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Studiare la mafia per poterla eliminare. A Torino nascono i corsi universitari antimafia

''L'Impegno senza cultura non produce giustizia''

04 luglio 2005

La mafia è, prima di tutto, qualcosa di spaventosamente radicato nel DNA culturale dei siciliani, un qualcosa che si infila dentro il ''carattere'' poco dopo la loro nascita. Qualcosa che viene loro insegnata dai genitori, ma senza farlo apposta, senza manco accorgersene.
E' la cultura della prepotenza e della furberia, che nelle piccole azioni quotidiane, tutti i siciliani usano, ma senza che loro stessi ne abbiano coscienza.
E' la cultura di un popolo che subisce se stesso e che se non sarà pronta a cambiare mentalità, inutili saranno stati, e saranno, gli eroi e i martiri.

Proprio in virtù della complessità socio-culturale di cui la mafia è fatta, si può pensare di poterla studiare in fondo per carpirne i meccanismi più minuti e quindi più difficilmente visibili. Studiare la mafia dall'interno, suddividendola magari in materie, e così procurarsi tutti gli antidoti per combatterla, come, teoricamente, Karl Marx voleva fare con il Capitalismo.

Ed è così che l' ''economia mafiosa'' diventa materia universitaria, così come lo possono diventare ''le tecniche di corruzione usate dalle cosche'': un vero e proprio percorso di studi per scandagliare tutti i tentacoli della ''piovra'' e poterla meglio riconoscerla, e fermarla.
Ed è proprio così che la mafia è diventata indirizzo di studio all'Università di Torino, dove è stato siglato qualche giorno fa, dal prorettore dell'Università, Sergio Roda, e da don Luigi Ciotti, presidente di Libera, rete di associazioni contro le mafie, un accordo che prevede la creazione di percorsi di studio e approfondimento a partire dall'anno accademico 2005-2006.
E nel 2007 dovrebbe partire un master per ''Animatori della legalità della cittadinanza''.

Durate la presentazione dell'iniziativa don Luigi Ciotti ha dichiarato: ''Non è vero che in Italia la mafia non uccide più. Negli ultimi dieci anni, 2.270 persone sono state uccise dalla mafia e 154 persone sono state vittime innocenti dell'usura, dell'estorsione, del lavoro nero e del caporalato''. ''Quest'iniziativa è importante - ha aggiunto il fondatore del Gruppo Abele e di Libera - perché un impegno separato dalla cultura non produce giustizia''.
''Falcone diceva che la lotta giudiziaria non avrà mai ragione sulle mafie e sull'illegalità, senza impegno civile - ha fatto eco lo storico Nicola Tranfaglia, tra gli ideatori dell'iniziativa - A partire da questo protocollo, unico nel suo genere in Italia, speriamo di far nascere presto un pezzo di università dedicato a questi temi. E soprattutto di formare nuove figure professionali che aiutino i cittadini a non violare le leggi e a considerare la corruzione pubblica un cancro da estirpare''.

Attraverso lezioni a carattere giuridico, storico e sociale, saranno realizzati percorsi formativi che hanno lo scopo di informare i ragazzi su come funzionano le mafie, quali siano i meccanismi interni che le sorreggono e quali i supporti esterni che ne sono complici, anche di tipo culturale. Tra i progetti in cantiere - secondo quanto spiegato da Mario Dogliani, preside della facoltà torinese di Giurisprudenza - c'è un corso di ''Economia della corruzione''. Si stanno definendo poi, pacchetti formativi da inserire nella programmazione didattica, corsi di formazione a distanza post laurea per insegnanti, dottorati di ricerca e tirocini.

Un'attenzione quella dedicata dall'università di Torino alla mafia, che risale all'inizio del secolo: fu sempre qui, infatti, che si tenne il primo corso universitario contro la mafia, nel 1902. A idearlo il professor Gaetano Mosca, che 90 anni dopo, ripropose l'analisi di una materia sempre attuale.

[Nella foto: don Luigi Ciotti] 

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04 luglio 2005
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