The Big Brother in the School

Un occhio spione dentro le scuole siciliane. Scoppia la polemica sulla privacy a Palermo e Catania

09 novembre 2005

La scuola, basilare tassello del tessuto sociale, esempio stesso di modello sociale, come ogni società ricava i benefici e corre i rischi che si sviluppano all'interno di qualsivoglia struttura che convoglia in essa diverse tipologie umane, dall'eterogeneità antropologica, dallo strato sociale, dal livello culturale.
La deriva dei modelli etici e morali contemporanei e la loro conseguente omologazione, che pericolosamente trova spazio nei comportamenti giovanili, insieme a politiche sociali inadeguate e incapaci, ha causato una disaffezione del bene comune che si riscontra, ovviamente, anche nella scuola. Questa, vista come realtà estranea, come corpo non appartenente ad ogni individualità, oltre che dalle istituzioni viene maltrattata anche dai ragazzi, che la percepiscono male e male la vivono.
La scuola, per alcuni, diventa quindi un luogo da disprezzare, da offendere, da saccheggiare, da distruggere. In questa maniera, inevitabilmente scatta l'allarme sicurezza.

Secondo alcuni uno dei metodi che può rappresentare una soluzione all'emergenza sicurezza scolastica è l'utilizzo della videosorveglianza, metodo che aiuterebbe a cogliere in flagranza di reato la parte ''malata'' della società scolastica. Ma sotto l'occhio spione della supervisione di controllo andrebbero a finire anche tutti i componenti della parte ''sana'' della società medesima e ciò significherebbe l'assoluta violazione del loro diritto alla privacy, diritto riconosciuto legislativamente e di cui è bene esserne conviti assertori.
Ci si trova, dunque, di fronte ad un bivio: assicurare la sicurezza nella scuola a discapito della privacy o sacrificare la privacy in virtù della difesa dell'ordinata convivenza?

Tale problematico bivio è stato vissuto, e si sta vivendo nella scuola siciliana, dove a Palermo, il sindaco Diego Cammarata ha annunciato l'installazione di impianti di ''videosorveglianza in settanta scuole comunali'', e a Catania è stato condannato dal giudice del lavoro il dirigente scolastico di una scuola dove l'uso dell'occhio indiscreto delle telecamere era stato già messo all'opera.

Ma andiamo a guardare più da vicino i casi dei due capoluoghi siciliani...

A Palermo. Nel capoluogo palermitano la prima scuola che verrà dotata di impianti di videosorveglianza sarà l'Istituto comprensivo Falcone, ubicato nel difficile e tristemente conosciuto quartiere Zen, istituto dove lo scorso anno sono stati distrutti i locali per ben dieci volte in 12 mesi.
L'impianto prevede l'installazione di telecamere a tecnologia avanzata all'interno ed all'esterno dei tre plessi dell'istituto Falcone, con un monitoraggio di ventiquattrore su ventiquattro. Qualunque movimento intorno e dentro la scuola sarà, dunque, registrato (''nel rispetto di tutte le norme sulla privacy'', dicono) con il sistema di allarme che si attiverà automaticamente in caso di intrusione. Secondo il sindaco Cammarata, tali provvedimenti si vogliono adottare solo ed esclusivamente per garantire la sicurezza all'interno dell'istituto ''a tutela degli studenti e delle loro famiglie, ma anche delle strutture scolastiche che costituiscono un baluardo di democrazia e cultura per la comunità''.

A Catania. Per gli stessi motivi era stato messo sotto sorveglianza una scuola nel capoluogo etneo, ma una sentenza del giudice del lavoro di Catania, cui si era rivolta la locale segreteria provinciale della Flc-Cgil, ha stabilito il divieto dell'attività  del ''Grande Fratello''.
Condannato al pagamento delle spese legali il dirigente dell'istituto tecnico industriale Cannizzaro di Catania, Salvatore Indelicato, che deve rispondere (almeno fino al mese di maggio 2003) di comportamento antisindacale. Il provvedimento sarà notificato anche al ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti (che ha promosso il ricorso in appello).
La vicenda giudiziaria è stata avviata nel 1999, quando il dirigente scolastico fece istallare una serie di telecamere all'interno e all'esterno della scuola per scoraggiare 'eventuali malintenzionati'.
A controbattere polemicamente contro questa giustificazione il segretario provinciale della Flc Cgil cittadina, Franco Tomasello: ''Furti e raid si verificano, purtroppo, in tutte le scuole ma non tutti i presidi si trasformano in sceriffi, sostituendosi alle forze dell'ordine''.
Nell'ottobre 2002 intervenne l'Ispettorato del lavoro che impose al preside di custodire le registrazioni in un armadio metallico e consegnare una chiave a uno dei delegati sindacali, oscurare le immagini riguardanti gli spazi interni della scuola, cancellare le registrazioni dopo un certo tempo e di utilizzarle solo su richiesta dell'autorità giudiziaria. Ma secondo la Cgil tutto questo non sarebbe avvenuto. Il sindacato contesta al preside di avere ''piazzato un certo numero di telecamere, oltre che all'esterno dell'edificio scolastico, anche all'interno e di avere controllato - con ben 14 monitor collocati negli uffici di presidenza, nei locali della vicepresidenza e nella guardiola del portiere - per mesi la vita del personale''. Ora la condanna, sulla base dell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori (''È' vietato l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori'').

L'ipotesi della videosorveglianza è stata avanzata più di una volta e da più parti. Ma come fare a garantire il patrimonio e la sicurezza delle scuole e nello stesso tempo non violare la privacy di chi le scuole le vive quotidianamente?  
''Il Codacons è contrario a qualunque violazione della privacy'', dichiara il segretario nazionale dell'associazione che si batte per la tutela dei diritti degli utenti e dei consumatori: ''Non bisogna dimenticare il problema della sicurezza, ma ritengo sia importante valutare i procedimenti adottati una volta fatte le riprese in video: in definitiva, l'uso che se ne fa''.

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09 novembre 2005

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