Secondo Bush la situazione in Iraq non è poi tanto tragica. Fuori discussione qualsiasi anticipo di ritiro

13 luglio 2007

Prima è stato il monito del New York Times, poi l'allarme lanciato dall'Antiterrorismo: la guerra in Iraq è una causa oramai perduta e Al Qaeda si rafforza espandendosi.
Ma George W. Bush sembra non volere ascoltare nessun avvertimento, volontariamente incapace di leggere la cristallina realtà dei fatti e, continuando a difendere la propria strategia in Iraq, avverte: ''Siamo nelle fasi iniziali di un grande conflitto ideologico: un conflitto tra quanti vogliono la pace e vogliono vivere in una società pacifica e normale e i radicali che vogliono imporre al resto del mondo la loro tetra visione''.

In occasione della conferenza stampa di presentazione del viaggio in Iraq del segretario di stato Condoleezza Rice ed il ministro della difesa Robert Gates, il presidente degli Stati Uniti d'America ha illustrato le proprie decisioni sul da farsi e quali saranno le azioni che proseguiranno fino alla fine del suo mandato.
Bush ha escluso ancora una volta qualsiasi ipotesi di un rientro anticipato delle forze militari statunitensi. ''Un ritiro immediato delle truppe americane dall'Iraq sarebbe un disastro - ha detto - e favorirebbe solo i nostri nemici e renderebbe l'America più vulnerabile a nuovi attacchi terroristici''. Di fronte a qualsiasi iniziativa di legge del Congresso che chiedesse un ritiro dall'Iraq, e alle svariate accuse di ''negare la realtà'' e aver ''portato Al Qaeda in Iraq'', il presidente degli Usa ha ribadito che non esiterà a porre il veto. La decisione, secondo Bush ''deve essere presa su basi militari riguardanti la situazione in Iraq e non su basi politiche riguardanti Washington''.
Ma il rapporto della Casa Bianca voluto dal senatore repubblicano John Warner e che avrebbe dovuto sostenere le tesi del presidente lo smentiscono. Secondo il documento, dei 18 obiettivi posti dal Parlamento per un rifinanziamento, ne sono stati raggiunti soltanto otto: dei 18 ''passi avanti'' chiesti in aprile dal Congresso a Bush e al premier iracheno Maliki, 8 sarebbero soddisfacenti, 8 insoddisfacenti e 2 difficilmente giudicabili. Si sarebbero registrati buoni progressi sul piano militare e della sicurezza, in particolare a Bagdad e nella provincia di Anbar, e della politica locale, ma non sul piano della riconciliazione nazionale e delle riforme elettorali, della divisione dei proventi del petrolio e del disarmo delle milizie.

La pubblicazione del rapporto preliminare sull'Iraq della Casa Bianca e la rivolta di numerosi repubblicani avrebbero potuto dare il via, già in queste settimane, alla fine della guerra, ma Bush tenterà di ritardarla fino al suo ultimo momento da presidente.
Al Congresso, il rapporto ha generato in prevalenza pessimismo, Bush invece si è detto ottimista e ha minimizzato il suo contenuto. Pur ammettendo che la situazione ''è molto complessa ed è estremamente difficile'' il presidente ha infatti sostenuto che ''i successi militari condurranno ai successi politici'' e ha ribadito la propria fiducia nei confronti del premier iracheno Maliki.
Bush ha quindi rinviato qualsiasi decisione alla metà di settembre. Aspettiamo, ha detto il presidente, che ''il generale Petraeus ritorni a Washington a settembre per darci un rapporto su come vede la situazione''. Solo dopo che il rapporto verrà presentato, il 15 settembre, si consulterà con il Congresso e con i comandanti militari per stabilire ''se è necessario prendere un'altra decisione'' sulla strategia da perseguire in Iraq.

- ''Una causa perduta'' (Guidasicilia)

- ''Il fermento del terrorismo islamico'' (Guidasicilia)

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13 luglio 2007

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