Stavano ricostruendo la ''Cupola''

Ecco come i boss di Palermo volevano riadottare il ''modello Riina'', la Cosa nostra del ''teorema Buscetta''

17 dicembre 2008

Come Perseo tagliò il capo di Medusa irto di serpenti velenosi, così le Forze dell'ordine hanno tagliato la testa a quella che voleva diventare la nuova "piovra" mafiosa per allungare i propri tentacoli su tutta Palermo e la sua provincia in maniera sistematica e organizzata.
Volevano, e già lo stavano facendo, ricostituire la "Cupola", la grande organizzazione strutturata per clan, mandamenti e tipologia d'affari. Volevano dare nuovo vigore alla Cosa nostra palermitana troppo colpita e indebolita negli ultimi tempi, e lo volevano fare per come il "capo dei capi" Totò Riina aveva fatto nel passato. I mafiosi stavano ricostituendo la nuova "commissione provinciale", quell'organismo con il quale l'organizzazione decide le azioni da compiere e le strategie criminali da adottare. Ma l'operazione Perseo ha scombinato tutto: 99 i fermati tra capimafia, reggenti di mandamenti e gregari. Rifondare Cosa nostra non è stato possibile (LEGGI).
La nuova commissione provinciale, da quanto emerso dalle intercettazioni ambientali, sarebbe dovuta servire per far prendere ai capi dei mandamenti mafiosi "gravi decisioni" come "fatti di sangue" che avrebbero riguardato anche progetti di "delitti eccellenti". Insomma, il nuovo corso dell'organizzazione avrebbe dovuto rispolverare l'azione militare. Dunque, pensare alla costruzione di una nuova Cosa nostra è in fin dei conti sbagliato, perché i mafiosi catturati ieri pensavano ad una vera e propria ricostituzione guardano come modello a quello classico, a quello insomma che ha fatto diventare i "Corleonesi" di Riina padroni incontrastati. Non più il basso profilo adottato da Provenzano, ma lo scorrere del sangue di "Totò u curtu".

E sempre gli stessi sono risultati essere i padrini che comandano: Benedetto Capizzi, aspirante capo dell'organismo unitario, condannato al maxi processo alle cosche istruito da Falcone e Borsellino, come Giovanni Lipari, Tanino Fidanzati, Giuseppe Scaduto e Gaetano Lo Presti.
E quando i padri non possono, lo scettro passa ai rampolli o ai familiari: Giuseppe Biondino, figlio di Salvatore, autista di Riina, Antonino Spera, nipote del capomafia Benedetto e, ancora, i Capizzi e gli Adelfio.
Un contributo alla rifondazione di Cosa nostra sarebbe stato fornito dal latitante Matteo Messina Denaro, al quale i palermitani avrebbero però impedito di mettere le mani sulla commissione provinciale.
Per mesi i capi della mafia palermitana si sono riuniti in luoghi improbabili (un garage, una macelleria) e hanno tessuto le trame della nuova strategia. "Non dobbiamo fare come i napoletani, ognuno per conto suo. Dobbiamo cercare armonia", si dicevano i bosso inconsapevoli di essere intercettati. L'idea della commissione, alla fine, dunque, ha avuto la meglio proprio per decidere "le cose gravi". "Spiando" i dialoghi tra i boss, gli investigatori sono riusciti a dare un nome ai capi di tutti i 15 mandamenti del palermitano e agli esponenti di vertice di molte 'famiglie'. I boss li elencavano per decidere chi avrebbe partecipato ai summit.
E sono stati tanti i mesi nei quali i boss hanno discusso, si sono divisi e sono poi arrivati ad un accordo. Ad esempio Gaetano Lo Presti, presunto boss di Porta Nuova, e i suoi inizialmente erano contrari al ritorno alla commissione. Quest'ultimo si è suicidato ieri sera. L'uomo, già condannato in passato per mafia, è stato trovato impiccato nel carcere di Pagliarelli a Palermo.

Lo Presti, secondo quanto si è appreso dalle intercettazioni, racconta molti retroscena che riguardano la creazione della nuova commissione di Cosa Nostra e inconsapevolmente rivela agli investigatori i nomi degli altri boss coinvolti e le strategie che stavano portando avanti. Il mafioso aveva vantato con altri boss di avere l'appoggio di Giuseppe Salvatore Riina - figlio del boss Totò - nella scelta che avrebbe dovuto fare per indicare il nuovo capo della Commissione provinciale di Cosa nostra. Lo Presti, che si opponeva a Benedetto Capizzi, è stato però smentito da un altro boss, Nino Spera, anche lui fermato ieri mattina, sostenendo che il piccolo Riina, sottoposto a sorveglianza speciale a Corleone, "era fuori da tutto", e per volere della madre "non doveva impicciarsi". Proprio per mantenersi lontano dai guai, il rampollo del "capo dei capi", lo scorso mese aveva chiesto al tribunale di andare in provincia di Milano (LEGGI). E' possibile che Lo Presti, ipotizzano gli inquirenti, una volta lette in cella tutte le intercettazioni contenute nel provvedimento che gli è stato notificato, abbia compreso di aver sbagliato con Totò Riina e la sua famiglia, decidendo così di togliersi la vita. ["Il superboss s'impicca dopo l'arresto" di F. Cavallaro]

''U picciutteddu'' - Tra i nomi che contano nelle intercettazioni c'è anche quello di Gianni Nicchi, denominato dai boss "u picciutteddu" per la sua giovane età e ricercato dal 2006. A 28 anni, a dire dei capi, è già in grado di prendere le redini del mandamento di Pagliarelli insieme a Giuseppe Calvaruso. Dall'inchiesta dei carabinieri risulta che Nicchi, "figlioccio" del boss Nino Rotolo (LEGGI), partecipa alle decisioni sulle strategie organizzative di Cosa nostra. Cerca il contatto con il capomandamento di Bagheria Giuseppe Scaduto. I due non si incontrano spesso direttamente in quanto Nicchi è latitante e Scaduto sorvegliato speciale, ma comunicano tramite un fedelissimo del boss bagherese. Dall'inchiesta è anche emerso che il latitante il 14 novembre scorso ha partecipato ad un summit con Scaduto, Gaetano Lo Presti e decine di esponenti di spicco di altri mandamenti.

Nei nove mesi di indagini, alle quali hanno dato un contributo fondamentale i carabinieri del Gruppo di Monreale, grazie alle intercettazioni e alle dichiarazioni di tre nuovi pentiti, si è potuto scoprire un maxitraffico di cocaina col Sudamerica, decine di estorsioni e una redditizia compravendita di armi. Nelle 1500 pagine del provvedimento di fermo non manca il riferimento ai politici, nessuno dei quali risulta indagato.

Il contributo decisivo di tre pentiti - L'ultimo a saltare il fosso è stato Angelo Casano, estortore per conto della famiglia mafiosa di Corso Calatafimi. Il 29 settembre scorso ha cominciato a collaborare con la giustizia. E' uno dei tre pentiti che hanno contribuito all'inchiesta Perseo. Prima di lui avevano deciso di lasciare le cosche Giacomo Greco, genero dello storico capomafia di Belmonte Mezzagno Ciccio Pastoia, fedelissimo di Provenzano, morto suicida in carcere, e Maurizio Spataro esattore del pizzo per la famiglia di Resuttana.
I tre neocollaboratori hanno aiutato gli inquirenti a ricostruire la nuova mappa della mafia palermitana e a far luce su decine di estorsioni, traffici di droga e armi.
Condannato in primo grado a 7 anni per estorsione, Casano fa i nomi dei vertici dei mandamenti palermitani, come Gaetano Lo Presti, conosciuto in carcere e subentrato a Nicolò Ingarao, ucciso nel 2007 (LEGGI), alla guida del mandamento di Porta Nuova; racconta i summit di mafia organizzati in una macelleria del quartiere, confessa decine di danneggiamenti e taglieggiamenti ad esercizi commerciali e cantieri edili. Greco sceglie la strada della collaborazione per sottrarsi alla condanna a morte emessa nei suoi confronti dai cognati. I figli del boss Pastoia non avrebbero gradito le voci sui tradimenti subiti dalla moglie, messe in giro da Greco. Il pentito parla diffusamente di uomini e affari del mandamento, ma anche della gestione della latitanza di Provenzano, di omicidi ed estorsioni. Rilevante anche il contributo dato all'inchiesta da Maurizio Spataro, ex uomo della 'famiglia di Resuttana'. Da novembre scorso, sta raccontando, oltre alle estorsioni, traffici di armi e droga. 

Tutti gli affari dei nuovi boss - Droga, estorsioni e traffico d'armi sono ancora le attività criminali principali attraverso le quali Cosa nostra accumula ricchezze.
DROGA. E' ancora il Sudamerica, in particolare Brasile e Paraguay, il maggiore fornitore di cocaina di Cosa nostra. L'indagine ha svelato l'asse tra i due Paesi e la Sicilia. La polvere bianca, acquistata da un cartello di famiglie, ciascuna delle quali ha investito quote nel business, attraverso il Rio Paranà arrivava, a bordo di chiatte, in Brasile e da lì, in aereo, in Sicilia. I pentiti raccontano che recentemente nell'Isola sono giunti 10 chili tra cocaina e pasta di cocaina e che a breve sarebbe arrivato un carico da 100 chili. A reggere le fila del traffico era Salvatore Capizzi, boss di Villagrazia. La droga veniva raffinata in una villetta del palermitano.
ESTORSIONI. Le cosche continuano ad imporre il pizzo a tappeto a commercianti e imprenditori. Come raccontano i pentiti, sarebbero decine le attività taglieggiate: concessionarie d'auto, imprese edili, esercizi commerciali. Pagavano tutti. Nessuna delle vittime emerse dall'inchiesta ha denunciato. Tra i metodi usati da Cosa nostra per estorcere denaro c'erano le cosiddette 'macchinette', videogiochi imposti dai clan nei bar e nei locali. I guadagni finivano nelle casse delle famiglie.
ARMI. Passa da Belmonte Mezzagno, centro agricolo alle porte di Palermo, il traffico d'armi dei clan. La compraventita di un vero e proprio arsenale, con tanto di armi da guerra, ruota attorno a Giuseppe Casella. Il collaboratire di giustizia Giacomo Greco racconta che l'uomo d'onore le abbia nascoste in una villetta e che assieme a un compaesano, Salvatore Capizzi, le venda a terzi. Ma nelle conversazioni intercettate gli interlocutori evitano accuratamente di fare nomi dei compratori.
POLITICA. I mafiosi della famiglia mafiosa palermitana di Porta Nuova si sarebbero interessati a procurare voti a due candidati alle elezioni regionali siciliane dello scorso aprile. I carabinieri hanno registrato una conversazione il 28 marzo scorso nell'automobile di Salvatore Bellomonte, arrestato ieri mattina, il quale parla delle "imminenti elezioni regionali" e chiede a Giovanni Lipari, anche lui indagato, se Marco Coga (altro arrestato) sia disposto a pagare per il loro interessamento "a reperire voti in favore del candidato Alessandro Aricò", del Pdl. Lipari risponde sì. Gli indagati si raccomandano reciprocamente di annotare il numero dei voti che stanno procurando sia per Riccardo Savona (Udc, presidente della commissione Bilancio all'Ars), "che interessa a loro direttamente", sia per Aricò, al quale sono interessati Coga e Fabio Manno, anche quest'ultimo arrestato. I due politici regionali non sono indagati.
Il pentito Andrea Bonaccorso ha rivelato infine ai pm che per le elezioni regionali del 2001 avrebbe indicato un avvocato penalista come candidato da inserire nella lista di Rita Borsellino. Si tratta di un legale palermitano amico del cugino del collaboratore di giustizia.

[Informazioni tratte da Ansa.it, La Siciliaweb.it, Corriere.it]

[Foto di Rojo e Urlo Nero (www.flickr.com)]

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17 dicembre 2008

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