Sulla morte del boss di Gela Daniele Emmanuello, ucciso ieri durante il blitz per la sua cattura nelle campagne di Enna

04 dicembre 2007

Il boss di Gela Daniele Emmanuello, ricercato dal 1996 per associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi, è morto a causa di uno o forse due proiettili di pistola che lo hanno colpito alla nuca. E' quanto emerso dal primo esame sul cadavere effettuato ieri mattina dal medico legale dell'ospedale di Enna, dove sarà eseguita l'autopsia.
Secondo i primi rilievi investigativi il latitante quando è fuggito dal casolare dove si nascondeva non era armato. La Procura ha comunicato che sarà aperto un fascicolo contro ignoti per fare luce sull'uccisione del boss latitante. I magistrati hanno nominato consulenti per l'autopsia che sarà eseguita oggi.
La sorella del boss, Sara, dal telefono di casa del fratello, in via Eutimo a Gela, dove vive la moglie di Emmanuello, ha affermato convinta che ''il fratello non ha mai avuto armi e non ne aveva neanche quando è stato ucciso. Stiamo - ha aggiunto - cercando di capire cosa sia avvenuto e stiamo ancora aspettando di vedere il cadavere di mio fratello''.
La moglie di Emmanuello, Virginia Di Fede, ha invece detto: ''Speravo che lo prendessero vivo per vederlo in faccia, parlargli e fargli finalmente conoscere la figlia che non ha mai incontrato... Ho saputo quanto è accaduto dalla televisione e dalla radio, ma nessuno mi ha ancora raccontato la verità''.

L'operazione della sezione Catturandi della Squadra mobile è cominciata all'alba di ieri, in contrada Giurfo a Villapriolo frazione settecentesca di Villarosa (EN). Il latitante si nascondeva in un rustico con annessa stalla circondato da alberi e in cui si accede da una strada sterrata che giunge proprio nel piazzale davanti all'edificio. La casa rurale era avvolta nella foschia.
Gli agenti hanno circondato la zona intimando a chi era dentro di venir fuori e sparando alcuni colpi di pistola in aria. Emmanuello è uscito da una finestra con ancora indosso la blusa del pigiama.
Le prime ricostruzioni dei periti balistici parlano di sei-sette colpi esplosi da due pistole e due mitragliette. ''Saranno gli accertamenti balistici e la perizia autoptica - ha detto il procuratore Renato Di Natale - a dare la ricostruzione della dinamica''.
''Certamente il fatto che il latitante Emmanuello sia morto nel corso della cattura ci lascia l'amaro in bocca'', ha aggiunto il procuratore Di Natale. ''Avremmo voluto interrogare Emmanuello e notificargli tutti gli atti che lo riguardavano ma ci risulta che il latitante aveva più volte detto che sarebbe stato pronto a tutto per non farsi prendere vivo''.

''Gli agenti della squadra mobile di Caltanissetta sono riusciti nel loro compito di individuare il covo del latitante nel tentativo di arrestarlo - ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso - per il resto, su quanto accaduto si dovranno accertare i fatti per fare piena luce sulla vicenda''.
''Avremmo preferito complimentarci per la cattura di Emmanuello, ma in un'operazione di polizia che riguarda l'arresto di un pericoloso latitante i rischi sono sempre presenti, ma è bene comunque chiarire tutte le dinamiche'', ha detto Francesco Forgione presidente della commissione nazionale antimafia. ''Bisogna comunque riconoscere alla Dda di Caltanissetta ed alla Polizia di Stato - ha aggiunto Forgione - di aver fatto un lavoro importante nel dare la caccia a tutti gli uomini del boss ed essere poi riusciti ad individuare il suo covo. La scomparsa di Emmanuello priva sicuramente Cosa Nostra della provincia di Caltanissetta di un punto di riferimento importante e ne indebolisce la capacità di intimidazione sul territorio''.

Intanto, gli inquirenti vogliono comprendere appieno il ruolo di Roberto La Paglia, il proprietario del casolare in cui si nascondeva Emmanuello. L'edificio che sembra ancora in costruzione, senza intonaci e con i mattoni a vista, ha un'antenna satellitare e un condizionatore. Gli inquirenti della Dda non sanno con precisione da quanto tempo il latitante utilizzasse l'edificio nelle campagne di Villapriolo ma che certamente Emmanuello si trovava lì da una settimana. Nella camera da letto è stato rinvenuto un borsone con dentro vestiti, segno - ha detto il questore di Caltanissetta Giudo Marino - che il boss si spostava frequentemente e che comunque si preparava a lasciare il covo. Nella fuga Emmanuello è riuscito a indossare un giubbotto sul pigiama, le scarpe erano slacciate. Nell'edificio rurale è stato trovato un fucile e numerosi farmaci e alcuni documenti. Gli investigatori ipotizzano che l'uomo già da tempo fosse ''sotto cura'' per malattie ancora da accertare. Addosso aveva anche quattromila euro in contanti.

Chi era Daniele Emmanuello - Gli investigatori lo descrivono come un killer feroce in grado, però, di pensare alleanze e strategie. Fedele alleato del boss di Caltanissetta Piddu Madonia, che di lui si fidava tanto da 'delegargli' rapine milionarie in Lombardia e Veneto, Daniele Emmanuello apparteneva ad una storica famiglia mafiosa gelese. Dalla fine degli anni '80 era il gestore degli affari criminali a Gela e nel comprensorio e utilizzava ragazzi anche minorenni, estortori, rapinatori, criminali rampanti, per imporre la propria violenza. Lo zio Angelo, detto 'Furmiculuni', a capo della famiglia di Gela, fu tra le prime vittime della sanguinosa guerra che, negli anni '90, contrappose Stidda e Cosa nostra. Da allora Daniele e i suoi tre fratelli, Alessandro, Nunzio, e Davide, tutti in carcere per associazione mafiosa, e qualcuno per omicidio, avrebbero combattuto a fianco dei mafiosi nella lotta contro gli stiddari.
I primi affari importanti gli Emmanuello li fecero, proprio grazie a Madonia, negli anni '80, partecipando alla spartizione dell'appalto di oltre 300 miliardi per la ricostruzione della diga ''Disueri''. Durante la guerra con la Stidda, che culminò il 27 novembre del '90, quando in quattro agguati simultanei furono uccise otto persone ed altre sette rimasero ferite, gli Emmanuello, decisero di lasciare la Sicilia. La famiglia si divise tra Liguria, Piemonte e Germania. Nel '92, dopo 120 morti, si sancì la tregua.

Ma l'arresto di Madonia, punto di riferimento delle famiglie di Cosa nostra, e la cattura dei vertici della Stidda, disarticolata grazie alle rivelazioni dei pentiti, rimisero in discussione gli equilibri della provincia. La guerra stavolta scoppiò tra le cosche mafiose degli Emmanuello e dei Rinzivillo, fino ad allora alleate. La latitanza di Daniele Emmanuello, oramai diventato capo della famiglia, cominciò nel '96 quando gli investigatori lo indagarono per la morte di uno dei luogotenenti dei Rinzivillo, Maurizio Morreale. Per il delitto il capomafia è stato condannato all'ergastolo, ma la pena non è ancora definitiva. La seconda condanna al carcere a vita gli venne inflitta dalla corte d'assise nissena per il duplice omicidio di Emanuele Trubia, detto 'la belva', e del suo guardaspalle, Salvatore Sultano, anche loro uomini del clan Rinzivillo, trucidati nel '99, in un salone da barba. Nel 2002 arrivarono le due condanne per associazione mafiosa, le uniche ormai definitive: in tutto 10 anni. Processato per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, venne assolto.
Da latitante, però, Emmanuello, unico dei 4 fratelli fino ad ieri riuscito a sfuggire alla cattura, continuò a controllare estorsioni e traffico di droga e riuscì a estendere le sue attività oltre la Sicilia. In Friuli una 'cellula' del clan gelese gestiva appalti per suo conto. Miracolosamente sfuggito a due attentati - uno dei quali fallito perché la bomba utilizzata per l'agguato era rimasta inesplosa - avrebbe compiuto 43 anni il prossimo luglio.

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04 dicembre 2007

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