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Senza più regole né desideri

44mo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese: "Serve il massimo vigore per affrontare le nuove sfide"

03 dicembre 2010

L'Italia arranca sulla strada della ripresa. Schiacciato, com'è, da macigni come quello del debito pubblico e di un'evasione fiscale da almeno 100 miliardi l'anno, ancora prigioniero degli intrecci perversi dell'economia irregolare, che tra il 2007 e il 2008 ha inciso sul pil per il 17,6%, il Belpaese si trova a dover fare i conti con gli effetti della crisi e della globalizzazione che portano un disinvestimento dal lavoro, uno scoraggiamento tra i giovani, una despecializzazione produttiva, risparmi stagnanti. Vere e proprie zavorre che frenano lo slancio necessario per ripartire.
Non aiuta poi la litigiosità della classe politica che per la maggioranza relativa degli italiani costituisce il principale problema che grava sulla ripresa economica. Un'Italia "appiattita", dunque, che stenta a ripartire, un inconscio collettivo senza più legge né desiderio.

E' questa l'analisi impietosa del Censis, contenuta nel 44.mo Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2010, presentato oggi a Roma dal presidente del centro studi, Giuseppe de Rita e dal direttore generale, Giuseppe Roma.
Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, dice il Censis, seppure con una "evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali". Ma ora sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.
Il Censis registra un "declino parallelo" della legge e del desiderio. E siccome, dicono, non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla "legge", la "virtù civile" necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita, è quella di "tornare a desiderare". Spiega il Censis che i nostri riferimenti alti e nobili (l'eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo) si sono appiattiti, soppiantati dalla delusione.
Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una "diffusa e inquietante sregolazione pulsionale": negli episodi di violenza familiare, nel bullismo, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing). "Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall'annullamento degli interessi e dei conflitti" dice il Censis.

Ogni giorno di più, secondo il centro studi, il desiderio diventa esangue, indebolito dall'appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell'offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere di giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). Così, all'inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio.
Per vincere il nichilismo dell'indifferenza generalizzata, dunque, per il Censis occorre tornare a desiderare. E attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti "apolidi" legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all'estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunità in luoghi a misura d'uomo (borghi, paesi o piccole città).

SOCIETA', ECONOMIA, LAVORO - Quella del Censis è una diagnosi che indica le debolezze e le patologie del Paese in questa fase. I riflettori dell'istituto si puntano, in particolare, sul disinvestimento individuale del lavoro. Mentre in tutto il mondo la ricetta per uscire dalla crisi prevede l'attivazione di tutte le energie professionali con l'auto-imprenditorialità, ecco che l'Italia, patria del lavoro autonomo e imprenditoriale, vede, invece, ridursi in questi anni proprio la componente del lavoro non dipendente: 437.000 imprenditori e lavoratori in proprio (artigiani e commercianti) in meno dal 2004 al 2009 (-7,6%).
Ma l'Italia è anche il Paese europeo con il più basso ricorso a orari flessibili nell'ambito dell'organizzazione produttiva: solo l'11% delle aziende con più di 10 addetti utilizza turni di notte, solo il 14% fa ricorso al lavoro di domenica e il 38% al lavoro di sabato. E siamo il Paese dove è più bassa la percentuale di imprese che adottano modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili dell'azienda (lo fa solo il 3% contro una media europea del 14%). Un quadro preoccupante emerge dai dati sull'occupazione giovanile.

Nei primi due trimestri del 2010 si è registrato poi un calo degli occupati tra 15 e 34 anni del 5,9%, a fronte di una riduzione media dello 0,9%. Poco fiduciosi nella possibilità di trovare un'occupazione, ma anche poco disponibili a trovarne una a qualsiasi condizione, i giovani hanno avvertito più degli altri gli effetti della crisi. Sono 2.242.000 le persone tra 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano, né cercano un impiego. Più della metà degli italiani (il 55,5%) pensa che i giovani non trovano lavoro perché non vogliono accettare occupazioni faticose e di scarso prestigio: una valutazione che potrebbe apparire ingenerosa e stereotipata, se non fosse che ad esserne più convinti sono proprio i più giovani, tra i quali la percentuale sale al 57,8%.
Ma l'Italia, corre anche il rischio di una despecializzazione imprenditoriale. Negli ultimi nove anni, la quota dell'export italiano sul mercato mondiale è passata negli ultimi nove anni dal 3,8% al 3,5%. E' migliorato il nostro posizionamento per prodotti come gli articoli di abbigliamento, i macchinari per uso industriale, i prodotti alimentari, ma abbiamo perso terreno nei comparti a maggiore tasso di specializzazione, come le calzature (-3,8%), la gioielleria (-4,3%), i mobili (-4,7%), gli elettrodomestici (-5,8%) e i materiali da costruzione (-13,7%). E il pericolo è che strategie di nicchia, design e qualità non bastino più senza maggiori iniezioni di innovazione nei prodotti.

Altro elemento evidenziato dal Censis è l'uso stagnante del risparmio familiare. Mattone, liquidità, polizze: sono questi i pilastri ai quali le famiglie si sono ancorate per resistere alla crisi. Nel primo trimestre del 2010 i mutui erogati sono aumentati in termini reali del 10,1% rispetto alla stesso periodo del 2008, superando i 252 miliardi di euro. Nel biennio è aumentata la liquidità detenuta dalle famiglie (+4,6% in termini reali i biglietti e depositi a vista, +10,3% gli altri depositi). Nei primi nove mesi del 2010 i premi per nuove polizze vita sono aumentati del 22% rispetto allo stesso periodo del 2009. Tra le famiglie che fronteggiano pagamenti rateali, mutui o prestiti di vario tipo, il 7,8% dichiara di non essere riuscito a rispettare le scadenze previste, il 13,4% lo ha fatto con molte difficoltà, il 38,5% con un po' di difficoltà: a soffrire di più sono state le famiglie monogenitoriali e le coppie con figli. Nonostante la generale propensione a evitare impieghi rischiosi, negli ultimi mesi si registra però il ritorno a un profilo meno prudente nella collocazione del risparmio familiare, con un aumento tra il primo trimestre 2009 e il primo trimestre 2010 delle quote di fondi comuni d'investimento (+29,3%) e delle azioni e partecipazioni (+12,5%). Con la crisi, si registra una crescita del credito al consumo (+5,6% nel 2008 e +4,7% nel 2009), mentre il valore delle operazioni con carte di pagamento ha raggiunto complessivamente i 252 miliardi di euro nel 2009. Hanno contribuito soprattutto le carte di credito (+9% di operazioni rispetto al 2008), le carte prepagate (+23,6%), i bonifici bancari automatizzati (+1,3%). E mai come oggi, i consumi "obbligati" delle famiglie si sono attestati su un livello mai raggiunto in precedenza. Erano il 18,9% della spesa familiare complessiva nel 1970, il 24,9% nel 1990, il 27,7% nel 2000 e oggi superano il 30%.

Crescono le forme di pagamento cui non ci si può sottrarre. Gli aumenti tariffari per il prossimo anno vengono calcolati in poco meno di 1.000 euro a famiglia. Poi ci sono i contributi aggiuntivi per le scuole dell'obbligo, le fasce blu per i parcheggi, le multe che sostengono le esangui casse dei Comuni, le revisioni di auto e caldaie, le parcelle per la dichiarazione dei redditi. Complessivamente, la stima della "tassazione occulta" elaborata dal Censis porta a 2.289 euro all'anno per una famiglia di tre persone. Impietosa è poi l'analisi che il Censis fa sugli effetti dell'economia irregolare, che dopo un lungo periodo di frenata, ha ripreso a crescere. A trainarla è stata la componente più invisibile, legata ai fenomeni di sottofatturazione e di evasione fiscale (+5,2%), la cui incidenza sul valore complessivo del sommerso raggiunge ormai il 62,8%. Di contro, il valore imputabile al fenomeno del lavoro irregolare resta sostanzialmente stabile (+0,1%) e la sua incidenza scende dal 38,4% al 37,2%. Ma gli italiani iniziano a guardare con preoccupazione al dilagare di questi fenomeni, su cui da sempre si è chiuso un occhio, anche per convenienza personale. Secondo un'indagine del Censis, il 44,4% degli italiani individua nell'evasione fiscale il male principale del nostro sistema pubblico, il 60% ritiene che negli ultimi tre anni l'evasione fiscale sia aumentata, il 51,7% chiede di aumentare i controlli per contrastare l'evasione. Tuttavia, di fronte a un esercente che non rilascia lo scontrino o la fattura, ancora più di un terzo degli italiani (il 34,1%) ammette candidamente di non richiederlo, tanto più se questo consente di risparmiare qualche euro.

Ma non ci sono solo ombre. A fare da contrappeso agli intrecci perversi sono quelli virtuosi che vedono l'irrobustimento delle reti fra imprese. Nel 2010 sono state varate molte misure che incentivano la costituzione di forme di collaborazione fra imprese. Secondo una rilevazione del Censis, nelle aree distrettuali il dialogo tra tessuto produttivo, enti di formazione, strutture di ricerca, Confidi, centri servizi è cresciuto. Il 57% degli imprenditori intervistati si rivolge a laboratori di prova all'interno dell'area distrettuale, il 53% a strutture di formazione, quasi il 50% a un centro servizi per il distretto, il 43% a una struttura di coordinamento per le attività di esportazione presente nel suo territorio. Altro capitolo è quello dei continui aggiustamenti del welfare mix. Le famiglie sono un pilastro strategico del welfare, caricandosi di compiti assistenziali, particolarmente gravosi per le situazioni più problematiche di non autosufficienza e disabilità, di fatto sopperendo ai vuoti del sistema pubblico. Il numero delle persone disabili è stimato in 4,1 milioni. La presa in carico di queste situazioni riguarda le famiglie (i caregiver sono madri, coniugi e figli) e il ricorso alle badanti come soggetti principali dell'assistenza riguarda il 10,7% dei casi. Anche il volontariato continua a garantire una funzione strategica di provider di servizi in tempo di crisi. Secondo una recente indagine del Censis, un italiano su 4 (il 26,2%) svolge una qualche forma di volontariato. I settori nei quali si opera di più sono la sanità (il 33% dei casi) e nel Sud l'assistenza sociale (il 32,7%).
Intanto, il Paese si trova di fronte alla nuova sfida delle responsabilità diffuse, posta dal federalismo fiscale. Le amministrazioni locali (Regioni ed enti locali) raccolgono 250 miliardi di euro di entrate, ma di questi meno della metà proviene dall'azione tributaria, mentre il grosso (112 miliardi) è costituito da trasferimenti delle amministrazioni centrali. L'87,3% delle entrate dello Stato ha carattere tributario, ma solo il 37,1% nelle amministrazioni locali. E' da questi dati e dalla valutazione sulla componente dei trasferimenti che potrebbe essere oggetto di riscossione diretta che il federalismo fiscale deve partire.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa]

 

 

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03 dicembre 2010
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