Seppur morto tre anni fa, l'ingente patrimonio dell'ex boss di Cinisi, Tano Badalamenti, è stato confiscato

07 luglio 2007

Alla fine i beni appartenuti all'ex boss di Cinisi (PA) Tano Badalamenti, morto tre anni fa negli Usa, dove era detenuto e stava scontando una pena a 44 anni di carcere  per la ''Pizza connection'', sono stati confiscati e diventeranno di proprietà dello Stato
Secondo una stima non ufficiale il patrimonio di Badalamenti (terreni, appartamenti, società come la Berna, la Investimenti spa, la Capocabana), in parte intestati alla vedova dell'ex triumviro della vecchia mafia (con Luciano Liggio e Stefano Bontade), Teresa Vitale, e ai figli Leonardo e Vito, ammonterebbe a un centinaio di milioni di euro.

Scappato negli Stati Uniti d'America, Gaetano Badalamenti nel 1987 fu condannato a 44 anni di reclusione in una prigione federale per essere stato uno dei leader della allora chiamata Pizza Connection, un anello di narcotraffico del valore di 1,65 miliardi di dollari che utilizzava pizzerie come punti di spaccio dal 1975 al 1984. In Italia, i magistrati lo riconobbero come capomafia della sua città natale Cinisi e di capeggiare la cupola mafiosa nel 1970. Fu poi condannato all'ergastolo  (l'unica condanna di rilievo rimediata in Italia) per la morte di Peppino Impastato. Mentre era detenuto in America Badalamenti morì nel centro medico federale di Devens, Ayer, Massachusetts, il 29 Aprile 2004.

Il procedimento per la confisca era iniziato nel 1982. Gli eredi hanno tentato fino all'ultimo di trattenere l'ingente lascito che, secondo la difesa, era stato acquisito da Badalamenti grazie al suo legittimo e onesto lavoro. Ma la Sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, presieduta da Cesare Vincenti, a latere Daniela Vascellaro ed Emilio Alparone, non gli ha creduto e ha emesso il decreto di confisca.
Gli avvocati Paolo e Rocco Gullo, storici difensori di Badalamenti e adesso dei suoi eredi, avevano sostenuto l'impossibilità di adottare il drastico provvedimento a chi come don Tano era morto senza mai avere subito l'applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale, neppure in primo grado. Anche per questo l'esito non è stato semplice e si sono dovuti aspettare 25 anni. In 32 pagine il presidente del tribunale parla di provenienza ''certamente delittuosa'' del patrimonio. ''Il bene - ha spiegato - finisce con l'essere uno strumento di sviluppo dell'organizzazione mafiosa, dei suoi membri e, quindi, è pericoloso in sé. Appare peraltro paradossale - conclude Vincenti - che l'associazione mafiosa possa evitare la confisca, magari provocando la morte del ricco possidente''.

''E' allucinante. Rispetto il provvedimento della Sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, ma non lo condivido affatto e farò appello''. Così si è espresso l'avvocato Paolo Gullo. ''Il mio cliente - ha aggiunto il penalista - non era mai stato condannato per associazione mafiosa, ma solo per associazione a delinquere, nel processo cosiddetto 'dei 114'. In Italia aveva avuto un proscioglimento disposto dal giudice istruttore Rocco Chinnici, su conforme richiesta della Procura di Palermo. In tempi recenti era arrivata la condanna per l'omicidio Impastato, che non è divenuta definitiva ed è stata annullata per morte dell'imputato in grado di appello. Visto che le cose stanno così, non c'erano assolutamente i presupposti per procedere alla confisca''. Gullo ha sostenuto infine che se non in Appello, la ''Cassazione ci darà sicuramente ragione in diritto. Il principio di difesa è garantito dalla Costituzione e Badalamenti, detenuto negli Stati Uniti, non ha potuto partecipare al procedimento, né adesso che è morto, si può procedere alla confisca. E' un provvedimento che dovrà essere annullato''.

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07 luglio 2007

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