Se Cuffaro scopre l'antimafia

di Francesco Merlo (la Repubblica)

19 novembre 2005

Solo nel cerchio dannato della Sicilia si poteva arrivare al paradosso del mafioso che si schifa della mafia e dunque al mafioso antimafia. Mai infatti si erano visti i mafiosi, i conniventi o i favoreggiatori di mafia sputarsi addosso, sfregiarsi, oltraggiarsi, e trattare se stessi con il disprezzo che una volta riservavano ai confidenti, ai ''parrineddi''.
C'è insomma una novità epocale nello slogan ''la mafia fa schifo'' inventato da Totò Cuffaro e dai siciliani dell'Udc. Almeno cinque di loro sono stati arrestati e almeno altri dieci sono indagati per gravi reati di mafia, con un conteggio davvero impressionate anche in un mondo abituato a coinvolgimenti di ogni segno politico.
Lo stesso Totò Cuffaro, presidente della Regione siciliana, negli atti giudiziari, nelle intercettazioni telefoniche, nei pedinamenti e nelle indagini risulta purtroppo compromesso, protagonista di affari politici con i mafiosi, prigioniero delle amicizie, delle contiguità e delle connivenze. Certamente Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento aggravato, è il leader di un partito ''cacocciola'' come si dice in Sicilia, un partito ''carciofo'', la cui ''cosca'', che in dialetto è l'insieme delle foglie, sta appunto scoprendo, foglia dopo foglia, il cuore dell'ortaggio, la sua parte nascosta e ''migliore'', la sua sostanza. L'ultima foglia sfogliata è l'arresto per mafia del deputato regionale Davide Costa, avvenuto l'altro ieri in perfetta coincidenza con il lancio di questo nuovo slogan del partito carciofo: ''La mafia fa schifo''.

Noi non pensiamo a Totò Cuffaro come a un mafioso tout court e neppure crediamo che l'Udc siciliana sia tutta intera una cosca. Lasciamo alle cronache giudiziarie il caso gravissimo dell'assessore Vincenzo Lo Giudice, ora sotto processo per associazione mafiosa assieme al figlio consigliere provinciale: di lui ricordiamo solo che teneva i soldi sotto il mattone e, commentando un omicidio, diceva al boss: ''Ci avevate perso tempo''. E sorvoliamo sulle vicende del deputato Borzacchelli, la presunta ''talpa'', e sulle storie del deputato Onofrio Fratello e del consigliere comunale Roberto Rotondo, di Mimmo Miceli, di Fabrizio Bignardelli, dell'imprenditore Michele Aiello, ritenuto prestanome di Bernardo Provenzano, dei medici grandi elettori Guttadauro e Aragona, e di tutti gli uomini ''mascariati'' che militano nell'Udc siciliana.
Se usiamo la parte per il tutto è solo per esigenze di studio, per simulazione di laboratorio e non perché immaginiamo un partito in giacca di fustagno, coppola e lupara. Qui a noi interessa solo la novità retorica, la nuova filosofia che non era stata prevista neppure da Sciascia, fermo con il suo don Mariano Arena all'uomo d'onore che era orgoglioso di far parte degli ''omini'' sotto i quali scalciavano e trascinavano la loro esistenza tutti gli altri, dai mezzi uomini agli ominicchi, dai piglianculo ai quaquaraquà.
La novità schifata di Cuffaro lascia indietro anche i Ciancimino e i Lima, quelli che ''la mafia non esiste''. L'Udc introduce infatti ''la mafia che fa schifo'', un po' come in certi funerali dei romanzi gialli dove la più appariscente corona di fiori è quella dell'assassino, e dove il bacio più rumoroso è quello del mandante, con il risultato finale che fiori e baci sono tutti e sempre sospetti.

In apparenza la mafia ''che fa schifo'' è meno spudorata, non esibisce più la propria appartenenza e neppure ormai si difende con il silenzio, con ''la migliore parola che è quella non detta''. A prima vista insomma il mafioso che fa schifo è un mafioso ridimensionato, è un mafioso costretto, come tutti i criminali del mondo, a nascondersi, anche dietro gli slogan e i valori dei propri nemici. Ma se si guarda più in profondità, le cose potrebbero risultare molto più complicate. Intanto quello slogan potrebbe anche segnalare la buona fede di qualcuno che agisce da filo mafioso ma pensa di non esserlo, proprio perché l'iconografia tradizionale, quella selvaggia della lupara e delle stragi, quella degli omicidi dei magistrati e dei giornalisti, davvero gli fa schifo. Per dirla più chiaramente, don Mariano Arena aveva un codice comune con la letteratura analitica e con la criminologia: non si sorprendeva se lo definivano mafioso, ma anzi se ne inorgogliva. E Ciancimino e Lima negavano perché sapevano quel che erano, avevano piena coscienza di quel che facevano e di quel che rischiavano. Ora invece il connivente mafioso non si riconosce come tale, pensa a se stesso come alla vittima di un complotto politico e sociologico, si sente come lo scarafaggio di Franz Kafka: ''Le accuse che mi lanciano sono calunnie che non mi fanno dormire la notte, perché mi offendono e mi disperano'' dice Totò Cuffaro e nessuno può davvero misurare la sua sincerità.

Ancora un passo e si arriva al mafioso che delinque pensando di essere per bene, di essere addirittura un antimafioso e dunque un buon politico, di essere perseguito in quanto buon politico, uno che aggiusta questioni, che riduce distanze, che trova occasioni di lavoro per gli altri. Sicuramente Cuffaro pensa di essere un procacciatore di bene piuttosto che di male, un benefattore piuttosto che un malfattore. Se così fosse, la mutazione antropologica sarebbe insidiosissima perché fornirebbe ai politici collusi una falsa coscienza di martiri, come se fossero gli eretici di una chiesa antimafia malmessa, di una chiesa in mano all'inquisizione.
Gridando ''la mafia fa schifo'', che è il più infantile e il più eccessivo degli slogan antimafia, Cuffaro mette le mani avanti, si sente un ingenuo in rivolta, gli piace che 'Kuffar' in arabo significhi ''infedeli'' e quindi cristiani. Così si sente Kuffar: un cristiano fuori e contro il gruppo di dominio, un anticonformista, un ribelle, una vittima, in un'isola di vittime e di ribelli che lui bacia uno per uno.
Kuffar ''vasa,vasa'' appunto: ''Cos'altro dovrei fare se non baciare tutti i miei fratelli?''. In questo senso la mafia che, rovesciando le parti, si appropria della retorica antimafia, si rivela intelligente perché svela la povertà di quella retorica e i suoi guasti. E prova che il malessere siciliano non è finito, che sta cambiando, e che la mafiologia e la "sicilianologia" annaspano forse più e peggio della mafia. Dire che la mafia fa schifo non è solo infantile da parte di un politico. E' come se il professor Veronesi pensasse di risolvere il cancro biasimandolo. Ma elettoralmente può funzionare, se nel campo di battaglia tutti fanno retorica antimafia, anche la mafia.

Attenzione dunque a questo slogan così paradossale. E forse farebbe bene a valutarne la portata innanzitutto quella sinistra siciliana che, proprio contro Cuffaro, vuole candidare la sorella del giudice Borsellino alla presidenza della Regione. La signora Rita Borsellino, che è certamente una persona di alta pulizia morale e di grande dignità, non è suo fratello. Certo, la signora ha tutto il diritto di fare politica, già si è impegnata nell'associazionismo cattolico e potrebbe anche accadere che riveli doti di buona amministratrice e di brava presidentessa, ma la logica del cognome non surroga competenze e per nessuna ragione al mondo si potrebbe affidare alla signora Alighieri la continuazione della Divina Commedia.
Il pericolo è che la scelta di un cognome-simbolo stia ancora dentro quella retorica di cui si sta rendendo maestro e nuovo protagonista proprio il favoreggiatore Cuffaro. Se anche la retorica antimafia è diventata terreno di mafia a noi non resta che prenderne distanza e dare battaglia alla retorica.

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19 novembre 2005

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