di Agnone Bagni, tra Catania e Siracusa, il 25 maggio del 1987 da un commando di mafiosi travestiti da carabinieri. Nella casa, dove era agli arresti domiciliari perché imputato nel maxiprocesso di Torino alle cosche catanesi, c'erano anche la moglie e la figlia del boss, anche loro agli arresti perché nascondevano le armi della vittima.
Proprio l'uccisione del padre avrebbe spinto Sebastiano Mazzeo a collaborare con la magistratura, o a fare finta di collaborare, per potere tornare in libertà: infatti il 7 ottobre del 1989 riuscì a beffare in modo rocambolesco gli agenti dell'Alto Commissariato Antimafia, che all'epoca avevano la gestione dei pentiti. Riuscì a scappare e a fare ritorno a Catania dove però c'è chi ne temeva l'ambizione e la determinazione. La cosca etnea tentò dunque di ammazzarlo, e come aveva fatto col padre mandò un commando di uomini travestiti stavolta da finanzieri.
Sebastiano Mazzeo non abboccò alla trappola e riuscì a salvarsi. Ma la sua morte ormai lo seguiva a vista e ad aiutarla furono le persone a lui più vicine: sua madre e sua sorella.

Dopo 18 anni la storia di Sebastiano Mazzeo viene di nuovo raccontata, stavolta per interno, completa delle parti mancanti, quelle più allucinati. Quello che era stato uno dei più promettenti rampolli del clan dei ''Carcagnusi'' sarebbe stato consegnato ai sicari che gli davano la caccia per impedirgli di continuare a collaborare con la giustizia, dalla madre Gaetana Conti, 57 anni e dalla sorella, Concetta Mazzeo di 39.
Di un coinvolgimento della madre si era già parlato anni fa dopo le rivelazioni di alcuni pentiti che però non trovarono riscontri. Di recente a vuotare il sacco è stato proprio uno dei sicari, Salvatore Centorrino, uomo del commando che nell'ottobre di 18 anni fa uccise il pentito. ''Alcuni giorni prima - ha detto - c'era stata una riunione in una villa di Gravina''. Presente il capomafia Turi Cappello e altri esponenti della cosca. ''In quella riunione si era deciso di uccidere Mazzeo colpevole di aver reso dichiarazioni che potevano portare all'arresto di molti affiliati''.
Secondo Centorrino nella villa arrivarono anche la madre e la sorella di Mazzeo che alcuni giorni dopo, a bordo della loro automobile, guidarono i sicari sino alla casa nel quartiere San Cristoforo dove il ragazzo era rintanato. ''Furono loro a bussare alla porta e subito dopo lui scese giù e fu caricato su una Fiat Croma'' dove venne ucciso a colpi di pistola.
Il cadavere non è stato mai ritrovato. Altri collaboratori hanno raccontato che fu mutilato con una mannaia e poi sepolto in un boschetto.

Stando alle indagini della Squadra Mobile di Catania il ruolo delle due donne sarebbe stato ''determinante'' in quanto erano tra le poche persone che conoscevano il rifugio di Mazzeo. A quanto pare le due donne non avevano accettato la sua scelta di collaborare con la giustizia. La madre e la sorella di Mazzeo insieme ad un uomo che ha avuto un ruolo nell'omicidio, Agatino Stefano Messina, di 53 anni, sono stati arrestati dalla squadra mobile della Questura di Catania in esecuzione di un ordine di custodia cautelare in carcere. Il provvedimento era stato sollecitato dalla Procura della Repubblica, che aveva chiesto anche un ordine restrittivo anche per i boss Santo Mazzei (zio della vittima e luogotenente di riferimento a Catania di Totò Riina) e Salvatore Cappello, già detenuti, in qualità di mandanti, ma il Gip ha ritenuto insufficienti le prove a loro carico.
Nell'ambito della stessa inchiesta sono indagati anche due collaboratori di giustizia, Salvatore Centorrino, che è già processo per questo capo di imputazione, e Alfio Scalia, la cui posizione è stata stralciata.

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24 ottobre 2007

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