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Se la lotta al pizzo diventa una questione di facciata...

Gli attriti interni a Confindustria Sicilia rischiano di vanificare la tanto celebrata lotta alla mafia

06 settembre 2008

Nei giorni scorsi il presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, ha presentato i risultati del primo anno dellattuazione del Codice Etico, codice entrato in vigore per volontà dell'associazione degli imprenditori siciliani, in seguito alle intimidazioni subite dal costruttore catanese Andrea Vecchio e dal presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta Marco Venturi. Questo prevede l'espulsione di quei membri che pagano il pizzo senza chiedere il supporto delle forze dell'ordine, e che si rendono quindi complici del racket mafioso. Una decisione di lotta, quella di Confindustria, che ha portato all'espulsione di una decina di imprenditori e a 30 richieste di sospensione (che anticipano l'espulsione), nonché 10 allontanamenti volontari (LEGGI).

"Bene, il sistema confederale è al vostro fianco". Emma Marcegaglia, presidente nazionale di Confindustria, si è complimentata con il numero uno di Sicindustria, per "la battaglia per la legalità" portata avanti da tempo "e che adesso è sfociata nei provvedimenti di espulsione e sospensione di decine di associati non in linea con i requisiti del codice etico".
Una condivisione di intenti e una soddisfazione che però in Sicilia non è sentita alla stessa maniera da tutti. Alcuni dirigenti delle sedi territoriali hanno chiesto al presidente Lo Bello, di conoscere i nominativi dei dieci imprenditori espulsi o allontanatisi dall'associazione per non avere denunciato di essere vittime del racket delle estorsioni. Secondo quanto dicono diverse fonti di Confindustria, i dieci imprenditori sarebbero stati espulsi perchè condannati in inchieste di mafia ad Agrigento e Caltanissetta, perchè morosi col pagamento delle quote associative o per altri motivi incompatibili col codice etico, ma non per non avere denunciato il pizzo. A Catania, a Palermo e a Siracusa, le più grandi sedi territoriali di Confindustria in Sicilia, secondo le stesse fonti, finora  nessun industriale è stato espulso per non avere denunciato il pizzo. 

Alla formale richiesta Ivan Lo Bello ha così risposto: "Le espulsioni ci sono state. Sono concentrate su Agrigento e Caltanissetta e riguardano un mix di infrazioni a regole previste dal nostro codice etico". Lo Bello ha poi aggiunto: "Sono curioso di capire come esponenti di alcune sedi possano sapere di vicende che riguardano altri territori. Anche i trenta sospesi sono prevalentemente ad Agrigento e Caltanissetta". E ha aggiunto: "Non mi risulta alcuna richiesta. Il presidente palermitano di Confindustria mi ha invitato al consiglio direttivo per fare una disamina delle strategie perché ci apprestamo al rinnovo della presidenza regionale. Parleremo di tutto naturalmente anche dei temi della legalità". "Noto che c'è - ha detto ancora - una eccessiva amplificazione di una normale dialettica interna. Ci son delle diversità di vedute con la sezione catanese con cui si discute. Ma complessivamente abbiamo una concordanza di pensiero sulle azioni di Confindustria in tema di lotta alla mafia".
Lo Bello ha detto infine: "Sono disponibile ad un nuovo mandato per la presidenza di Confindustria Sicilia. Non ci sono autocandidature ma la proposta deve venire dagli associati. Normalmente una presidenza dura al massimo 4 anni: il presidente viene eletto per due mandati da due anni".
Il mandato di Lo Bello dovrebbe scadere a fine settembre e già sono in corso gli appuntamenti all'interno di Confindustria per giungere all'elezione. Nell'aprile scorso Lo Bello è stato anche eletto presidente del Banco di Sicilia.

Da parte loro gli industriali di Catania hanno fatto sapere che non parteciperanno alla votazione per l'elezione del presidente di Confindustria Sicilia, in programma a fine mese. Lo ha deliberato all'unanimità il Comitato di presidenza dell'associazione catanese, in polemica con Lo Bello, giudicato dai catanesi "monotematico".
Le motivazioni sono scritte in una lettera, con data 2 settembre 2008, firmata dal presidente dell'associazione etnea, Fabio Scaccia, e condivisa dai nove componenti del Comitato di presidenza, tra cui i cavalieri del lavoro Giuseppe Benanti e Giuseppe Torrisi. Nella missiva gli industriali catanesi sostengono che Lo Bello non ha risposto alle richieste della sede territoriale di esporre il programma per il nuovo mandato. Gli industriali hanno scritto anche di avere invitato Lo Bello "all'assemblea generale del 28 maggio per mettere a punto un'agenda di largo respiro che, fatto salvo l'impegno per la legalità, quale pre-condizione per lo sviluppo, tuttavia individuasse temi di interesse diffuso per le imprese". "Non essendosi tutto ciò per nulla realizzato - si legge nella lettera - la nostra territoriale attende ancora di potere conoscere quali siano i programmi operativi della rinnovanda presidenza".
Il Comitato di presidenza ha stabilito di non convocare il Consiglio direttivo "poichè in assenza di elementi concreti di valutazione l'organo dovrebbe pronunciarsi sulla annunciata auto-candidatura che non può fondarsi solo sulla persona".

Ed esistono altre tensioni tra il presidente regionale degli industriali e il terriotrio catanese. Ad esempio, il presidente dell'Ance Catania, Andrea Vecchio, protagonista diretto nella lotta al pizzo ma indiretto nell'attuazione del Codice etico di Confindustria, in questi giorni ha denunciato pubblicamente "lo strapotere subito dagli industriali". L'imprenditore ha rivelato infatti come "tra l'Ance Catania, che è estremamente coesa, e Confinfustria Catania ci sono momenti di frizione, strategie non condivise"

Circostanze che dispiacciono nella loro fisionomia che ha tutte le caratteristiche dei giochi di potere interni. Circostanze che scatenano il timore che, come è già successo col concetto di antimafia, il vessillo della lotta al pizzo divenga una bandiera da sventolare all'occorrenza.  
L'altro giorno, alla presentazione pubblica dei risultati del Codice Etico, Ivan Lo Bello ha indicato Rosario Crocetta, sindaco del comune di Gela, come l'esempio da seguire a cui tutti gli amministratori dovrebbero ispirarsi per la lotta contro la mafia e il racket delle estorsioni. "A Gela - ha voluto sottolineare Lo Bello -, il sindaco Crocetta non fa antimafia di bandiera ma adotta azioni concrete contro le organizzazioni criminali". Ebbene, Rosario Crocetta, giovedì scorso, intervenuto alla commemorazione del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo, ha detto: "Se continuo a fare notizia perché dico che bisogna combattere i mafiosi, significa che questo nell'Isola non è il normale adempimento degli amministratori". "Ci sono amministratori - ha spiegato il sindaco di Gela - che guardano con terrore all'arrivo delle informative antimafia sulle imprese, perché temono il blocco gli appalti; noi, a Gela, dove ben 90 imprenditori hanno denunciato le richieste di pizzo, anche grazie al nostro incoraggiamento, la certificazione antimafia la vogliamo alla presentazione dell'offerta". "Ricordo - ha aggiunto - un episodio significativo: chiesi all'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, quando era in carica, di bloccare alcuni appalti e la gestione dei dissalatori di Trapani e Gela all'ex presidente di Confindustria Caltanissetta, Pietro Di Vincenzo, a cui sono stati ora confiscati i beni. Non se ne fece niente"."Sono stanco - ha concluso - di amministrazioni che firmano protocolli di legalità: l'antimafia non è una formalità ma una questione di sostanza".
Ecco, la lotta alla mafia dovrebbe essere una cosa scontata, quotidianamente normale, mai un vessillo da sventolare al vento del momento, mai un vestito da indossare solo in certe circostanze.

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06 settembre 2008
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